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Aggiornato: 9 settimane 5 giorni fa

Siria, Palmira vista dall'alto: il video 

Sab, 26/03/2016 - 21:45
Le forze governative siriane hanno compiuto un ulteriore passo in avanti verso la conquista di Palmira, la città in mano al Daesh dal maggio 2015 e nota per ospitare il sito archeologico d'epoca romana e patrimonio Unesco dell'umanità.

Secondo fonti concordanti, i lealisti hanno ripreso la cittadella, d'epoca medievale, che sovrasta il centro moderno di Palmira, il sito patrimonio dell'Unesco. E dall'Italia sono pronti a partire i caschi blu della cultura: "una task force di carabinieri e civili, pronta a intervenire non appena ci verrà chiesto dalla comunità internazionale", ha annunciato il ministro dei beni culturali, Dario Franceschini, ricordando che "siamo il primo e unico paese ad avere firmato un protocollo con l'Unesco su questo".

L'Unesco ha accolto con favore le notizie della possibile cacciata dell'Isis da Palmira e il suo direttore, Irina Bokova, ha confermato che l'agenzia Onu è pronta a inviare "una missione, assieme a esperti del dipartimento delle antichità del governo siriano, per valutare i danni compiuti dal Daesh e proteggere l'inestimabile eredità della città".
 
Ecco cosa resta del sito archeologico di Palmira: l'emittente Russia24 dopo che le truppe di Damasco, sostenute dall'aviazione di Mosca e dalle forze speciali, hanno riconquistato l'antica cittadella, patrimonio Unesco ha diffuso questo filmato. 
Guarda il video:
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Nota in arabo con l'epiteto di "sposa del deserto", la città era caduta in mano al Daesh nel maggio 2015, dopo una fulminea ritirata delle truppe governative che avevano lasciato sguarnite le rovine romane.
Poco dopo aver preso Palmira, i jihadisti avevano cominciato a diffondere video delle distruzioni e dei crimini commessi nell'area: prima era stato diffuso un filmato dell'uccisione di 25 militari governativi, giustiziati sommariamente nello scenografico anfiteatro romano da membri molto giovani dell'Isis, alcuni erano adolescenti e ragazzini.

Quindi, le immagini della distruzione con esplosivo del tempio di Baal Shamin.

In seguito era stata diffusa la notizia dell'uccisione, per decapitazione, dell'anziano direttore del sito archeologico, Khaled Assaad, ucciso secondo alcune fonti perché si era rifiutato di rivelare ai jihadisti dove si nascondessero reperti archeologici non trasportati a Damasco durante il ritiro dei governativi. A fine agosto era poi arrivata dall'Unesco la conferma della distruzione di monumentali torri funebri e del tempio di Bel.

Il ministro Costa: il piano Poste è da rivedere

Sab, 26/03/2016 - 21:45
Mentre è attesa a giorni una sentenza del Tar del Lazio sul ricorso presentato da una quarantina di Comuni, il piano delle Poste che prevede la riduzione delle consegne del servizio universale torna anche sotto i riflettori del governo. Al ministro degli Affari Regionali Enrico Costa  il progetto, che partirà nei prossimi giorni, non piace. «Sulla consegna a giorni alterni chiederò valutazioni alla Commissione Europea, il piano di Poste va rivisto», ha detto l’esponente dell’esecutivo incontrando giovedì i rappresentanti di Regioni e Comuni nell’ambito della Conferenza unificata.
 
Il ministro annuncia iniziative per la prossima settimana. Ma intanto sempre il governo, in ritardo sulle privatizzazioni programmate, sta ragionando sulla possibilità di mettere sul mercato una nuova tranche del capitale delle Poste, dopo il 35% già sbarcato in Borsa lo scorso autunno. Due esigenze diverse – la cessione di una nuova quota di capitale e la revisione del recapito postale messo a punto per tagliare i costi – che non sarà facile comporre. A essere preoccupati per la riduzione dei giorni di consegna sono i municipi «periferici», in particolare quelli di montagna. Il piano delle Poste, a regime, interesserà il 25% della popolazione italiana e ben 5.200 Comuni su 8mila.



Qui il recapito della posta ordinaria avverrà in cinque giorni su quattordici (lunedì, mercoledì e venerdì la prima settimana, martedì e giovedì la seconda) invece che quotidianamente. La società spiega da parte sua che non ci saranno ripercussioni per gli utenti, perché il piano prevede la consegna della corrispondenza normale entro 3-4 giorni dall’invio, a prescindere dalla destinazione.

Negli altri giorni continueranno invece a essere consegnate raccomandate, posta prioritaria e, a condizioni particolari, materiali in abbonamento, come ad esempio i giornali. Ma, anche ammesso che il postino continui a suonare tutti i giorni, saliranno i costi delle consegne per chi ha bisogno di spedire o ricevere materiale quotidiano. I rappresentanti dei piccoli Comuni hanno apprezzato le dichiarazioni di Costa: «Non è accettabile – afferma una nota – che Poste continui a ridurre i servizi in alcune aree poco remunerative. Guardiamo piuttosto a quei Paesi dove i servizi sono stati resi innovativi con un programma legato allo sviluppo digitale».
 
L’avvio concreto del piano è comunque appeso alla decisione del Tar del Lazio al quale si sono rivolti una quarantina di Comuni piemontesi chiedendo di bloccare il servizio a giorni alterni. La sentenza era attesa già in questa settimana. Intanto il governo dovrà decidere entro la metà di aprile, data del varo del Def, sull’ipotesi di quotare una seconda tranche del colosso postale. L’esigenza nasce dal fatto che Roma si è impegnata con la Ue a un programma di privatizzazioni per circa 8 miliardi l’anno, da destinare alla riduzione del debito pubblico. Ma con il rinvio dell’operazione Ferrovie il target non sarà raggiunto. Con la vendita di un altro 30% di Poste il governo potrebbe incassare, ai prezzi attuali di Borsa, circa 3 miliardi di euro.

L'8 per mille alle moschee: il no di Alfano

Sab, 26/03/2016 - 21:45
«Sono contrario alla proposta di Massimo D’Alema» sul contributo statale da concedere alle moschee. 

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano, parlando ieri alla trasmissione Radio anch’io, ribatte all’esponente dem che dagli stessi microfoni giovedì aveva detto che tra i mezzi per l’integrazione c’è la «costruzione di moschee come si costruiscono le chiese, cioè con il denaro pubblico». In Italia, ha affermato l’ex premier, «c’è l’8 per mille per la Chiesa cattolica, ma c’è un milione e mezzo di musulmani che non sono riconosciuti, con i quali noi non abbiamo un’intesa». 

Negli scorsi decenni i vari tentativi si sono arenati sulla mancanza nel mondo islamico di un interlocutore unico. «Noi – ha ricordato Alfano replicando a D’Alema – in questo momento siamo ad un livello di collaborazione diverso: per ora stiamo lavorando con la Consulta islamica, la comunità islamica deve prendere e ha preso delle posizioni». Alfano ricorda che in occasione di arresti ed espulsioni c’è stata collaborazione nella comunità musulmana. Nel nostro Paese, ha ribadito il titolare del Viminale, «c’è piena libertà di culto».
 
I musulmani «possono pregare serenamente il loro Dio a condizione che non inneggino all’odio e non diano solidarietà a chi uccide. Chi lo fa viene espulso». La proposta di D’Alema è stata accolta con soddisfazione da alcuni imam, come quelli di Terni e Perugia. Ma ha suscitato perplessità anche in alcuni amministratori locali siciliani (la Regione più esposta a i flussi migratori e in prima linea nell’accoglienza). «In questa fase sarebbe più utile destinare l’8 per mille ai Comuni per fare  integrazione», dice il sindaco di Agrigento, Lillo Firetto. «Non è creando moschee che si favorisce l’integrazione», afferma Nicola Cristaldi, primo cittadino di Mazara del Vallo, dove - ricorda - ci sono solo luoghi di culto spontanei, ma c’è «quel rispetto che serve». 

India, a raduno le famiglie dei martiri cristiani dell'Orissa

Sab, 26/03/2016 - 21:45
​È stato un incontro senza precedenti nella storia della Chiesa indiana. Vedove, mariti, fratelli, sorelle e figli delle vittime del massacro di Kandhamal del 2008 si sono riuniti per la prima volta lo scorso 9 febbraio. Lo storico raduno è stato ospitato al centro pastorale di Divyajyoti, oggi rinnovato dopo essere stato ridotto a un “Ground Zero” durante gli attacchi alla comunità cristiana avvenuti a partire dalla fine di agosto di otto anni fa, nel distretto remoto di Kandhamal, nello stato indiano dell’Orissa.

I familiari di oltre ottanta persone rimaste uccise sono stati invitati dall’arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar, che comprende anche la regione di Kandhamal e si trova a circa 275 chilometri a ovest di Bhubaneswar, la capitale dell’Orissa. «La violenza non rappresenta la fine di tutto – ha detto padre Ajaya Kumar Singh, direttore del Forum per l’azione sociale della Chiesa cattolica dell’Orissa – dobbiamo prendere ispirazione dalla fede dei martiri e quest’incontro è un’occasione per farlo».


Più di cento cristiani hanno perso la vita nella violenza esplosa a Kandhamal dopo il misterioso assassinio del leader indù Swami Laxmanananda Saraswati, avvenuto il 23 agosto del 2008. Nonostante le autorità ecclesiali avessero condannato l’uccisione del guru, i fondamentalisti indù hanno subito puntato il dito contro i cristiani e parlato di una «cospirazione». Così migliaia di fedeli sono stati costretti a fuggire nella giungla per evitare di essere costretti sotto minaccia a farsi induisti. Durante settimane di caos, gruppi di criminali guidati dai fondamentalisti hanno dato fuoco a seimila case e trecento chiese, creando 56mila profughi. Dozzine di cristiani, che si sono rifiutati di rinnegare la propria fede, sono stati bruciati vivi, fatti a pezzi o uccisi a sassate.

L'80ina di persone che hanno partecipato al raduno

È stato commovente vedere i familiari di questi martiri, la maggior parte dei quali cristiani non cattolici, mettersi in fila, con le lacrime agli occhi, per raccontare la storia dei propri cari. Salomina Mantri, in lacrime, non è riuscita ad alzarsi. Quando le è stato portato il microfono, con la voce spezzata, ha narrato la storia del figlio di vent’anni, il seminarista Kudan Mantri, ucciso dalla polizia durante una manifestazione a Bamunigam. Arrivato a casa per le vacanze di Natale del 2007, Kundan fu mandato al mercato a comprare medicine per il padre che qualche anno prima aveva perso una gamba in un incidente e lì si imbatté nelle proteste cristiane contro la profanazione della Chiesa cattolica di Bamunigam. La polizia aprì il fuoco e Kundan fu ucciso, cadendo ai bordi della strada. «Ascoltando le testimonianze dei familiari dei martiri – ha detto la madre ad Avvenire – la memoria di quanto accaduto a mio figlio torna a perseguitarmi».


Rabindra Pradhan, un soldato indiano in pensione e fratello di Rasadan Pradhan – 28 anni, rimasto gravemente ferito nel rogo della sua sua casa – ha detto: «Sono felice che finalmente, per la prima volta, ci incontriamo. È bello vedere queste famiglie insieme». Gli ha fatto eco Christudas Nayak, protestante, che nel massacro ha perso la moglie: «Dovremmo incontrarci spesso. Rafforzerebbe la nostra fede e ci renderebbe più uniti». Nayak ha visto la moglie uccisa dalle spade dei fondamentalisti quando questi hanno attaccato il villaggio di Rudangia e preso di mira quei cristiani che si erano rifiutati di abiurare la propria fede dopo un ultimatum imposto dai fondamentalisti.

Le vedove e gli orfani dei martiri

Non è stato facile, ha spiegato padre Manoj Nayak, direttore del Centro sociale Jan Vikas, riunire le persone colpite dai massacri orchestrati nel distretto, uno dei più remoti nello stato dell’Orissa. «Questo primo incontro – ha sottolineato – creerà un senso di appartenenza e rafforzerà il legame tra loro». Padre Santhosh Digal, portavoce della Chiesa cattolica dell’Orissa ha detto a Avvenire che «il Vaticano e il mondo intero sono stati colpiti dalle vicende delle vittime di Kandhamal e molti sforzi sono stati fatti dall’arcidiocesi affinché il loro status di martiri venga riconosciuto».

I parenti ascoltano le testimonianze

Non solo, «la Chiesa ha messo a punto un programma di supporto per le famiglie segnate dalla violenza, che riguarda tra le altre cose l’istruzione per i figli e il sostentamento di base». Nel frattempo la Conferenza episcopale indiana ha invitato l’arcivescovo di Cuttack-Bhubaneswar, John Barwa, a parlare dei martiri di Kandhamal nel corso dell’ultima assemblea a Bangalore, che si è tenuta dal 2 al 9 marzo e alla quale hanno partecipati i vescovi di 167 diocesi del Paese. L’arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar ha fatto richiesta dell’apertura della causa di beatificazione.
(Traduzione di Elisabetta Del Soldato)

Bruxelles, non si farà la Marcia contro la paura

Sab, 26/03/2016 - 21:45

È Faysal Cheffou il terzo uomo, quello con il cappello nero nelle immagini delle videocamere, che ha partecipato alla strage nell'aeroporto di Bruxelles il 22 marzo. Lo scrive il quotidiano belga Le Soir citando fonti investigative. Cheffou è accusato di partecipazione a gruppo terristico, omicidio a sfondo terroristico e tentato omicidio terrorista.

L'uomo, giornalista free lance, è stato fermato giovedì sera e il suo arresto è stato confermato ieri dopo un lungo interrogatorio. È stato identificato grazie alla testimonianza chiave del tassista che martedì aveva accompagnato il commando all'aeroporto di Zaventem. 


Il terzo da sinistra sarebbe l'uomo arrestato, gli altri 2 sono i kamikaze

Chi è Cheffou. Il giornalista free lance accusato di terrorismo era da mesi nel mirino degli inquirenti perché si era presentato diverse volte al parco Maximilien di Bruxelles per cercare di reclutare alla causa dell'islam radicale profughi o immigrati clandestini. Né la Procura né la magistratura avevano tuttavia tenuto conto delle ripetute denunce contro di lui presentate dalle autorità municipali, che lo ritenevano "pericoloso" a causa del suo attivismo, e lo stesso Comune era ricorso nel settembre del 2015 a una sanzione amministrativa che gli impediva di avvicinarsi al parco.

Il 21 luglio 2014 aveva postato su YouTube un servizio in cui denunciava maltrattamenti sui migranti clandestini musulmani detenuti nel centro 127 bis in Belgio. Nel video Cheffou denunciava una "violazione dei diritti umani"

I 3 arrestati. Accuse di terrorismo anche per Aboubakar A., uno dei tre arrestati nel blitz di ieri a Bruxelles. Resta per ora in carcere Abderahmane Ameroud, ferito e arrestato ieri alla fermata del tram: franco-algerino, ha una condanna in Afghanistan per complicità nell'omicidio del comandante Massoud. Il terzo sospetto è Rabah N. (che ieri, nel comunicato diffuso dalla Procura, era stato identificato come Salah A.), accusato di attività terroristiche e ricercato in relazione al raid di Argenteuil. Torna invece in libertà Tawfik A.

Legami con la strage di Parigi. Gli inquirenti hanno dichiarato che Khalid, uno dei kamikaze dell'aeroporto, aveva affittato un appartamento a Bruxelles utilizzato da Salah Abdeslam, arrestato nella capitale belga il 18 marzo per le stragi di Parigi. Il procuratore federale ha annunciato ieri che Abdeslam si è avvalso della facoltà di non rispondere e non ha parlato con gli inquirenti dopo i brevi interrogatori il giorno successivo al suo arresto.

«Mappa dello scalo nel pc di Abaaoud». Una piantina dell'aeroporto di Bruxelles è stata trovata su un pc e una chiavetta usb in un appartamento di Atene dove Abdelhamid Abaaoud, organizzatore delle stragi di Parigi, aveva soggiornato nel gennaio 2015: è quanto pubblica il sito greco Skai.gr, citando fonti della polizia ellenica. La Procura belga non ha confermato l'informazione; il sito greco descrive tuttavia come "problematico" il modo di procedere delle autorità belghe per quel che riguarda lo scambio di informazioni con Atene.

Aeroporto chiuso fino a martedì. L'aeroporto di Bruxelles non riaprirà prima di martedì, per predisporre nuove misure di sicurezza e riparare i danni nella sala partenze. "I voli passeggeri all'aeroporto di Bruxelles non riprenderanno prima di martedì 29 marzo", ha riferito in una nota la società che gestisce lo scalo di Zaventem.

Sulla centrale nucleare la Procura smentisce. L'uccisione giovedì sera dell'agente di sicurezza del centro di produzione di elementi radioattivi ad uso medico, nella località di Fleurus, nei pressi di Charleroi, non è legata al terrorismo: lo fa sapere la stessa Procura di Charleroi che smentisce anche le informazioni circolate secondo cui qualcuno avrebbe rubato il suo badge d'ingresso all'istituto. La notizia era stata diffusa dal giornale la Derniere Heure, che citava fonti di polizia, e aveva subito destato scalpore.

REPORTAGE Bruxelles, avrebbe potuto essere ancora peggio (G. Ferrari)

Giovedì scorso era emerso dalle indagini sugli attentati che tra gli obiettivi dei due fratelli kamikaze, Khalid e Ibrahim El Bakraoui, ci potessero essere alcuni siti nucleari del Paese. In base a quanto riferisce il quotidiano belga, la guardia stava portando fuori il cane quando è stata ferita a morte da un colpo di pistola alla testa.

Annullata la Marcia contro la paura
Gli organizzatori della Marcia contro la paura, indetta per la domenica di Pasqua a Bruxelles, hanno deciso di annullare l'evento, come chiesto dal ministro dell'Interno, Jan Jambon, e dal sindaco della capitale, Yvan Mayeur, per motivi di sicurezza.

Ancora 101 feriti in ospedale
Dei 340 feriti negli attentati di Bruxelles, 101 sono ancora ricoverati in 33 strutture ospedaliere. Tra questi, 62 sono in terapia intensiva e 32 in un centro per grandi ustionati. Lo riferisce il Centro di crisi belga. Il bilancio delle vittime, ritenuto ancora provvisorio, resta fermo a 31 morti, compresi i tre kamikaze, aggiunge il Centro. Delle altre 28, al momento sono state identificate 24 persone, di cui 14 hanno perso la vita nell'attacco all'aeroporto di Zaventem e 10 nella metropolitana di Maelbeek.  Tredici vittime erano di nazionalità belga, 11 di altre
nazionalità. Tra le persone decedute si contano infatti 8 diverse nazionalità, 19 per i feriti.

«Così salvai dal lager 500 bambini ebrei»

Sab, 26/03/2016 - 21:45
Qualche settimana fa aveva raccontato in classe il gesto della bisnonna, contadina di Sassocorvaro, che nel 1944 rischiò la vita per salvare un medico ebreo dai lager nazisti. Quei fili della memoria, riannodati da Chiara Venturi, studentessa della 2^ B del liceo "Mamiani" di Pesaro, hanno fatto il giro d'Italia.

E nei giorni scorsi il Keren Kayemeth Leisrael, Fondo nazionale ebraico ha ospitato nella scuola israelitica di Milano una delegazione di liceali pesaresi. Per l'occasione non è voluta mancare Liliana Segre, pesarese onoraria e sopravvissuta ad Auschwitz. È iniziato così un viaggio nella storia con testimoni d'eccezione come Georges Loinger, 106 anni di età, che ha ricordato come riuscì a salvare 500 bambini ebrei. Loinger è noto soprattutto per la nave Exodus, a cui Hollywood si ispirò per il film con Paul Newman. Fu Loinger ad occuparsi delle modifiche allo scafo ed ai motori, per trasportare in Palestina 4.500 sopravvissuti ai campi di sterminio. Loinger ha ricordato l’amicizia col gesuita Michel Riquet. Insieme parteciparono al congresso eucaristico di Barcellona (1952), portando i delegati francesi e tedeschi su una nave israeliana.
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Nel segno del dialogo interreligioso, il liceo “Mamiani” ha piantato in Israele sette alberi in memoria del cardinale Carlo Maria Martini. Quindi la visita al memoriale della Shoah nella stazione di Milano, voluto da Liliana Segre. «Da lì il 30 gennaio 1944 sono stata deportata ad Auschwitz – ha raccontato Segre – e da lì oggi riprende il viaggio di tanti studenti che, come Chiara, scelgono di non essere mai indifferenti».

Terra dei fuochi: è record di tumori infantili

Sab, 26/03/2016 - 21:45
Choc. I numeri del Santobono Pausilipon, l’ospedale pediatrico napoletano, raccontano uno spaventoso aumento dal 2010 ad oggi dell’incidenza di tumori solidi e leucemie: in sei anni, dal primo gennaio 2010 e fino a cinque giorni fa, il tasso di ricoveri di bimbi nel primo anno di vita è cresciuto del cinquanta per cento per la provincia di Napoli e del sessantotto per cento per quella casertana.

L’allarme (più) rosso è per i bambini da zero a quattordici anni. A esplodere poi, sempre fra i piccoli della Terra dei fuochi, sono i tumori solidi, il cui numero sta ormai raggiungendo quello delle leucemie: 2.573 ricoveri per i primi, 2.725 per le seconde. Non bastasse tutto questo, aumentano anche gli interventi chirurgici per le complicanze pediatriche nei bimbi leucemici.

Numeri che per l’ospedale sono riservati. Il 13 aprile 2014 chiedemmo a Vincenzo Poggi, primario dell’Oncoematologia al Pausilipon, se fossero cresciute mortalità e incidenza fra i bambini casertani e napoletani e lui replicò «la risposta secca è “no”. Perché i dati dell’“Associazione italiana ematologia e oncologia pediatrica” non dimostrano nessun aumento e neppure una particolare concentrazione in zone definibili sospette». Ma ci vuole un attimo a ricordare quelle parole – messe nero su bianco qualche mese fa dall’Istituto superiore di Sanità – nel volume “Mortalità, ospedalizzazione e incidenza  tumorale nei Comuni della Terra dei fuochi in Campania”. Il quadro epidemiologico – si legge – risulta caratterizzato «da una serie di eccessi della mortalità e dell’ospedalizzazione per diverse patologie a eziologia multifattoriale», cioè che «ammettono, fra i fattori di rischio accertati o sospetti, l’esposizione a un insieme di inquinanti ambientali» da «siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi e/o di combustione incontrollata di rifiuti».
 
Ma in questo «quadro di criticità meritevole d’attenzione, le preoccupazioni «più grandi» riguardano i più piccoli, perché – scrivono i ricercatori dell’Iss – in particolare «si sono rilevati eccessi nel numero di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori, eccessi di tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita e nella fascia d’età da zero a quattordici anni». 

In questa situazione, adesso si vuole declassare il plesso oncologico del “ Pausilipon” da “Unità complessa” a “Unità semplice”, plesso nel quale già «manca la rianimazione e l’apparecchio per la risonanza magnetica», denunciano le associazioni dei genitori di bambini malati in cura proprio al Pausilipon, l’associazione “Noi genitori di tutti” (mamme e papà che hanno perso figli per tumore e leucemia), in una lettera (della quale riportiamo alcuni stralci a fianco, ndr). Associazioni che hanno dato incarico agli avvocati d’impugnare l’atto aziendale e metteranno in atto una serie d’iniziative «per mettere fine – continuano – alla ennesima barbarie che politica e classe dirigente della nostra regione vuol continuare a commettere nei confronti dei nostri figli».

«Croce di Cristo, ti vediamo oggi nei perseguitati per la loro fede»

Sab, 26/03/2016 - 00:27
«O croce di Cristo, icona dell'estremo sacrificio, segno dell'obbedienza ed emblema del tradimento, patibolo della persecuzione e vessillo della vittoria» è l'inizio della preghiera recitata dal Papa al termine della Via Crucis celebrata al Colosseo.

LA PREGHIERA INTEGRALE

Nelle vittime del terrorismo, che "profana il nome di Dio", nei profughi che fuggono dalle guerre e magari concludono il loro cammino nell'"insaziabile cimitero" del Mediterraneo e dell'Egeo, nell'azione dei venditori di armi, che "danno ai loro figli da mangiare il pane insanguinato", dei corrotti, così come di chi distrugge la "casa comune" del creato. È qui che per papa Francesco vediamo ancora oggi la Croce di Cristo, simbolo allo stesso tempo "dell'amore divino e dell'ingiustizia umana", "segno dell'obbedienza ed emblema del tradimento", "patibolo della persecuzione e vessillo della vittoria". È quasi un grido l'accorata, e a tratti durissima, preghiera che papa Francesco ha composto di suo pugno per recitarla questa sera al termine della tradizionale Via Crucis del Venerdì Santo, in mondovisione dal Colosseo.

A portare la croce, nelle 14 stazioni accompagnate dalle meditazioni del cardinale di Perugia Gualtiero Bassetti sul tema "Dio è misericordia", oltre al cardinale vicario Agostino Vallini, anche persone di varie nazionalità, tra cui cinesi, russi, siriani, centrafricani.

Ma è stata l'incalzante preghiera di Francesco, dal titolo "O Croce di Cristo!", a segnare anche a futura memoria questa Via Crucis del 2016, la quarta del suo pontificato. Ancora oggi la Croce la "vediamo eretta nelle nostre sorelle e nei nostri fratelli uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati con le spade barbariche e con il silenzio vigliacco", ha detto il Papa. La vediamo "nei fondamentalismi e nel terrorismo dei seguaci di qualche religione che profanano il nome di Dio e lo utilizzano per giustificare le loro inaudite violenze". E anche "nei perseguitati per la loro fede che nella sofferenza continuano a dare testimonianza autentica a Gesù e al Vangelo".

La vediamo quindi "nei volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilati con le mani lavate". La vediamo "nel nostro Mediterraneo e nel mar Egeo divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata".

L'atto d'accusa del Pontefice ha indicato la Croce anche "nei potenti e nei venditori di armi che alimentano la fornace delle guerre con il sangue innocente dei fratelli", oltre a dare "ai loro figli da mangiare il pane insanguinato". La vediamo poi "nei ladroni e nei corrotti che invece di salvaguardare il bene comune e l'etica si vendono nel misero mercato dell'immoralità". E inoltre "nei distruttori della nostra 'casa comune' che con egoismo rovinano il futuro delle prossime generazioni".

Non manca, nella lista di drammi e ingiustizie, la piaga dei preti pedofili, i "ministri infedeli che invece di spogliarsi delle proprie vane ambizioni spogliano perfino gli innocenti della propria dignità". Ma la Croce la vediamo anche "in coloro che vogliono toglierla dai luoghi pubblici ed escluderla dalla vita pubblica, nel nome di qualche paganità laicista o addirittura in nome dell'uguaglianza che tu stesso ci hai insegnato"; "nei traditori che per 30 denari consegnano alla morte chiunque" e "negli stolti che costruiscono depositi per conservare tesori che periscono, lasciando Lazzaro morire di fame alle loro porte"; "negli anziani abbandonati dai propri famigliari, nei disabili e nei bambini denutriti e scartati dalla nostra egoista e ipocrita società".

Ma per contrasto il Papa ha citato l'esempio delle "persone buone e giuste che fanno il bene senza cercare gli applausi", dei preti "fedeli e umili" che si consumano per "illuminare la vita degli ultimi", delle suore e dei consacrati "buoni samaritani", dei volontari "che soccorrono generosamente i bisognosi e i percossi", delle famiglie. Di chi, infine, lavora ogni giorno "per rendere il mondo un posto migliore, più umano e più giusto". Perché la Croce è soprattutto simbolo di salvezza, e "l'alba del sole è più forte dell'oscurità della notte".

LA CRONACA

​Una spettacolare scenografia ha fatto  da cornice alla Via Crucis presieduta dal Papa. Enormi code agli ingressi dell'area in cui si è svolta la processione: ogni persona è stata controllata ma tutto si è svolto in una atmosfera di grande raccoglimento. L'evento religioso è stato trasmesso in mondovisione dal canale vaticano Ctv, con il commento in 6 lingue a cura della Radio Vaticana. Anche Tv2000 ha proposto la diretta televisiva.

È stata una Via Crucis dedicata ai semplici, alle persone comuni, piegate dalla sofferenza della vita. Persone semplici come quelle che hanno portato la Croce nelle varie stazioni.

L'INSEGNANTE, IL BENZINAIO, IL PROFUGO: ECCO I NOMI DI CHI HA PORTATO LA CROCE

Le meditazioni sono state scritte dal cardinale Gualtiero Bassetti, e sono dedicate a tutti "i crocifissi della storia" (I TESTI INTEGRALI): i «bambini schiavi», chi arriva in Europa sulle «carrette del mare», gli «ebrei morti nei campi di sterminio», le «donne oggetto di sfruttamento e di violenza», i piccoli «profanati nella loro intimità». Ma anche i «milioni di profughi, rifugiati e sfollati che fuggono disperatamente dall’orrore delle guerre, delle persecuzioni e delle dittature», coloro che «pensano di non avere più dignità perché hanno perso il lavoro», quanto «soffrono per una famiglia spezzata», dei cristiani vessati in nome del Vangelo.

LEGGI L'INTERVISTA AL CARDINALE BASSETTI

«Quanta paura nelle nostre città, negli ambienti di lavoro» scandisce la lettrice nella prima stazione, la croce portata dal vescovo vicario di Roma, cardinale Agostino Vallini. «Signore fai che l'urlo delle nostre angosce non ci impedisca di sentire» la dolcezza della tua voce.
Il Papa segue la Via Crucis

Per la seconda stazione la croce è portata da una famiglia di Roma, Andrea Postiglione e Francesca Martucci con i loro 4 figli. Gesù è caricato sulla croce.

Dov'è Dio, si chiede il lettore nella terza stazione, nelle miniere dove lavorano i bambini? Dov'è Dio nelle barche di migranti che affondano nel Mediterraneo? Dov'era Dio nei campi di sterminio? "Ci sono situazioni di sofferenza che sembrano negare l'amore di Dio". Dio è al loro fianco, è la risposta. La croce è portata da rappresentanti dell'Unitalsi, l'Unione nazionale trasporto ammalati a Lourdes e santuari internazionali: Francesco Rocco Arena, disabile in carrozzina, accompagnato dalla sorella Luciana e dal barelliere Salvatore Bonaccorso. 

Nella quarta stazione la croce è portata dalla famiglia Budaci di Roma, marito moglie e due figlie.

Nella quinta stazione la croce è portata da due allieve, un insegnante e il direttore dell'Afgp, associazione formazione Giovanni Piamarta di Remedello (Bs). "La sofferenza quando bussa alla nostra porte non è mai attesa - è il commento della meditazione del cardinale Bassetti -. Appare sempre come una costrizione, talvolta perfino come un'ingiustizia. E può trovarci drammaticamente impreparati. Una malattia potrebbe rovinare i nostri progetti di vita. Un bambino disabile potrebbe turbare i sogni di una maternità tanto desiderata. Quella tribolazione non voluta bussa, però, prepotentemente al cuore dell'uomo. Come ci comportiamo di fronte alla sofferenza di una persona amata? Quanto siamo attenti al grido di chi soffre ma vive lontano da noi?".

Nella sesta stazione la croce è portata da una donna cinese, Yialaan Chin, e una russa, Varvara Slivkina. La Veronica asciuga il volto di Gesù.  "Quanti volti sfigurati dalle afflizioni della vita ci vengono incontro e troppo spesso voltiamo lo sguardo dall'altra parte. Come non vedere il volto del Signore in quello dei milioni di profughi, rifugiati e sfollati che fuggono disperatamente dall'orrore delle guerre, delle persecuzioni e delle dittature? - scrive l'arcivescovo di Perugia -. Per ognuno di loro, con il suo volto irripetibile, Dio si manifesta sempre come un soccorritore coraggioso".

Nella settima stazione portano la Croce una donna paraguaiana, Nives Masala, e un uomo bosniaco, Radoslav Dodig. Gesù cade per la seconda volta.

Nell'ottava stazione la Croce è portata da una famiglia ecuadoregna, Josè Silva e Monica Jaramillo con il figlio Giuseppe Carlo. Gesù incontra le donne di Gerusalemme.

Nella nona stazione portano la Croce una donna dall'Uganda, Prisca Ojok Aunma, e un uomo keniota, Nicodemus Orioki Nyaega. Gesù cade per la terza volta. "Quante volte gli uomini e le donne cadono a terra - scrive il cardinal Bassetti -. Quante volte gli uomini, le donne e i bambini soffrono per una famiglia spezzata. Quante volte gli uomini e le donne pensano di non avere più dignità perché non hanno un lavoro. Quante volte i giovani sono costretti a vivere una vita precaria e perdono la speranza per il futuro". "È per misericordia che Dio s'è abbassato fino a giacere nella polvere della strada". "Polvere benedetta dalle lacrime di tanti fratelli caduti per la violenza e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo".

Nella decima stazione la Croce è portata dal messicano Ruben Guillen Soto e da Letitia Yando della Repubblica centrafricana. Gesù è spogliato delle vesti. "Quel corpo spogliato di tutto fuorché dell'amore - commenta l'arcivescovo di Perugia - racchiude in sé l'immenso dolore dell'umanità e racconta tutte le sue piaghe. Soprattutto quelle più dolorose: le piaghe dei bambini profanati nella loro intimità".

Nell'undicesima stazione portano la Croce John Sentovich, statunitense, e la boliviana Susana Mamami. Gesù è crocifisso.

Nella dodicesima stazione la Croce è portata da due siriani assistiti dalla comunità di Sant'Egidio, Haddad Rana e Yousef Saghir. Gesù muore in croce. "Il XX secolo - riflette il cardinal Bassetti - è stato definito il secolo dei martiri. Esempi come quelli di Massimiliano Kolbe ed Edith Stein esprimono una luce immensa. Ma ancora oggi il corpo di Cristo è crocifisso in molte regioni della terra. I martiri del XXI secolo sono i veri apostoli del mondo contemporaneo".

Nella tredicesima stazione la Croce è portata dai frati di Terrasanta. Gesù è deposto dalla Croce. "Il silenzio, la semplicità e la sobrietà con cui Giuseppe si avvicina al corpo di Gesù" è in contrasto "con l'ostentazione, la banalizzazione e la fastosità dei funerali dei potenti di questo mondo. La testimonianza di Giuseppe ricorda - osserva l'arcivescovo di Perugia - tutti quei cristiani che anche oggi per un funerale mettono a rischio la propria vita".

Banche, la nuova casa delle Bcc

Sab, 26/03/2016 - 00:16

Manca solo l’ultimo sì del Senato, che dovrà arrivare entro il 15 aprile per rispettare la scadenza della conversione in legge del decreto governativo. Poi, a quel punto, la riforma delle Banche di credito cooperativo (Bcc) sarà definitivamente approvata. Si tratta di un riassetto fondamentale, partito con una proposta di autoriforma elaborata da Federcasse (l’associazione del settore) e che la versione ora all’esame di Palazzo Madama accoglie nei sui punti principali.

Ma che cosa prevede la riforma? E che cosa cambierà per le Banche di credito cooperativo? Anzitutto con il provvedimento nascerà una capogruppo delle Bcc, in forma di Spa, la cui soglia di capitale è fissata a un miliardo di euro. L’adesione dei singoli istituti (attualmente sono 363) a questa holding è la condizione per il rilascio, da parte della Banca d’Italia, dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività come Banca di credito cooperativo.

Le Bcc contrarie all’ingresso nel gruppo unico, per non farne parte, dovranno rispettare alcune caratteristiche e fare una scelta entro 60 giorni dalla conversione. Fino a metà giugno, quindi, potranno sfruttare il meccanismo della way out (via d’uscita) quelle con un patrimonio netto di almeno 200 milioni di euro (da calcolare al 31 dicembre 2015) e di cui pagheranno un 20% come tassa straordinaria allo Stato. Ad avere questi requisiti, sulla carta, sono 14 Bcc. Ma si pensa che saranno molte meno quelle che non aderiranno al progetto unitario. È stato superato pure lo scoglio delle riserve indivisibili: resteranno tali grazie allo scorporo dell'attività bancaria dalla coop. Quest’ultima dovrà comunque cambiare la sua mission sociale, visto che non opererà più nel settore del credito. Infine, è previsto un diritto di recesso dalla holding per chi volesse uscire in un secondo momento. A quel punto, niente più way out:  liquidazione o trasformazione in Spa (lasciando ovviamente le riserve). Tertium non datur.

Il collegamento tra la capogruppo e le Bcc aderenti, invece, avverrà attraverso accordi contrattuali denominati “contratti di coesione”, che regolano i poteri della capogruppo su ciascuna singola banca aderente. Poteri che saranno più o meno stringenti a seconda del grado di rischiosità e di buona gestione di ciascun istituto, dunque attraverso un criterio di “meritevolezza”. Il capitale della holding sarà detenuto per il 51% dagli istituti che ne fanno parte. Anche se il ministero dell’Economia – sentita la Banca d’Italia – potrà prevedere in alcuni casi eccezionali che si possa scendere sotto la quota di maggioranza.

Quanto al sistema, la riforma rappresenta una "via italiana" alla cooperazione bancaria nel mutato contesto regolatorio e finanziario europeo. Un modello di integrazione equilibrata - nuovo sia nella forma sia nel metodo - ma con cui si vuole mantenere l’autonomia della originalità mutualistica. E’ proprio questa la sfida: crescere e cambiare - per stare sul mercato da protagonisti -, ma allo stesso tempo rafforzare una biodiversità di banche che sostengono le economie del territorio. La riforma, comunque, avrà il beneficio di riunire quasi tutte le Bcc dentro la stessa “casa”. Così quello cooperativo si appresta a diventare a tutti gli effetti il terzo gruppo bancario del nostro Paese ed il primo per apporto di capitali interamente italiani.

Obama in Argentina: «Mai più desaparesidos»

Sab, 26/03/2016 - 00:16
Mai più dittatura. “Nunca más” (Mai più). Il presidente Barack Obama ha scandito le due parole in spagnolo. La frase è risuonata nel Parque de la Memoria, il memoriale per le vittime dell’ultima dittatura, in un giorno simbolico: il 24 marzo di 40 anni fa, il golpe militare inaugurava una delle pagine più buie della storia argentina. Una successione di muri bianchi chiude il lungofiume di Buenos Aires: sopra, uno ad uno, sono scritti i nomi dei trentamila scomparsi. Negli spazi tra una barriera e l’altra si intravedono le acque del Rio de la Plata, dove riposano tantissimi dei desaparecidos: dopo il sequestro e la tortura, i militari gettavano i prigionieri, ancora vivi, nel fiume, tramutato in cimitero clandestino.
 
L’omaggio
Là, su quelle stesse acque, il capo della Casa Bianca, accompagnato dall’omologo Mauricio Macri, ha gettato una corona di fiori. Poi ha affermato: “Questo Parque è un omaggio al coraggio e alla perseveranza. Rendiamo onore ai coniugi, ai genitori, ai figli che non hanno mai smesso di lottare per la giustizia e la verità”.

Archivi aperti
Perché quest’ultima possa affiorare in piena “trasparenza” – come anticipato nei giorni precedenti da fonti dell’Amministrazione -, il presidente ha annunciato l’apertura, con dieci anni di anticipo, degli archivi militari e d’intelligence Usa in cui è contenuta documentazione relativa all’epoca del regime (1976-1983). Una svolta non solo per la ricostruzione degli eventi argentini. Negli anni Settanta e Ottanta, le dittature latinoamericane – Brasile, Bolivia, Cile, Uruguay e Paraguay – erano legate dal “Piano Condor”: una sorta di alleanza fra i vari sistemi repressivi per dare la caccia agli oppositori in tutto il Continente. I documenti, dunque, potrebbero aiutare a far luce sulle vicende dell’intera regione. E sul ruolo degli stessi Stati Uniti, considerati il principale sostegno dei dittatori “latini” in chiave anticomunista.



Guerra sporca addio
“Gli Stati Uniti non sono più lo stesso Paese di allora”, ha affermato Obama. Anzi, proprio l’orrore argentino, “ha fatto maturare Washington”, mostrandole come il rispetto dei diritti umani fosse “altrettanto importante della lotta al comunismo”. Un discorso, relativo al passato, che guarda, però, al futuro. Dopo aver posto fine alla Guerra fredda, con il viaggio a Cuba, il capo della Casa Bianca è andato in Argentina per chiudere l’oscuro capitolo della “Guerra sporca”, che insanguinò l’America Latina fino alla caduta del muro di Berlino. Il presidente non ha fatto un esplicito “mea culpa”. Ha moltiplicato, però, i gesti di simpatia: dal tango improvvisato all’assaggio del mate.
 

La scelta di non visitare l’ex centro clandestino della Esma, poi, ieri, come chiesto dalle organizzazioni per i diritti umani in quanto rappresentante di un Paese che, all’inizio, appoggiò i militari, è stata interpretata come un segno di profondo rispetto per il dolore nazionale.

E le dichiarazioni delle ultime 48 ore puntano hanno ribadito l’impegno di Washington per una politica nuova nel Continente, all’insegna del rispetto e del riconoscimento della piena indipendenza. 

Guardare a Sud
La Casa Bianca sa che “fare i conti” con il passato, è un passaggio indispensabile perché gli Stati Uniti possano riprendere a “guardare a Sud”. Una priorità della geopolitica di Obama in questo momento.

L’acuirsi delle crisi in Medio Oriente ha fatto diminuire l’interesse americano per quell’area. Mentre l’Asia, nonostante gli sforzi degli ultimi anni, continua ad essere diffidente verso Washington. Da qui, la scelta di Obama di concentrare gli sforzi di fine mandato sull’America Latina. L’obiettivo è spianare la strada al proprio successore. Sempre che non sia Donald Trump. 

Allarme azzardo: in crescita tra gli adolescenti

Sab, 26/03/2016 - 00:16
Aumenta il numero di teenager che giocano d’azzardo in Italia.
Nel 2015 sono stati registrati oltre un milione di giocatori tra i 15 ed i 19 anni, l’8% egli studenti italiani, 60.000 in più dell'anno precedente.

È il primo anno di crescita dopo cinque di calo e la tendenza è trasversale per sesso, età e aree geografiche. Lo riferisce uno studio dell'Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa.

Dal 2014 al 2015 la percentuale è cresciuta dal 39 al 42%, con un 7% che riferisce di giocare 4 o più volte la settimana. Giocano in prevalenza i ragazzi, il 51% contro 32 delle femmine, anche se l'incremento maggiore è quello di quattro punti registrato fra le ragazze 16-17enni, dal 27% al 31%.
Anche il 38% dei minori scolarizzati (15-17 anni), circa 550.000 studenti, riferisce di aver giocato d'azzardo nel 2015 (erano il 35% nel 2014.

In calo dal 2010 la quota che gioca al Lotto/Superenalotto (dal 31 al 21%) e al poker texano (dal 27 al 18%), crescono invece i giocatori di Totocalcio/totogol (dal 10 al 29%) e Gratta e vinci (dal 63 al 69%).
Tra i maschi troviamo al primo posto le scommesse sportive (67%), le ragazze preferiscono il Gratta e vinci (79%).

Tra i posti preferiti dai giocatori, si stanno affermando le sale scommesse, frequentate dal 28%, mentre, pur mantenendo il primato, perdono di popolarità i locali pubblici non dedicati (bar, tabaccherie, pub), frequentati nel 2015 dal 37% contro il 44% del 2014 e addirittura il 61% del 201) e le abitazioni private (36% contro il 40% del 2010.
Il 48% dei giocatori virtuali usa il pc, il 35 lo smartphone, il 15 il tablet o accede tramite internet point.

Tra gli studenti che giocano, i ragazzi potenzialmente a rischio sono circa l'11% di coloro che hanno giocato denaro nell'ultimo anno. La percentuale di ragazzi già problematici) si assesta sull'8% dei giocatori. Quanto alle cifre, l'8% degli studenti giocatori dichiara di aver speso oltre 50 euro nell'ultimo mese, il 17% tra i 10 ed i 50 euro, mentre il 75% meno di 10 euro.

Dal punto di vista geografico, prevale il Meridione. La ricerca conferma infatti che si gioca di più al sud, dove il 48,8% hanno giocato almeno una volta negli ultimi dodici mesi contro il 43,5% al centro, l 36,8% nel nord-ovest e il 30,6 nel nord-est.

Raggi: «Acea, cambieremo». Il titolo crolla 

Sab, 26/03/2016 - 00:16
​Scoppia un caso politico attorno alle dichiarazioni di Virginia Raggi, candidata a sindaco di Roma per i Cinquestelle, a proposito dell’Acea, la Spa dell’energia della quale il Campidoglio è primo azionista con il 51%. Parlando domenica in Tv l’esponente "grillina" aveva preannunciato in caso di elezione un cambio del management ai vertici della multiutility capitolina, accusando gli attuali amministratori di «fare utili con l’acqua» e di non fare abbastanza investimenti. Frasi rimaste senza conseguenze fino a ieri, quando una società finanziaria, la Equita Sim, ha diffuso un report segnalando un «rischio politico» per Acea in vista del voto romano, al quale è seguita un’ondata di vendite in Borsa: il titolo ha chiuso a - 4,73% in una giornata di perdite relativamente contenute per Piazza Affari (-1,15%).  Vicenda che segnala come nella corsa al Campidoglio, i grillini godano dei favori del pronostico.


Oggi comunque il titolo è tornato in territorio positivo, ma a dare fuoco alla polemica è stato Il Messaggero, il quotidiano targato Caltagirone, imprenditore che è anche il secondo azionista della stessa Acea con oltre il 15%. «La Raggi parla e i romani perdono settantuno milioni», è il titolo dell’articolo che dava conto del tonfo azionario della multiutility capitolina e definiva «demagogiche e irresponsabili» le dichiarazioni rilasciate dalla candidata al Campidoglio (senza però ricordare l’interesse diretto dell’editore nella vicenda).


Subito dopo è sceso in campo il Pd romano, che ha aperto il fuoco lanciando l’hastag #raggiamari su Twitter rilanciando l'accusa alla candidata sindaco di avere danneggiato l'azienda. «Si candidano a governare Roma, ma pensano di giocare a Monopoli. 71 milioni persi per una frase di Raggi su Acea. Dilettanti allo sbaraglio, ha scritto in un messaggio il candidato a sindaco dei democratici, Roberto Giachetti.

Anche il commissario romano del partito, Matteo Orfini, è intervenuto parlando di «frasi a caso e incompetenza» della candidata, «un pericolo pubblico a 5 stelle». E il senatore Raffaele Ranucci ha invocato l’intervento dell’Antistrust per indagare sulla «evidente turbativa di mercato». Ma anche dal centrodestra stanno partendo attacchi contro la Raggi. Da parte sua la canditata cinquestelle tiene il punto e contrattacca: «Non arretriamo di un centimetro – ha scritto su Facebook –.  Del resto quando pesti i piedi ai poteri forti loro si ribellano. Prendiamo atto che Giachetti ha scelto di schierarsi al fianco di Caltagirone. Il M5S, invece, continua a stare dalla parte dei romani».

Lepri: la riforma non blocca la vera finanza sociale

Sab, 26/03/2016 - 00:16
«Finora, per trent’anni, abbiamo riconosciuto le singole dita. Invece con l’approvazione di questo provvedimento regoleremo il Terzo settore come se fosse una mano, composta da più dita, certo, ma che dovranno muoversi in modo coordinato».

Stefano Lepri, senatore del Pd e relatore del ddl delega sulla riforma del Terzo settore utilizza questa metafora per spiegare l’importanza di inquadrare fenomeni di grande valore - basti pensare al volontariato, alla cooperazione sociale o all’associazionismo di promozione sociale - in modo organico. Lepri, inoltre, non si mostra preoccupato per il rinvio a dopo Pasqua dell’esame del provvedimento da parte dell’Aula di Palazzo Madama: «Contiamo di arrivare all’approvazione definitiva del testo alla Camera al massimo entro la metà di maggio. Questo è l’obiettivo del Pd, della maggioranza e del governo. Sono convinto che riusciremo a centrarlo».
 
Ieri, però, è arrivato un altro slittamento. Da dove nasce il suo ottimismo?
Dal fatto che abbiamo già votato al Senato i primi cinque articoli e siamo praticamente a metà legge. Con i colleghi della Camera è stato fatto un lavoro congiunto, quindi non vedo una strada in salita.

Le opposizioni contestano in particolare l’articolo 6. Si sostiene che così le imprese sociali diventano «un ibrido» e si lamenta «l’assenza di controlli adeguati»...
È esattamente il contrario. Quello di 'impresa sociale' sarà una sorta di cognome che chiunque si impegnerà a sottostare a determinate regole potrà aggiungere al suo nome. In pratica, le Srl o le Spa che vorranno assumere questa qualifica potranno farlo, a patto che rispettino condizioni rigide: operare in attività di interesse generale, attenersi alle regole stabilite per la remunerazione del capitale... In pratica, verranno estesi vincoli già previsti per le coop. Paletti ancora più stringenti, invece, ci saranno per associazioni e fondazioni.

Che cosa cambierà al Senato rispetto alla versione del ddl uscita da Montecitorio?
Verranno cancellati alcuni passaggi che potevano creare confusione. Nel testo confezionato alla Camera c’erano criteri più flessibili che rischiavano di aprire le porte d’ingresso al 'quasi profit' o – peggio ancora – al 'profit mascherato'. Ciò non deve avvenire.

Fa discutere l’istituzione della 'Fondazione Italia sociale'. Perché a suo avviso sarebbe utile una struttura statale? Non è esiguo un capitale da un milione di euro visto che inizialmente si parlava di somme ben più elevate?
Lo scopo della Fondazione non deve essere tanto quello di utilizzare soldi pubblici. Piuttosto è un organismo pensato per attrarre le donazioni di imprese e cittadini – sotto forma di prestiti, erogazioni a fondo perduto o anticipazioni di capitale – destinate agli enti del Terzo settore. La Fondazione offrirebbe garanzie sia sulla destinazione pubblica delle risorse sia sull’elevato impatto sociale e occupazionale dei progetti realizzati.

All’interno dello stesso Terzo settore c’è chi manifesta delusione. Alcuni ritengono che con una riforma del genere, in realtà si sia persa l’occasione di far spiccare il volo a questo mondo facendo prevalere la paura di essere contaminati al coraggio di voler crescere. Perché, ad esempio, non è stata considerata abbastanza la finanza a impatto? 
La finanza, se vuole, può tranquillamente operare nel sociale. Dipende come lo fa e a quali condizioni. Del resto, le case di riposo per anziani già adesso sono a netta maggioranza gestite da privati che puntano al profitto. La riforma prevede alcuni strumenti innovativi come il crowdfunding. Non si stanno fermando forme d’investimento nuove. Semplicemente non si può avere la targhetta di impresa sociale – o comunque stare dentro il Terzo settore – e pretendere una remunerazione del capitale del 7, dell’8 o del 10%. Con l’aggiunta, magari, pure di incentivi fiscali.

Un’altra critica consiste nel fatto di aver confinato l’impresa sociale nel recinto del welfare, escludendo campi d’azione quali lo sport, l’agricoltura sociale o le energie rinnovabili. Si è osato poco?
Auspico che le imprese sociali siano sempre più presenti nel microcredito, nell’housing sociale, nello sport e in altri comparti 'nuovi'. È stato delegato il governo a indicare entro un anno i settori d’attività in cui si potrà operare. 

Addio a Cruijff, è salito in cielo il profeta del gol

Sab, 26/03/2016 - 00:16
«Ho la sensazione di andare sul 2-0 nella prima parte di un match che non è ancora finito, ma sono convinto di riuscire a vincere». Questo appena un mese fa era stato il grido di battaglia del grande Johan Cruijff. Ieri quel match, il più difficile che aveva dovuto affrontare nella sua vita, è finito.



A 68 anni se ne va per sempre una leggenda del calcio. Il precursore dell’attaccante moderno, l’uomo che negli anni Sessanta andava a velocità doppia, come un po’ tutta la sua Ajax, è stato costretto a fermarsi per colpa del cancro ai polmoni che lo pressava da tempo. Il “Tulipano volante” però continuerà a sbocciare continuamente nei ricordi che gli dedicheranno tutti i tifosi e gli innamorati del calcio. Come dimenticare quelle progressioni celestiali e il dribbling ubriacante del “Profeta del gol”?. Ha realizzato 402 gol in 716 partite il mitico n. 14 dei lancieri di Amsterdam, la città in cui era nato e dove si era consacrato calcisticamente.


Sul tetto d’Europa per tre volte con l’Ajax: tre edizioni di fila della Coppa dei Campioni dal 1970 al ’72. Leader massimo dell’Olanda. L’Arancia Meccanica che innestò il calcio totale del suo maestro, Rinus Michels, nella nazionale olandese. Johan, il rivoluzionario del football, è stato il punto di riferimento di una generazione che su un campo di calcio vide realizzare il progresso nell’«alta velocità» del gioco. Quella marcia in più e l'esplosività della "squadra corta" tutta votata all'attacco (persino i difensori) portò l’Olanda alla finale dei Mondiali del ’74, persi in casa della Germania.



Quattro anni dopo al Mundial di Argentina ’78 il maturo Cruijff, allora trentenne, era pronto a trascinare alla vittoria l’Olanda, ma  «per protesta contro la dittatura militare» non accettò di andare a giocare nel «Paese dei dittatori». La leggenda vuole che Cruijff non volò in Argentina perché infortunato, la storia vuole invece che non si presentò al Mundial per paura di un possibile rapimento. La verità è forse nella terza ipotesi: l’assoluta inadeguatezza a giocare in un’Argentina ostaggio del regime di Jorge Rafael Videla. Personaggio scomodo Johan, e terzo incomodo nella storia del calcio. «Meglio Maradona o Pelè?», è il tormentone ricorrente al Bar Sport. E in molti a questo enigma hanno sempre risposto con convinzione «meglio Cruijff». Genio assoluto il numero 14 rispetto ai due 10 mondiali sudamericani, vincitori di titoli iridati, mentre l’olandese non è mai riuscito a conquistarne uno in carriera. In compenso si è tolto molte soddisfazioni con l’Ajax e poi il Barcellona che comprò a peso d’oro il “Profeta del gol”: titolo omonimo del film-documentario sulla sua vita sportiva diretto da Sandro Ciotti.



Per il vecchio radiocronista, non c’erano dubbi: «Cruijff è stato il più grande di tutti». Giudizio sottoscritto anche dalla giuria specializzata che lo ha incoronato «secondo calciatore del XX secolo», dietro a Pelé. Per Gianni Brera non a caso re Johan era «il Pelé bianco». Cruijff insieme a Michel Platini e al suo figlioccio olandese Marco van Basten (che aveva lanciato all’Ajax), è il calciatore europeo che ha vinto più Palloni d’oro, tre: nel 1971, nel 1973 e nel 1974. Meglio di lui solo Messi, cinque palloni d’oro, del resto sul divino Leo aveva visto lungo portandolo bambino nella pregiatissima “cantera” del Barcellona che è cresciuta grazie all’occhio esperto di Cruijff. «Giocare a calcio è semplice, ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile che ci sia», è il primo comandamento che ha impartito ai suoi tanti allievi, ai quali ha sempre chiesto «dovete giocare prima di tutto per divertirvi e poi per vincere».



Con Cruijff si chiude una scuola di pensiero ancor prima che un’accademia calcistica. Ma resteranno per sempre le sue prodezze, il suo coraggio e anche quel pizzico di presunzione, tipico di tutti i geni, quando dietro una nuvola di fumo e il suo impermeabile bianco ammetteva: «Credo di essere immortale!». Piccoli lampi di pubblicità, e poi subito il ritorno alla meditazione, al silenzio. E nel vuoto silente in cui ci ha lasciati, ci piace pensare che prima di andarsene via da questa terra abbia provato davvero la gioia di passare sul 2-0 contro quella malattia con cui ha invitato fino all’ultimo (mettendoci la faccia negli spot contro il fumo che provoca il cancro) a lottare, per vincerla.

Fame e guerra: in Yemen 90% minori a rischio

Sab, 26/03/2016 - 00:16

Nello Yemen mancano cibo, medicine e carburante. Ogni giorno in media vengono uccisi o feriti sei ragazzi; i bambini non vanno più a scuola e sono sempre più spesso reclutati da gruppi armati. Il cessate il fuoco annunciato la scorsa notte è un segnale positivo ma la priorità deve essere una pace duratura, si legge in un comunicato diffuso da Save the Children.

Per 10 milioni di bimbi situazione disperata. "A un anno dall`intensificarsi del conflitto in Yemen, quasi il 90% dei bambini necessita di aiuti umanitari d`emergenza. Dieci milioni di bambini sono in una situazione disperata, che viene ampiamente ignorata. Un`intera generazione di bambini è stata abbandonata al proprio destino". Queste le parole con cui Edward Santiago, Direttore Generale di Save the Children in Yemen denuncia la drammatica condizione dei bambini nel Paese.

"Per milioni di loro, il terrore di attacchi aerei e dei bombardamenti e la distruzione di tutto ciò che li circonda sono ormai diventati parte della loro vita quotidiana e non possiamo permettere che questo continui", spiega Edward Santiago.

Il Paese più povero del Medio Oriente. Anche prima che l'attale crisi si aggravasse, lo Yemen era già il Paese più povero e meno sviluppato del Medio Oriente, ma ora le vite di migliaia di bambini sono a rischio se i combattimenti andranno avanti e la consegna di aiuti umanitari vitali e di forniture commerciali continuerà ad essere ostacolata
 
Il rapporto di «Save the Children». L`ultimo rapporto "Yemen`s Children Suffering in Silence" presentato da Save the Children, l`Organizzazione dedicata dal 1919 a salvare i bambini in pericolo e tutelarne i diritti, spiega come un anno di guerra abbia generato una crisi umanitaria tra le peggiori al mondo.

Manca la corrente per le incubatrici. "Il medico di un ospedale supportato da Save the Children a Sana`a ci ha raccontato che il mese scorso un neonato è morto durante un`interruzione di corrente che ha causato lo spegnimento delle incubatrici, perché mancava il carburante necessario a far funzionare i generatori ausiliari", spiega Santiago.

Servono antibiotici e bende sterili. "Le altre strutture sanitarie con cui lavoriamo stanno esaurendo materiali semplici come le bende sterili, gli antibiotici e lo iodio e tutte hanno visto raddoppiare, e in alcuni casi anche triplicare, i casi di malattie potenzialmente mortali in questi contesti come la malaria, la malnutrizione acuta grave, i problemi respiratori e la diarrea negli ultimi sei mesi".

Gravemente malnutrito 1 piccolo su 3. Un`analisi recente del Team Salute e Nutrizione di Save the Children a Sa`ada ha anche individuato una mancanza critica di alimenti terapeutici per il trattamento dei bambini malnutriti. "In Yemen un bambino su tre sotto i cinque anni soffre di malnutrizione acuta. Sono quasi 10 milioni quelli che non hanno accesso all`acqua potabile e più di otto milioni quelli che non possono ricevere cure sanitarie di base", spiega Santiago.

Ospedali costretti a chiudere. "Circa 600 ospedali e strutture sanitarie hanno dovuto chiudere perché danneggiati o privi di mezzi".

Bimbi traumatizzati. La crisi nello Yemen ha avuto un impatto psicologico devastante sui bambini: si stima che ogni giorno ne vengano uccisi o feriti in media sei e, nel corso del 2015, quando gli ordigni esplosivi venivano utilizzati in aree popolate, il 93% delle vittime erano civili. "Secondo una ricerca di Save the Children che ha coinvolto 150 bambini nel governatorato di Aden e Lahj, il 70% dei bambini soffre di sintomi associati a sofferenza e traumi, tra cui ansia, bassa autostima, sentimenti di tristezza e mancanza di concentrazione", spiega Santiago.

Minori reclutati da bande armate. "I bambini, poi, sono sempre più spesso reclutati da gruppi armati, vengono rapiti, tenuti in detenzione e rischiano la vita a causa delle migliaia di mine che sono state disseminate di recente".

Scuole chiuse o trasformate in rifugi. Quasi la metà dei bambini in età scolare nello Yemen non accede all`istruzione, visto che gli attacchi alle scuole si susseguono al ritmo di due a settimana e più di 1.600 istituti sono stati chiusi o vengono utilizzati come rifugi di emergenza per le famiglie costrette ad abbandonare le loro case.

Francia, scontro tra minibus e camion: 12 morti

Sab, 26/03/2016 - 00:16
Il bilancio è tragico: 12 morti e 2 camionisti italiani feriti. Un minibus proveniente dalla Svizzera e diretto in Portogallo si è schiantato nella notte contro un camion in Francia: sono morti tutti i passeggeri, portoghesi che tornavano nel loro Paese per il week-end pasquale, mentre i due autisti del camion, entrambi italiani, sono rimasti feriti, ma non rischiano la vita.
L'incidente è avvenuto poco prima della mezzanotte nel comune di Montbeugny, vicino la città di Moulins, nell'Allier su una strada secondaria. Per una causa ancora da chiarire, il pullmino è finito fuori strada e ha colpito il camion che proveniva dalla direzione frontale: l'impatto è stato violentissimo, hanno riferito le autorità.
L'autista del minibus e i due italiani sono feriti ma le loro condizioni non sono gravi. Il test per la misurazione alcolemica dell'uomo al volante del minibus è risultato negativo. La strada su cui è avvenuto l'incidente - la statale 79, parte del famoso CEAR (Route Centre Europe Atlantique, che attraversa la Francia da est a ovest) è considerata molto pericolosa: "È piuttosto monotona, il limite di velocità è a 90km orari: ci sono quelli impazienti, ma anche quelli che corrono. Gli incidenti sulla stra non sono rari e spesso si tratta di camion che travolgono automobili e incidenti che coinvolgono diversi feriti".
Le autorità francesi hanno istituito un numero verde per i parenti delle vittime (0033 (0) 811 00 06 03).

Bartuccio, sindaco coraggio (non più solo)

Sab, 26/03/2016 - 00:16
«Da questa mattina mi ripeto che la veritá non ha paura. Io devo solo dire la verità». Con questa convinzione Nino Bartuccio, ex sindaco di Rizziconi, ha affrontato la sua testimonianza contro il potente e violentissimo clan 'ndranghetista dei Crea.

Due ore per confermare le accuse che quasi due anni fa avevano fatto scattare l'"operazione deus", una scelta che per Bartuccio, e la famiglia, ha voluto dire vivere sotto scorta e coi soldati armati davanti a casa. Una scelta condivisa dalla famiglia. Al suo fianco nell'aula bunker di Palmi c'è la moglie. E i due giovani figli, ci racconta, «malgrado il giorno di vacanza si sono alzati presto, mi hanno abbracciato e mi hanno detto "in bocca al lupo papà"». In aula lo attende la schiera di avvocati degli imputati. Alcuni degli esponenti del clan sono nelle gabbie, mentre collegati in videoconferenza dalle carceri dove si trovano al 41bis sono il boss Teodoro Crea e il figlio Giuseppe, catturato lo scorso 29 gennaio dopo una latitanza di dieci anni.

Il sindaco Bartuccio con i ragazzi di Libera e i sindaci di Avviso pubblico

Ma questa volta c'è un'importante novità. A sostenere Bartuccio, il primo sindaco calabrese a testimoniare contro un clan, c'è anche la societá civile. Non era mai successo. Ci sono i ragazzi del Coordinamento di Libera della Piana di Gioia Tauro, i rappresentanti dei Lions, i sindaci di Polistena Michele Tripodi e Cittanova Francesco Cosentino, il vicesindaco di Cinquefrondi e consigliere provinciale Giuseppe Longo in rappresentanza di Avviso pubblico, l'associazione tra comuni per la lotta alle mafie.

E ancora il primo cittadino di Melicucco, Francesco Nicolaci e il presidente della Commissione antimafia regionale, Arturo Bova. Una presenza molto importante, segno di un cambiamento, e Bartuccio ringrazia tutti. Ma a ringraziare sono anche i responsabili delle Forze dell'ordine che hanno condotto l'inchiesta e che in queste presenze vedono rafforzato il loro lavoro.
Ma ora tocca alla lunga testimonianza. Si comincia dalle minacce arrivate giá nel momento della preparazione delle liste elettorali all'inizio del 2010. «C'erano forti pressioni - racconta rispondendo alle domande del pm Luca Miceli - per far entrare alcuni che noi non volevamo. Perché erano espressione di certi ambienti vicini alla criminalità organizzata del paese. Noi rifiutammo energicamente quelle che erano delle imposizioni». Una posizione netta, ferma. Al punto che un giorno, rivela Bartuccio, «venne un mio cugino a dirmi che era preoccupato di quello che stavo per fare. "Poi verranno a chiederti...". Ma io gli risposi con fermezza che non volevo avere nulla a che fare con certa gente». La replica fu esplicita. «Vedi come Peppe ha ammazzato il figlio di Pasquale Inzitari...». Un riferimento drammatico. Peppe è Giuseppe Crea, fortemente sospettato dell'uccisione il 5 dicembre 2009 del diciottenne Francesco Inzitari per vendicarsi del padre Pasquale, imprenditore e politico. «Per me era inequivocabile - ricorda ancora l'ex sindaco - ma risposi nuovamente che non avrei dato nessuno spazio a questa gente». Anche se aveva saputo da un amico che «U murcu (soprannome di Teodoro Crea), aveva chiesto informazioni su di me». E una volta eletto continuano le pressioni, come quando decide di trasferire una dipendente comunale che, asssunta come operaia, era finita a fare l'impiegata all'ufficio lavori pubblici. «Mi dissero che non potevo farlo perchè non lo voleva Antonio Crea "U malandrino", nipote del boss». Ma il trasferimento ci fu. Arrivarono poi le pressioni, sempre da parte dei Crea, per assumere "persone bisognose" o per l'affidamento della sorveglianza alla centrale elettrica "Rizziconi energia". «Una vicenda nella quale il comune non aveva alcun ruolo e oltretutto io avevo subito chiarito che, diversamente dal passato, noi non avremmo mai chiesto favori personali alla società ma fatto solo l'interesse dei cittadini».

E anche qui arriva il messaggio del clan, in particolare del solito Giuseppe Crea, intressato a una ditta che voleva ottenere il lavoro. Dal sindaco una netta opposizione. «Dissi che il comune non se ne sarebbe mai occupato. Mi avvicinò Domenico Crea detto "scarpa lucida" e con tono minaccioso mi disse che avevo fatto qualcosa che non dovevo fare. "Tu sai a chi interessa quella società". Io gli risposi in modo energico». Ma è solo l'inizio. Pressioni e minacce vanno avanti fino a quando Bartuccio nell'aprile 2011 viene sfiduciato dalla sua stessa maggiornza. A volere le sue dimissioni era stato proprio Crea. Ma di questo Bartuccio parlerà nelle prossime udienze. Per quella di oggi è soddisfatto. «È andata. Davvero la veritá non ha paura. Altrimenti che lasciamo ai nostri figli?». E abbraccia teneramente la moglie.

 

Addio, Serena ed Elisa: «L'amore lenisce il dolore»

Sab, 26/03/2016 - 00:16
È la giornata dell’ultimo saluto per Serena ed Elisa, due delle sette ragazze italiane morte a Tarragona, in Spagna, a seguito del terribile incidente di domenica scorsa che ha coinvolto l’autobus su cui stavano viaggiando. Due comunità, dunque, si fermano oggi a Torino e a Roma per i funerali delle studentesse che stavano seguendo il progetto Erasmus. Ieri era toccato a Genova rendere omaggio a Francesca Bonello.





I funerali di Serena (di Danilo Poggio)
La mamma che abbraccia in lacrime per alcuni minuti la bara della figlia sul sagrato della chiesa della Gran Madre di Dio è l'immagine più significativa del dolore che cerca una risposta. Il funerale di Serena Saracino, la studentessa morta nell'incidente di Terragona, è iniziato nel più assoluto silenzio.

L'intera città in lutto, con il sindaco Fassino e il presidente della Regione Piemonte Chiamparino, si è stretta attorno ai genitori, che piangono la loro figlia unica: avrebbe compiuto 23 anni proprio il giorno di Pasquetta. Appoggiate alle colonne della facciata, tre corone di rose, margherite e gerbere e una foto che la ritrae sorridente. Più in basso, alla base della scalinata, i fiori degli amici e dei compagni dell'università. Un dolore composto, riservato, tipicamente piemontese, che, però, interroga nel profondo.

”In questi giorni – ha detto nell'omelia l'arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia - ho pensato più volte a quali parole di conforto e di speranza avrei potuto dire alla famiglia di Serena e a tanti suoi amici universitari, alla nostra comunità, in una circostanza così tragica e dolorosa. No, non ci sono parole umane che possano alleviare questa grande sofferenza; solo gesti di amore possono lenire il dolore; solo il silenzio e la preghiera possono accompagnare questi momenti”.
 
Le tragedie “ci costringono a riflettere seriamente sul senso della vita e della morte, sulla precarietà della nostra esistenza, dove l'errore umano è  sempre alla porta e può dominare anche le situazioni più normali e quotidiane”, ma il pensiero corre alla Pasqua: “Dell'amore indistruttibile, che lega i discepoli a Cristo vincitore della morte – ha detto ancora mons. Nosiglia - gode ora Serena. E sono certo che i suoi sogni infranti e le aspettative sul suo futuro, anche come farmacista, non andranno perduti, perché tutte le nostre opere e i desideri di bene ci seguiranno anche nella vita futura e faranno parte della nostra gioia per sempre”.
 
E accanto all'arcivescovo, c'era il direttore della Pastorale diocesana per i giovani, don Luca Peyron, e il parroco, don Alessandro Menzio, che ben ricordava la ragazza: "Voleva fare la farmacista per aiutare le persone più fragili, era davvero un'anima bella".

Poco dopo il funerale, nel primo pomeriggio, a bordo di un Falcon dell'Aeronautica Militare, è arrivata in città l'altra studentessa torinese coinvolta nell'incidente di Terragona, Annalisa Riba. Le sue condizioni sono in netto miglioramento: "Sta bene, ha sopportato bene il viaggio ed è serena. La frattura cervicale – spiega Maurizio Berardino, primario del pronto soccorso dell'ospedale Cto di Torino - è ben allineata, si prevede che possa continuare col tutore che le è stato posto, non c'è nessuna necessità di intervento chirurgico. Non ci sono segni neurologici. Serviranno soltanto un paio di mesi per il recupero".

I funerali di Elisa
Celebrazioni nella basilica dei santi Pietro e Paolo, nella Capitale, per Elisa Scarascia Mugnozza, che sognava di diventare medico chirurgo. Fiori bianchi sulla bara della studentessa di Medicina che frequentava l'Università Sapienza di Roma e proveniva da una famiglia di accademici.

 


 

“Francesca, sei stata un inno alla vita”

Erano in 2mila ieri a Genova per l’omaggio a Francesca Bonello. Padre Francesco Cavallini, che ha seguito il cammino di fede della giovane, nell’omelia ha parlato di Francesca come di “un inno alla vita, che ha saputo vivere in pienezza”. Grande la commozione tra i presenti, che in questa settimana hanno mostrato grande vicinanza alla famiglia. Per il cardinale Angelo Bagnasco, “chi torna a Dio non esce di casa. Stiamo camminando come pellegrini dalla terra al cielo perché sappiamo che, giovani o meno giovani, siamo impastati di una grande nostalgia di bellezza e di vita che non hanno tramonto”.

Il rientro delle altre salme

È atterrato intanto all'aeroporto militare di Pisa l'aereo con le salme di Valentina Gallo, Elena Maestrini, Lucrezia Borghi e Elisa Valent, le altre quattro studentesse morte in Spagna. Ad abbracciare le famiglie e a portare il cordoglio delle istituzioni, tra gli altri, il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, e il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi. Quanto alle indagini, il conducente dell’autobus avrebbe dovuto comparire ieri davanti a un giudice per un interrogatorio, ma il confronto è stato rinviato perché l’uomo ha avuto dei problemi polmonari ed è stato ricoverato in ospedale.

Genocidio, Karadzic condannato a 40 anni

Sab, 26/03/2016 - 00:16
La data non è casuale: oggi, 17 anni fa, iniziavano i bombardamenti della Nato su Belgrado e sulla Serbia di Slobodan Milosevic. E proprio oggi i giudici del Tribunale internazionale dell'Aja per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia hanno riconosciuto Radovan Karadzic, ex leader dei serbi in Bosnia, colpevole di genocidio per il massacro di Srebrenica in cui furono uccisi 8mila musulmani. E lo hanno condannato a 40 anni di carcere.

Karadzic è stato giudicato "penalmente responsabile" di omicidio, attacco ai civili e di avere terrorizzato Sarajevo nei 44 mesi di assedio della città. I giudici lo hanno riconosciuto colpevole di crimini contro l'umanità, anche per omicidio e persecuzione, nelle municipalità della Bosnia. Lo hanno invece prosciolto dall'accusa di genocidio (aveva 2 imputazioni per genocidio) in relazione alle municipalità, per prove insufficienti.

La sentenza è stata letta nel primo pomeriggio di oggi nella sede del Tribunale all'Aja, nei Paesi Bassi, e arriva a conclusione di un processo durato 6 anni.

In Bosnia c'era grande attesa per il verdetto. Karadzic, ex leader politico dei serbi di Bosnia, era accusato di genocidio, crimini contro l'umanità e violazione delle leggi e costumi di guerra, ai danni di musulmani e croati bosniaci durante la guerra del 1992-95.

Erano presenti in aula le associazioni delle vittime, tra le quali le Donne e le Madri di Srebrenica, gli ex Detenuti dei campi di concentramento, le Donne vittime di guerra, i Genitori dei bambini uccisi: in tutto circa 150 persone giunte dalla Bosnia, assieme a 200 giornalisti, 50 diplomatici e 100 insegnanti, ricercatori e rappresentanti della società civile.

L'ex presidente della repubblica serba di Bosnia era accusato per il genocidio di Srebrenica e di altri sette comuni del Paese (Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik), per l'assedio di Sarajevo e anche per aver utilizzato 284 caschi blu dell'Onu come scudi umani.

Karadzic fu arrestato nel luglio 2008, dopo 12 anni di latitanza e il processo a suo carico è iniziato nell'ottobre del 2009.

Sciopero poligrafici, neanche Avvenire in edicola

Sab, 26/03/2016 - 00:16
Domani, venerdì 25 marzo, Avvenire come quasi tutti gli altri quotidiani non potrà essere in edicola a causa dello sciopero nazionale dei lavoratori poligrafici aderenti alle federazioni di Cgil, Cisl e Uil, che nella giornata di oggi, giovedì 24 marzo, ne ha impedito la lavorazione e la stampa. La continuità dell'informazione ai lettori è garantita dal nostro sito www.avvenire.it che in queste ore viene aggiornato come di consueto.

La decisione dei sindacati poligrafici – particolarmente penalizzante perché cade nella settimana santa di preparazione alla Pasqua e in un momento di drammatici eventi internazionali – origina da una vertenza in atto nel gruppo Caltagirone, editore de Il Mesaggero, Il Mattino, Il Gazzettino e Il Corriere Adriatico, che ha comportato il passaggio di alcune decine di dipendenti dal contratto dei Poligrafici a quello del Commercio.

Da parte sua la Fieg, Federazione italiana editori giornali, lamenta i «danni rilevanti a tutte le aziende editoriali» che derivano dallo sciopero nazionale, «peraltro proclamato a fronte di una singola vertenza».