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La “vetrina” di Avvenire.it: le notizie principali, gli approfondimenti, le nostre inchieste, multimediaL'inutile strage cent'anni dopo

Ma nessun nome manca
Cento anni fa in questo stesso giorno di maggio incominciarono a morire 1.240.000 italiani, 651.000 soldati e 589.000 civili, uomini e donne. E presero a moltiplicarsi le vittime tra i nostri "nemici" austroungarici: infine 1.567.000 morti, due terzi in divisa, 400.000 sul solo fronte italiano.

Da dieci mesi, dal luglio 1914, altri 34 milioni di europei (e di colonizzati dagli europei, e di loro alleati) avevano già preso a cadere uccisi o feriti sui campi di battaglia non solo militari della «Grande Guerra».

Conclusione del nostro Risorgimento, come c’è stato a lungo insegnato. Incubatrice e prologo del tempo oscuro dei totalitarismi nazionalisti e internazionalisti, della disumanità eretta a sistema di potere assoluto.

Principio del gigantesco e, di fatto, ininterrotto conflitto che nel corso del Novecento ha cambiato, sfigurato e ricomposto il volto del nostro continente e rivoluzionato gli equilibri mondiali.

Guerra spietata, come tutte, eppure persino più mostruosa. Fucina di orrori che non possono essere dimenticati e che pure si è tentato di occultare e negare, magari sublimandoli e distillandoli in pura retorica. Drammi dai quali ancora stentiamo a trarre una definitiva lezione di civiltà e pace.

Eppure è oggi chiaro che in questo stesso giorno di maggio, cento anni fa, l’Italia gettò se stessa nell’immane carneficina che papa Benedetto XV, il 1° agosto 1917, bollò come «inutile strage». Parola di padre e di profeta, capace di dare cittadinanza morale alle «aspirazioni dei popoli» e all’idea del «disarmo» come fonte di «vantaggi immensi» per persone e nazioni.
 
Tesoro di consapevolezza che decenni dopo, nel 1950, in un altro maggio, spinse il francese Schuman, il tedesco Adenauer e l’italiano De Gasperi – tre grandi statisti e cristiani che quella "visionaria" parola di pace avevano compreso e le tremende sciagure belliche sperimentato – a dar vita alla Comunità del carbone e dell’acciaio, embrione dell’Europa unita. E vennero settant’anni di pace, difficile ma sempre più vera. E venne la progressiva condivisione dei confini e delle "ricchezze" per cui ci si era massacrati nell’«inutile strage».

Questo è il pensiero di oggi. Il primo, accanto alla memoria di ogni vittima, senza distinzione di patria e di bandiera. Perché, come cantò Ungaretti «nel cuore nessuna croce manca». E nessun nome.

/Commenti/Pagine/Ma-nessun-nome-manca.aspx23/05/2015 23.04.34Romero è beato, festa il 24 marzoMonsignor Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso nel marzo del 1980 mentre celebrava la messa, è stato proclamato beato nella cerimonia presieduta dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, nella Piazza Salvatore del Mondo di San Salvador. La sua festa sarà il 24 marzo, giorno della morte.

La lettera apostolica di papa Francesco, letta in latino e spagnolo durante la cerimonia, precisa che la figura del beato Romero sarà ricordata ogni 24 marzo, "la data in cui è nato al Cielo", ossia nella quale è stato ucciso da un cecchino per aver denunciato le violazioni dei diritti umani da parte della dittatura militare che governava allora il paese centroamericano.

Monsignor Oscar Romero è stato un “vescovo martire” capace di “vedere e ascoltare la sofferenza del suo popolo”. È uno dei passaggi dell'appassionata lettera inviata da Papa Francesco all’arcivescovo di San Salvador, monsignor José Luis Escobar Alas, in occasione della Beatificazione di monsignor Romero. “La voce del nuovo Beato – scrive Francesco – ricorda a ognuno di noi che la Chiesa non può avere alcuna divisione”.

“Un esempio dei migliori figli della Chiesa” che seppe costruire la pace “con la forza dell’amore” fino all’estremo sacrificio della vita. Papa Francesco ricorda così monsignor Romero in un messaggio per la Beatificazione del “vescovo martire” del Salvador.

Vescovo martire seppe guidare e proteggere il suo gregge

Immagine di Cristo Buon Pastore, prosegue il Papa, in “tempi di difficile convivenza”, monsignor Romero “ha saputo guidare, difendere e proteggere il suo gregge, rimanendo fedele al Vangelo e in comunione con tutta la Chiesa”. Il suo ministero episcopale, scrive Francesco, “si è distinto per una particolare attenzione ai più poveri e agli emarginati” e al momento della morte, “mentre celebrava il Santo Sacrificio dell’amore e della riconciliazione, ha ricevuto la grazia di identificarsi pienamente con Colui che diede la sua vita per le proprie pecore”.

Romero ci ricorda che nella Chiesa non devono esserci divisioni

In questo giorno di festa per la nazione salvadoregna e i Paesi latinoamericani, prosegue la lettera, “rendiamo grazie a Dio perché ha concesso al Vescovo martire la capacità di vedere e di udire la sofferenza del suo popolo ed ha plasmato il suo cuore affinché, in suo nome, lo orientasse e lo illuminasse, fino a fare del suo agire un esercizio pieno di carità cristiana”. La voce del nuovo Beato, sottolinea il Papa, “continua a risuonare oggi per ricordarci che la Chiesa, convocazione di fratelli attorno al loro Signore, è famiglia di Dio, dove non ci può essere alcuna divisione”. E soggiunge che “la fede in Gesù Cristo, correttamente intesa e assunta fino alle sue ultime conseguenze, genera comunità artefici di pace e di solidarietà”. A questo, è l’esortazione di Francesco, “è chiamata oggi la Chiesa a El Salvador, in America e nel mondo intero: a essere ricca di misericordia, a divenire lievito di riconciliazione per la società”.

Il nuovo Beato ci aiuti a costruire un futuro di pace e riconciliazione

Monsignor Romero, scrive ancora il Papa, “c’invita al buon senso e alla riflessione, al rispetto per la vita e alla concordia”, a rinunciare alla violenza e all’odio. Monsignor Romero, soggiunge, “con cuore di padre, si è preoccupato delle ‘maggioranze povere’, chiedendo ai potenti di trasformare ‘le armi in falci per il lavoro’”. Tutti, è l’invito del Pontefice, “trovino in lui la forza e il coraggio per costruire il Regno di Dio e impegnarsi per un ordine sociale più equo e degno”. “È il momento favorevole per una vera e propria riconciliazione nazionale – conclude la lettera – dinanzi alle sfide che si affrontano oggi”. Il Papa assicura dunque le sue “preghiere, affinché germogli il seme del martirio e si rafforzino lungo i cammini veri i figli e le figlie di questa nazione, che si gloria di portare il nome del divino Salvatore del mondo”.
/Chiesa/Pagine/lettera-papa-francesco-beatificazione-romero.aspx23/05/2015 23.04.34L'Italia in preghiera per i martiri contemporanei

Quella di sabato è la notte della preghiera per i martiri contemporanei. Per i cristiani perseguitati. Una notte nel segno della Chiesa “martire” che mobilita l’Italia, ma varca anche i confini della Penisola trovando sponda in numerose comunità cristiane sparse per il mondo.

La Cei ha chiesto di dedicare la Veglia di Pentecoste ai «martiri nostri contemporanei». E la risposta della Chiesa italiana è stata corale. Da Nord a Sud, il Paese vive questo gesto concreto di «vicinanza» ai «fratelli» e alle «sorelle» vessati e uccisi a causa della fede in Cristo e fa proprio il monito a «rompere il muro dell’indifferenza e del cinismo». Un’iniziativa che ha avuto eco anche nella Rete grazie all’hashtag #free2pray («liberi di pregare») lanciato per raccogliere le testimonianze e presentare le proposte.

Nella diocesi di Roma sono in programma diverse veglie di preghiera dedicate ai martiri contemporanei. Accanto alle celebrazioni che si svolgeranno nelle prefetture e nelle singole parrocchie di Roma, le comunità del settore Centro si ritrovano insieme al vescovo ausiliare Matteo Zuppi nella basilica dei Santi Apostoli, alle 20.30. Invece, a San Bartolomeo all’Isola Tiberina, santuario dei martiri contemporanei che contiene, tra le varie testimonianze, il Messale dell’arcivescovo Romero si svolge la veglia organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio.

Anche le parrocchie dell’arcidiocesi di Milano aderiscono all’iniziativa. «L’atteggiamento con cui vivere la Veglia, attraverso la sensibilizzazione verso la situazione dei nostri fratelli perseguitati – spiega il vicario generale, il vescovo Mario Delpini – è quello della testimonianza. Una dimostrazione di come i cristiani non vogliano mai cedere alla vendetta, rafforzando, anzi, il coraggio di soffrire, secondo la straordinaria testimonianza del martirio». A Firenze viene recitato il Rosario alle 18.30 nella parrocchia della Regina della Pace in risposta all’appello della Cei, mentre a Torino è l’arcivescovo Cesare Nosiglia a guidare la preghiera nel Duomo.

Nella Cattedrale di Perugia la Veglia ha uno stile ecumenico e coinvolge anche i rappresentanti delle comunità ortodosse ed evangeliche presenti nel capoluogo umbro. «In questo nostro tempo – dichiara l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, il cardinale Gualtiero Bassetti – il legame più forte fra le diverse confessioni è rappresentato dalla martyria. Essa è seme di unità fra i discepoli del Risorto perché rimanda all’unica fede in Cristo». Al termine della Veglia vengono collocati nella piazza davanti al Duomo cinquanta lumini, uno per ciascun Paese nel quale i cristiani subiscono discriminazioni e persecuzioni.

Nella Cattedrale di Bologna la preghiera per i cristiani perseguitati è animata dalle aggregazioni laicali. «La vittoria di Cristo, già accaduta sulla Croce – afferma il cardinale arcivescovo Carlo Caffarra – continua nel tempo e si rende presente oggi attraverso i martiri».

In settecento sono presenti alla partenza del cammino al Sacro Monte di Varese guidato dal nunzio apostolico in Libano, l’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia. Testimone delle persecuzioni dei cristiani in Medio Oriente, il presule cresciuto a Cavaria, nel Varesotto, ripercorre la tragedia delle migliaia di profughi siriani che cercano rifugio in Libano: «Sono stati sradicati dai miliziani dello Stato Islamico. Le loro chiese e i loro luoghi di culto sono stati violati, le case fatte saltare in aria, le strade imbottite di mine».

E così via. Ci vorrebbe un libro intero per raccontare questa mobilitazione di popolo, unito nella preghiera a Dio perché ci doni la libertà di pregarlo.

/Chiesa/Pagine/Cristiani-perseguitati-lItalia-unita-nella-preghiera.aspx23/05/2015 23.04.34Il Papa: welfare infrastruttura di sviluppo​Nel mondo globale “inedite sono l’ampiezza e la velocità di riproduzione delle disuguaglianze”. “Non possiamo permetterlo! Dobbiamo proporre alternative eque e solidali che siano realmente praticabili”. Così papa Francesco si è rivolto questa mattina in Vaticano alle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani), ricevute in udienza nell’aula Paolo VI per il 70° anniversario dell’associazione. È il lavoro il filo conduttore della riflessione del Papa, un lavoro che quando manca “toglie dignità, impedisce la pienezza della vita umana e reclama una risposta sollecita e vigorosa contro questo sistema economico e mondiale dove al centro non è l’uomo e la donna, ma un dio, il dio denaro!”, che “distrugge e provoca quella cultura dello scarto”.

Una cultura dello scarto - ha rimarcato a braccio - per la quale “i bambini non si fanno, si sfruttano o si uccidono prima di nascere”, “gli anziani non hanno cure dignitose, non hanno medicine, hanno pensioni miserabili”, i giovani - con l’oltre 40% di disoccupazione in Italia - “sono un sacrificio che questa società mondana ed egoista offre al dio denaro”.  Dobbiamo far sì che, attraverso il lavoro” - il “lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale” di cui parla l’Evangelii gaudium - “l’essere umano esprima e accresca la dignità della propria vita"  ha affermato papa Francesco. Il lavoro libero - contrapposto a quello “succube di oppressioni a diversi livelli” - è quello attraverso il quale “l’uomo, proseguendo l’opera del Creatore, fa sì che il mondo ritrovi il suo fine: essere opera di Dio che, nel lavoro compiuto, incarna e prolunga l’immagine della sua presenza nella creazione”.
 
“Dobbiamo far sì - l’appello di Bergoglio - che il lavoro non sia strumento di alienazione, ma di speranza e di vita nuova”. Il lavoro, poi, sia “creativo”, ossia permetta all’uomo “di esprimere in libertà e creatività alcune forme d’impresa, di lavoro collaborativo svolto in comunità che consentano a lui e ad altre persone un pieno sviluppo economico e sociale”. “Ogni uomo e donna è poeta, è capace di creatività”, ha aggiunto papa Francesco, sottolineando che “non possiamo tarpare le ali a quanti, in particolare giovani, hanno tanto da dare con la loro intelligenza e capacità”. In terzo luogo, il “lavoro partecipativo”, che chiede all’uomo di esprimersi secondo la logica “relazionale”, vedendo “sempre nel fine del lavoro il volto dell’altro e la collaborazione responsabile con altre persone”. No, quindi, a “una visione economicista” dove “il lavoro perde il suo senso primario di continuazione dell’opera di Dio”.

Infine, il “lavoro solidale”, che richiama l’impegno delle Acli, i cui circoli “possono essere luoghi di accoglienza e di incontro”. “Ma poi - ha aggiunto Bergoglio - bisogna anche dare strumenti e opportunità adeguate”, impegnandosi verso “nuovi percorsi d’impegno e di professionalità”. Libertà, creatività, partecipazione e solidarietà, “caratteristiche” che “fanno parte della storia delle Acli”. “Oggi più che mai - ha precisato - siete chiamati a metterle in campo, senza risparmiarvi, a servizio di una vita dignitosa per tutti”.                     

"È una importante battaglia culturale quella di considerare il welfare una infrastruttura dello sviluppo e non un costo", ha concluso il Papa. "La proposta di un sostegno non solo economico alle persone al
di sotto della soglia di povertà assoluta, che anche in Italia sono aumentate negli ultimi anni, può portare benefici a tutta la società"./Chiesa/Pagine/udienza-papa-Acli.aspx23/05/2015 23.04.34Il referendum in Irlanda, passano le nozze gay​Gli irlandesi hanno detto sì alle nozze gay. Lo hanno annunciato esponenti di entrambi gli schieramenti impegnati nel referendum di venerdì 22 maggio.

"C'è una chiara vittoria per il campo del sì", ha detto
David Quinn, direttore dell'Istituto Iona, gruppo per la difesa dei valori cattolici, mentre sono ancora in corso le operazioni di spoglio delle schede.

L'Irlanda si appresta a diventare il 22esimo Paese in cui gli omosessuali hanno diritto a sposarsi, il primo al mondo in cui si approva la riforma tramite referendum. 

Con lo spoglio delle schede ancora in corso, il governo ha anticipato la notizia che il sì si è imposto nettamente, fino al 60%. Il ministro della Salute, Leo Varadkar, ha parlato di "giornata storica", mentre il premier Enda Kenny ha aggiunto che si tratta di "un messaggio pionieristico".

"È una rivoluzione sociale". Con queste parole l'arcivescovo di Dublino e Primate d'Irlanda, Diarmuid Martin, ha definito la ormai sicura vittoria del sì. "La chiesa ora deve fare i conti con la realtà", ha aggiunto. I vescovi irlandesi avevano lanciato un appello chiedendo di rispettare i valori della famiglia tradizionale.

I risultati ufficiali del referendum ancora non ci sono. Lo spoglio delle schede nelle 43 circoscrizioni è iniziato alle 9 di questa mattina (le 10 in Italia). In serata i sì si attestavano attorno al 62,2 per cento, stando ai risultati definitivi dello spoglio delle schede in 29 dei 43 collegi elettorali in cui si è votato per il referendum. Il no si attesta attorno al 37,8%. Al
momento in un solo collegio è stata registrata una maggioranza di
no.

La consultazione popolare ha approvato un emendamento
all'articolo 41 della Costituzione del 1937 con la nuova formula secondo cui "il matrimonio può essere contratto per legge da due persone, senza distinzione di sesso".

La campagna per il sì è stata sostenuta dalle maggiori forze politiche anche gli esponenti più conservatori del Fianna Fail e del Fine Gael del premier Kenny hanno tenuto un basso profilo, specialmente quelli provenienti dalle aree rurali. 

I Paesi europei che fino ad oggi non hanno previsto alcun
tipo di tutela per le coppie omosessuali restano nove: Italia,
Grecia, Cipro, Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Bulgaria
e Romania.

/Mondo/Pagine/nozze-gay-irlanda.aspx23/05/2015 23.04.34Anniversario Falcone, Mattarella: stop alla mafia

Palermo «chiama Italia» e oggi oltre 40.000 studenti di tutto il Paese, e un centinaio di ragazzi provenienti da Europa e Stati Uniti, risponderanno unendosi in un unico coro nel ricordo delle stragi di Capaci e Via D'Amelio. "Palermo chiama Italia" è il titolo della manifestazione organizzata dalla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, in collaborazione con la Direzione Generale per lo Studente del ministero dell'Istruzione, in occasione del 23mo anniversario della morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L'iniziativa quest'anno si estende a tutto il Paese. Non si svolgerà solo a Palermo, ma anche in diverse piazze italiane in cui cittadini e studenti saranno presenti per dare testimonianza del loro impegno per la legalità.

A Palermo, l'evento principale si è svolto nell'aula bunker del carcere Ucciardone, quella del maxiprocesso alla mafia. Qui, dalle 9.30 alle 12.30, si è svolta la cerimonia istituzionale alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, del presidente del Senato Pietro Grasso, del ministro dell'Istruzione Stefania Giannini, del ministro della Giustizia Andrea Orlando, del Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti, del presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri, del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura.

Mattarella: elimineremo la mafia. "Noi siamo qui, anzitutto, per dire che la mafia può essere sconfitta. Siamo qui per rinnovare una promessa: batteremo la mafia, la elimineremo dal corpo sociale perché è incompatibile con la libertà e l'umana convivenza" ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. "I nomi, i volti, gli esempi di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino sono indissolubilmente legati dal comune impegno e dai valori che hanno testimoniato e dalla coraggiosa battaglia, per legalità e democrazia, che hanno combattuto, affidando a tutti noi il compito di proseguirla" ha aggiunto. "Per battere il cancro mafioso bisogna affermare la cultura della Costituzione, cioè del rispetto delle regole, sempre e dovunque, a partire dal nostro agire quotidiano" ha sottolineato il presidente della Repubblica, ricordando che la mafia è una zavorra non solo per il Sud ma per tutta l'Italia e aggiungendo che "nella partita tra Stato e anti-Stato va sempre messo in chiaro che lo Stato alla fine deve vincere. Senza eccezioni". Mattarella ha poi parlato della corruzione, parlando della legge approvata da due giorni fa dal Parlamento per contrastarla. "Non spetta al presidente della Repubblica valutarne il merito. Osservo che, anche da parte di coloro che sollecitano misure ulteriori, si riconosce il passo avanti compiuto". E anche del tema di attualità come il calcioscommesse. "Che mafie di varia natura cerchino di modificare il risultato delle partite e di lucrare sulle scommesse è una vergogna. Questa metastasi va estirpata con severità e rapidità". 

Per poter soddisfare la richiesta di partecipazione che ogni anno arriva da centinaia di scuole, il Miur e la Fondazione Falcone, grazie alla collaborazione con la Rai, hanno deciso di collegare il capoluogo siciliano con sei piazze di altrettante città (Milano, Gattatico, Firenze, Napoli, Rosarno, Corleone), unendo tutto il Paese nel ricordo di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, del giudice Francesca Morvillo, moglie di Falcone, e degli uomini delle loro scorte Rocco Dicillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano.

Alle piazze reali si uniranno quelle virtuali, attraverso i profili @MiurSocial e @23maggioitalia. Su Twitter è già partita una 'garà di selfie di chi vuole dire no alla mafia aderendo alla manifestazione di domani attraverso l'hashtag #PalermoChiamaItalia.

A Palermo ci saranno iniziative (spettacoli teatrali, letture, seminari, mostre, concerti) in Piazza Politeama e nell'omonimo Teatro, al Teatro Massimo, in Via D'Amelio e sotto l'Albero Falcone, in via Notarbartolo. Anche quest'anno si terranno i due cortei aperti a tutta la società civile. Il primo partirà alle 15.30 da Via D'Amelio, il secondo si muoverà alle 16 dall'Aula Bunker. Entrambi raggiungeranno l'Albero Falcone in Via Notarbartolo, presso il quale la Polizia di Stato suonerà il Silenzio alle 17.58, ora in cui deflagrò la bomba a Capaci il 23 maggio 1992. A Palermo saranno presenti anche ragazzi provenienti da 10 paesi Ue e un gruppo di studenti americani.

A Milano, al Teatro Parenti, ci saranno Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982, e Franco La Torre, figlio di Pio La Torre, assassinato il 30 aprile dello stesso anno; a Gattatico (Reggio Emilia), alla Casa Cervi, sarà presente Margherita Asta, familiare delle vittime della strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985; a Firenze, allo Stadio Ridolfi, interverrà Betta Caponnetto, vedova del giudice Caponnetto che guidò il Pool Antimafia in cui operarono, tra gli altri, i giudici Falcone e Borsellino; a Napoli, in piazza del Municipio, dove nel 1997 è stato piantato un Albero Falcone, ci saranno Paolo Siani, fratello di Giancarlo Siani, il giornalista assassinato dalla camorra il 23 settembre 1985, il magistrato Federico Cafiero de Raho e il Coro giovanile del San Carlo; a Rosarno, presso l'Istituto di Istruzione Superiore Piria, parlerà Adriana Musella, familiare di Gennaro Musella, ucciso dalla 'ndrangheta il 3 maggio 1982; a Corleone, infine, interverrà il presidente dell'Associazione 'Addio Pizzo' Daniele Marannano.

/Cronaca/Pagine/palermo-chiama-italia-il-ricordo-della-strage-di-capaci.aspx23/05/2015 23.04.34La bandiera dell'Is sul museo di PalmiraLa bandiera nera dello Stato islamico sventola sopra la cittadella di Palmira, la città archeologica nella Siria centrale conquistata mercoledì scorso dai jihadisti dell'Isis. Lo si vede in alcune foto pubblicate su Twitter da account solidali con l'Isis. l'Is è riuscito ad entrare nel museo di Palmira. Lo ha detto il direttore del dipartimento dei musei e delle antichità di Damasco precisando che l'incursione è avvenuta ieri pomeriggio. I jihadisti, ha spiegato, si sono chiusi dentro il museo.

Massacrato da distruzioni volontarie a colpi di piccone rilanciate da terribili video di propaganda oppure da saccheggi e vendite incontrollate sul mercato nero. È davvero tragica la fine che rischia di fare in queste ore il museo archeologico di Palmira, uno dei più ricchi e straordinari dell'Occidente. La città della leggendaria regina Zenobia è essa stessa un irripetibile e straordinario museo a cielo aperto, ma anche nel chiuso delle 12 sale del museo vero e proprio si nasconde un tesoro immenso e fragilissimo che ora rischia di andare perso. Fondato nel 1961 all'entrata della città moderna, raccoglie numerosi reperti ritrovati nel sito archeologico che testimoniano l'alto livello di raffinatezza raggiunto dall'arte palmirea.

 

Intanto gli uomini del Califfato in Iraq puntano a Baghdad. Oggi le autorità irachene hanno bloccato l'accesso al ponte chiave di Bzebiz per impedire alle oltre 40.000 persone in fuga dalla furia dei jihadisti a Ramadi di raggiungere Baghdad.

I militari temono che tra i civili si posano mescolare jihadisti dello Stato Islamico che riuscirebbero così ad infiltrarsi nella capitale. Lo riferisce la Bbc. Bzebiz, che oltrepassa l'Eurfrate, è uno degli accessi chiavi dalla provincia di Anbar a Baghdad.

/Mondo/Pagine/isis-alle-porte-di-baghdad.aspx23/05/2015 23.04.34Francia, «vietato gettare l'invenduto» La Francia dichiara guerra agli sprechi alimentari. D'ora in poi i supermercati francesi saranno costretti a donare, ridurre in concime o dare via come foraggio per gli animali ogni tipo di cibo che non viene venduto. L'Assemblea nazionale, la Camera bassa del Parlamento, ha infatti approvato una legge volta a ridurre della metà la quantità di cibo sprecato entro il 2025.

In base alle cifre, attualmente, in Francia vengono gettati via fino a 30 chilogrammi di cibo pro capite, per un valore fino a 20 miliardi di euro. Ai supermercati è quindi stato chiesto di trovare un accordo con le organizzazioni di beneficenza.

Se la Francia dichiara guerra agli sprechi alimentari, la crisi ha portato gli italiani ad attrezzarsi per cercare di limitarli. Sei connazionali su dieci hanno diminuito o eliminato gli sprechi domestici nel 2014, secondo una tendenza favorita dalla crisi. Ma molto resta da fare: ogni italiano ha comunque buttato nel bidone della spazzatura ben 76 chili di prodotti alimentari durante l'anno. È quanto emerge da un'indagine Coldiretti/Ixè./Economia/Pagine/legge-antispreco-in-francia.aspx23/05/2015 23.04.34Boko Haram, «io, costretta al velo e al Corano» «Ho troppa paura per tornare a Mubi. Voglio continuare la scuola e, un giorno non lontano, studierò legge nella capitale Abuja o nella città di Lagos ». Le parole di Abigail John, una ragazzina di 16 anni, pronunciate in un luogo che deve rimanere segreto, rappresentano un importante barlume di speranza per sua mamma Rebecca. Insieme a centinaia di altre studentesse cristiane, la giovane è stata rapita dagli jihadisti di Boko Haram durante il 2014. Madre e figlia si sono potute riabbracciare solo lo scorso gennaio dopo quasi 2 mesi di prigionia. «I ribelli islamici sono arrivati quando mia mamma era partita per visitare sua sorella», racconta Abigail. «Durante l’attacco, gli uomini sono stati uccisi, mentre donne e bambini venivano rapiti. Quando ci hanno trascinato via – continua la ragazzina – ho visto tantissimi cadaveri per la strada». 

Gli attacchi lanciati da Boko Haram durante gli ultimi mesi hanno preso di mira soprattutto cristiani. Un recente rapporto redatto da un gruppo di associazioni nigeriane cattoliche stima che «più di 5mila cattolici sono stati uccisi dalla setta e – afferma lo studio – oltre 100mila abitazioni di proprietà dei cristiani sono state distrutte negli ultimi sei anni». Diverse località occupate sono state persino ribattezzate. È il caso di Mubi, rinominata per un certo periodo «Madinatul Islam»: città dell’islam. «Dopo l’attacco ci hanno portato in una casa grande», spiega Abigail. «Quella prima sera i sequestratori ci hanno trattato bene facendoci anche mangiare. La mattina dopo, una volta finita la colazione – racconta la giovane –, i militanti hanno cominciato a predicare l’islam». La preghiera fu però improvvisamente interrotta dai bombardamenti dell’aviazione nigeriana. 

L’offensiva dell’esercito, che era sotto pressione per le imminenti elezioni presidenziali previste per febbraio, prese di mira la casa
degli jihadisti dove Abigail e decine di altre prigioniere venivano nascoste. Una bomba colpì l’edificio, uccidendo e ferendo diverse ragazze. Abigail è sopravvissuta, ma l’esplosione le ha ferito un braccio. «Alcune di noi sono riuscite a fuggire durante i combattimenti – continua –, ma io stavo troppo male per scappare». È così che i miliziani hanno cambiato località, dirigendosi verso la foresta di Sambisa, dove si sostiene che le liceali di Chibok, rapite il 15 aprile dell’anno scorso, siano state trasferite. Un territorio troppo complicato per effettuare eventuali raid di salvataggio. «Qui i ribelli hanno continuato a predicare, a farci indossare le loro lunghe tonache con il velo, e a darci nomi islamici – ammette la sedicenne –. 
Da Abigail sono infatti diventata Zainab». Alle giovani venivano quotidianamente insegnati versi del Corano ed erano costrette a pregare cinque volte al giorno. Durante l’ultimo attacco dei soldati nigeriani, gran parte dei ribelli si sono dati alla fuga permettendo la liberazione delle sequestrate. Abigail sta ora tentando di tornare alla normalità. In qualità di cristiana, però, ha deciso di lasciare il nord del Paese a maggioranza islamica, e continuare la sua vita nel sud a maggioranza cristiano. /Mondo/Pagine/Due-mesi-in-mano-a-Boko-Haram-Io-costretta-al-velo-e-al-Corano-.aspx23/05/2015 23.04.35Strage del Bardo, «nessuno scambio di persona»​Nessuno scambio di persona. Dopo giorni di indagini, inquirenti e investigatori di Milano, grazie anche a ulteriori scambi di informazioni con Tunisi, sono certi che Abdel Majid Touil, il marocchino arrestato martedì scorso per la strage al museo del Bardo, è la persona indicata nel mandato di cattura trasmesso dalle autorità tunisine. Dopo qualche dubbio nato non solo dal fatto che inizialmente Touil era stato indicato come l'autore materiale dell'attentato del 18 marzo, giorno in cui secondo gli accertamenti di Digos e Ros era in Italia, ma anche da una foto del presunto terrorista diversa dal volto del 22enne pubblicata su un sito tunisino, ora Procura e polizia giudiziaria sono arrivati alla conclusione che non c'è stato alcun errore e quindi nessuno scambio di persona.

A comprovare che non si è verificato alcuno scambio di persona ci sarebbero anche alcuni documenti trasmessi da Tunisi a inquirenti e investigatori. Tra questi anche il numero del passaporto che Touil avrebbe usato per arrivare dal Marocco in Tunisia in aereo, prima di varcare il confine con la Libia e imbarcarsi alla volta della Sicilia per raggiungere i suoi familiari a Gaggiano, alle porte di Milano. Inoltre, a allontanare i dubbi, ci sarebbe l'intervista del portavoce del ministero dell'Interno di Tunisia, Mohamed Ali Aroui che ha assicurato di essere assolutamente certo della colpevolezza di Touil il quale avrebbe dato un supporto logistico all'attentato dove sono morte 24 persone tra cui 4 turisti italiani . "Sono stati gli altri arrestati a parlare di lui - ha spiegato il portavoce - e dell'altro marocchino. I marocchini erano in due, uno è lui e l'abbiamo arrestato, l'altro è ricercato".

Intanto le indagini milanesi proseguono, anche in collaborazione con la Procura di Roma dove è aperto un fascicolo per la morte dei 4 italiani, con l'analisi delle 2 pen drive, del cellulare e delle schede sim sequestrate al marocchino, con l'obiettivo, tra l'altro di arrivare a ricostruire la sua rete di rapporti in Italia e nei paesi del Nord Africa ed eventuali contatti con esponenti dell'integralismo jihadisti. Decisivo si prospetta lo scambio di informazione Italia-Tunisia e l'arrivo delle carte delle indagini delle autorità tunisine secondo le quali Touil, da ieri in una cella di alta sicurezza nel carcere di Opera, avrebbe fornito supporto logistico all'attentato. /Cronaca/Pagine/touil-ricercato-no-scambio-persone.aspx23/05/2015 23.04.35Neonati, la vita è possibile anche a 22 settimane Anche i neonati notevolmente prematuri, se adeguatamente trattati, possono sopravvivere già a 22 settimane, molto prima di quanto i medici finora ritenessero possibile. Lo studio è dell’Università dell’Iowa ed è stato pubblicato sul New England Journal of Medicine. Basato sull’esperienza di 24 ospedali tra il 2006 e il 2011, per un totale di 5mila bambini nati tra le 22 e le 27 settimane di gravidanza, rileva una percentuale di sopravvissuti ancora piccola, ma statisticamente significativa.

Tra i nati a 22 settimane – due settimane prima dello standard di 24 – i bambini trattati attivamente avevano quasi 1 possibilità su 4 di sopravvivere. Un bambino nato prima del tempo non è ancora pronto per adattarsi alla vita fuori dal grembo materno: presenta un’immaturità della maggior parte di organi e apparati. L’entità dei danni, che possono coinvolgere il sistema respiratorio, neurologico e metabolico, varia in base al livello di prematurità. Su 78 bimbi che si è scelto di rianimare dopo 22 settimane di gestazione, 18 sono sopravvissuti: fra questi, 6 hanno riportato gravi disabilità, 7 non hanno mostrato finora problemi particolari. Una notizia incoraggiante per pediatri e neonatologi che, spostando indietro l’età accettata per la cosiddetta 'viabilità' (che definisce gli standard per quanto concerne aborto e terapia intensiva neonatale) è destinata a rinfocolare il dibattito che coinvolge genitori, medici e legislatori.


«Per valutare lo studio, bisogna anzitutto vedere come è stata definita l’età gestazionale – commenta Costantino Romagnoli, presidente della Società italiana di neonatologia –: se è calcolata dalla mancata mestruazione o con l’ecografia che, però, non tiene conto dei giorni in cui l’ovulo fecondato deve ancora impiantarsi». Sono proprio questi giorni in più o in meno a pesare, spiega Romagnoli: «Il neonato che ha compiuto 22 settimane più un giorno ha possibilità di sopravvivenza, perché di fatto è entrato nella 23esima settimana». La medicina ha compiuto molti progressi in questo campo. La percentuale di sopravvivenza dei bambini nati 'altamente pretermine' è aumentata negli ultimi 10 anni del 10%, per i nati tra la 24esima e la 25esima settimana, e del 16% tra quelli nati tra la 26esima e la 27esima settimana. «Faccio questo mestiere da più di 40 anni – conferma il neonatologo – e ho vissuto un’epoca in cui era un problema una nascita a 34 settimane e 2 chilogrammi di peso: oggi questi bambini vanno in stanza con la madre».

Ma qual è l’età minima in cui oggi è ragionevole e possibile ritenere che questi piccolissimi pazienti possano farcela? Molto dipende dall’autonomia respiratoria, chiarisce Romagnoli. «Se analizziamo lo sviluppo del feto nel grembo materno, vediamo che i polmoni cominciano a funzionare alla 23esima settimana compiuta, ma ci sono alcune patologie come l’ipertensione che possono produrre uno stress fetale e determinare un’accelerazione dello sviluppo degli organi». Una discriminante sostanziale deriva anche dall’ospedale in cui avviene la nascita prematura. «Vi sono grandi differenze tra i centri neonatologici – dice il presidente della Sin – ce ne sono di più attrezzati e di meno preparati, quelli in cui un’emergenza di questo tipo capita due volte l’anno e altri che ne vedono una ventina. Elementi che, uniti alla presenza di personale adeguatamente formato, incidono sulla sopravvivenza». Insomma, notizie positive, ma con cautela. Da un lato per non illudersi con facili entusiasmi in situazioni complesse, dall’altro per non rischiare di scivolare nell’accanimento terapeutico: ogni neonato prematuro è un caso a sé, da valutare volta per volta.

«È molto difficile che un neonatologo 'lasci perdere' un bambino, anzi!» precisa Romagnoli. «Ma dobbiamo ricordarci che non siamo onnipotenti e avere la consapevolezza dei limiti da rispettare. Il nostro approccio è di relazione diretta con il nascituro: il bambino che nasce a 23 settimane di gestazione e ha segni di vitalità è sempre rianimato e portato in terapia intensiva. Di fronte a una nascita a 22 settimane, prima di tutto cerchiamo di capire qual è la vera età gestazionale, sapendo che anche pochi giorni fanno la differenza. Poi, al momento del parto, teniamo conto dei segni clinici». Una valutazione secondo scienza e coscienza che si conferma fattore oggettivo ed essenziale.
/Vita/Pagine/Neonati-la-vita-possibile-Anche-a-sole-22-settimane-.aspx23/05/2015 23.04.35 Azzardo, 330 milioni ora sono dello Stato Trecentotrenta milioni di euro, il tesoro del “re dei videpoker”, ora sono dello Stato. La Cassazione ha infatti respinto il ricorso degli avvocati di Gioacchino Campolo, imprenditore dell’azzardo di Reggio Calabria, considerato organico alla ’ndrangheta, condannato definitivamente a 16 anni di carcere per estorsione aggravata dal metodo mafioso per aver imposto a vari esercizi commerciali, grazie al sostengo dei clan, la proprie “macchinette”. Ora  arriva anche la confisca definitiva di tutti i suoi beni, frutto dei ricchissimi affari non solo in Calabria ma anche in altre regioni, grazie a apparecchi legali ma truccati che gli permettevano maggiori incassi. Un vero impero che dalla città dello Stretto, con l’appoggio di varie ’ndrine, si era espanso in tutta l’Italia.

Lo dimostra la quantità e qualità del tesoro compresi 107 quadri, non croste ma una delle più importanti collezioni private italiane: opere di Picasso, Salvador Dalì (“Giulietta e Romeo”), Giorgio De Chirico (“Piazza d’Italia” e “Manichino”), Antonio Ligabue (“Tigre e serpente” e “Scoiattolo”), Renato Guttuso (“Nudo femminile 1971”), Sironi (“Studio per un nudo”), Arrigoni, Purificato, Bonalumi, Fontana, Cascella ma anche quadri del ’500 e del ’600. Opere che il “re dei videopoker” teneva appese nella sua grande casa e che ora, lo ripetiamo, sono diventate definitivamente proprietà dello Stato e saranno “gestite” dall’Agenzia nazionale per i beni confiscati e sequestrati. Si spera nel modo migliore. Evitando di smembrare la collezione e magari donandola in comodato d’uso gratuito (la legge lo permette) al museo di Reggio Calabria, da poco ristrutturato, che ospita i famosissimi “Bronzi di Riace”.

E magari, sarebbe auspicabile, con dei bei cartelli che oltre al nome del quadro e dell’autore riportino “confiscato alla criminalità organizzata”. Sarebbe davvero doppiamente educativo. Ma non sarà meno importante le destinazione del resto del “tesoro” di Campolo: 260 immobili di pregio (anche palazzi storici) in Calabria (compreso quello che ospita la sede del Tribunale di sorveglianza), ma anche a Roma, Milano, Taormina e Parigi, 126 locali commerciali, 56 terreni, 15 tra auto e moto, conti correnti, titoli, polizze assicurative, oltre al patrimonio aziendale e alle quote sociali della Grida srl e della Sicaf srl, e l’intero patrimonio della ditta individuale Are. Le società dei videpoker. Tutto sequestrato nel 2010 e che dopo cinque anni giunge alla confisca definitiva.

Quale destinazione avranno dopo tutti questi anni di gestione affidata agli amministratori giudiziari? Toccherà all’Agenzia valorizzarli al massimo e non solo in termini economici, visto l’alto valore simbolico dei beni confiscati alle mafie. Ricordiamo che Campolo, accusato dalla Guardia di Finanza anche di evasione fiscale per quasi 8 milioni di euro, venne coinvolto in ben due operazioni, “Geremia” e “Les Diables” che avevano disarticolato il suo impero delle “macchinette”, nato nel 1982 e che era andato avanti fino all’arresto nel 2009. E questo grazie alla «collaborazione di esponenti di spicco della criminalità organizzata», come si leggeva nel primo decreto di sequestro. In particolare con le “famiglie” di Archi, il quartiere dominato dalle più potenti cosche reggine, dai Tegano ai Condello ai De Stefano, coi quali Campolo aveva rapporti strettissimi. Da loro otteneva la protezione fondamentale per garantirsi il monopolio, in cambio forniva soldi e beni, anche durante la latitanza dei boss (compresi alimenti provenienti delle sue tenute in campagna). Insomma, denunciavano i magistrati, «ha inteso servirsi costantemente e sistematicamente dei vantaggi illeciti derivanti dalla sua condizione di soggetto colluso con la ’ndrangheta e quindi protetto e spalleggiato da questa».

Così ha accumulato per quasi trenta anni il suo ricchissimo “tesoro” che ora è tornato allo Stato, alla comunità, per essere utilizzato nel modo migliore.
/Cronaca/Pagine/Azzardo-330-milioni-ora-sono-dello-Stato-.aspx23/05/2015 23.04.35Veneto al voto, è l'astensione l'incubo di Zaia «Scelgo chi lotta per l’economia veneta e ha ottenuto 600 milioni di euro dalla Ue». Lo slogan campeggia sul sito del governatore Luca Zaia. Peccato che il suo partito dica che dall’Europa si deve uscire, perché - a sentire Matteo Salvini - procurerebbe solo guai ai cittadini italiani. Contraddizioni del Veneto. Pari pari le trovi sul fronte opposto, nel quale Alessandra Moretti - ex vice sindaco di Vicenza e capolista del Pd alle Europee nel Nordest - tenta il ribaltone per portare le insegne renziane a Palazzo Balbi sul Canal Grande. Zaia dice no a nuovi immigrati, ma non è che i sindaci di centrosinistra diano prova di chissà quale solidarietà, nel farsi carico pro-quota del piano del Viminale. Lavoro e aiuti alle imprese, immigrazione e sicurezza, sono fra i temi più sentiti di una campagna elettorale che, alla prova dei fatti, va oltre i cliché di partito.

ZAIA-MORETTI E IL FATTORE ASTENSIONI
Sono sei i candidati alle elezioni del 31 maggio. Un giorno solo, al centro di un ponte invitante. Il nemico di Zaia si chiama Croazia, meta a portata di mano per le prime escursioni stagionali della middle class
veneta bacino d’utenza del centrodestra. Il suo maggiore alleato è invece l’Aeronautica militare, alle volte dovesse divulgare per quei giorni previsioni infauste in grado di disincentivare gite astensionistiche. La soglia-rischio nella partecipazione al voto viene individuata al 40 per cento, quella dell’Emilia Romagna (38 per cento) viene vista come un incubo da Zaia. Una Forza Italia in piena crisi, fiaccata dalle inchieste che hanno spazzato via Giancarlo Galan, non è lontanamente in grado di garantire quel 30 per cento che portò 5 anni fa e fra i suoi elettori storici si annida, secondo gli esperti, la percentuale maggiore di potenziali astensioni. Per Zaia in campo anche Fratelli d’Italia e Indipendenza Noi Veneto con Zaia. Mentre per Moretti, oltre al Pd, correranno Sel e Lista Moretti. Ed è soprattutto su di loro due che concentra la sfida, dopo un inizio campagna elettorale incentrato sulla contesa fratricida fra Zaia e il sindaco di Verona Flavio Tosi, uscito dalla Lega. A dare manforte a Moretti giovedì è arrivato aVicenza Matteo Renzi: «Non vogliamo perdere nemmeno una Regione», ha lanciato il guanto di sfida. 

Zaia prova a fare il salviniano moderato. Sui rom, ad esempio, non evoca le ruspe, ma chiede «rispetto delle regole» e promette «tolleranza zero». Tosi, dal canto suo, lancia il progetto - con chiara proiezione sul piano nazionale - per un centrodestra moderato: un federalismo temperato alleato dei centristi Ucd e Ncd, aperto al movimento delle liste civiche, molto radicato in Veneto. In poche settimane ha messo in campo sei liste Oltre a quella che reca il suo nome e a quella di Area Popolare, con Tosi anche Famiglia pensionati, Veneto del fare, Unione a Nordest e Razza Piave. Movimento, quest’ultimo, con forte peso nel trevigiano, roccaforte di Zaia. Per Tosi correrà, come capolista a Treviso di Ap, Dino Boffo, già direttore di
Avvenire e Tv2000, e prima ancora del settimanale La Vita del Popolo
di Treviso. 

Nel ruolo di outsider Jacopo Berti, di M5S, 31enne brillante industriale padovano che opera nel settore del business intelligence. Completano il quadro Alessio Morosin (Indipendenza Veneta) e Laura Di Lucia Coletti (L’Altro Veneto).

LA RIPRESA ARRIVATA IN ANTICIPO
Parlare al Veneto significa parlare innanzitutto a quel ceto di imprenditori piccoli e medi che il lavoro sono abituati a crearselo da soli e a difenderlo con i denti anche in tempi di crisi. Proprio nel corso della campagna elettorale gli indicatori sembrano cambiare di segno, arrivano i primi segnali incoraggianti, dopo un quinquennio nero punteggiato da ben 150 imprenditori che si sono tolti la vita. I nuovi dati dicono che il Veneto è uscito prima e meglio dal tunnel, aumentando l’export, nei 5 anni di crisi, dal 30 al 41 per cento, a compensare la contrazione della domanda interna. Ma soprattutto - senza ancora incorporare l’effetto jobs act - è tornato il segno più sulle assunzioni già nel 2014 (22mila occupati in più) mentre nel Nordest il Friuli è ancora di un filo al segno meno. Regge, in Veneto, soprattutto il modello dei distretti, più di tutti quello degli occhiali nel Bellunese, che ha sfondato negli Stati Uniti e in Cina, bene anche l’export del comparto elettrodomestici di Treviso che segna un + 18,2 per cento a fine 2014. Zaia legge i dati compiaciuto e - con i fondi Ue - rivendica gli aiuti offerti a 14mila imprese in difficoltà, mentre Moretti rilancia con la promessa di nuovi incentivi alle imprese per nuove assunzioni sia a giovani che a over 50. Promette di reperire nuove risorse anche dai tagli alle indennità e ai rimborsi spese dei consiglieri e dall’abolizione dell’assegno di fine mandato. Proposte che figurano anche nel programma di M5S. 

Sotto traccia il Veneto dovrà poi fare i conti anche con un altro tema: le Popolari - fenomeno diffuso e fiorente nell’economia regionale - diventate spa. Con gioiellini come Veneto Banca e Popolare Vicenza a rischio cannibalizzazione e relativo sradicamento dal territorio.

«BASTA IMMIGRATI»

Zaia lo dice chiaro: «Il Veneto ha già dato, abbiamo già 514mila immigrati e 42mila sono disoccupati», spiega il governatore a motivare il no all’accoglienza profughi. «L’immigrazione è un tema molto delicato», si giustifica Maria Rosa Pavanello, Presidente di Anci Veneto e sindaco di Mirano, del Pd. «I Comuni nella quasi totalità non dispongono di strutture di loro proprietà da dedicare». Il tema lo prendono con le pinze un po’ tutti. Moretti lancia una proposta: «Diamo i 35 euro di retta agli anziani e facciamoli ospitare a casa loro». Berti la punzecchia: «Se non sono un problema 5mila immigrati in più Moretti li ospiti a casa sua».

FATTORE FAMIGLIA
Ma il grande ammortizzatore sociale che ha consentito al Veneto di resistere è stata la famiglia, protagonista anche del modello di economia familiare che ha mostrato di tenere più che altrove. Il Forum regionale delle associazioni familiari si appella allo statuto delVeneto che al punto 3 riconosce il principio di sussidiarietà. E chiede una legge regionale sulla famiglia, l’introduzione della valutazione di impatto familiare e nuove politiche fiscali e familiari che tengano conto dei carichi familiari.
/Politica/Pagine/Veneto-locomotiva-della-ripresa-lastensione-lincubo-di-Zaia-.aspx23/05/2015 23.04.35«Rubare sui fondi per i malati è peccato doppio» «Scandali e corruzione sono sempre deprecabili, ma lo sono ancora di più quando si toccano gli ambiti della sofferenza: fare soldi sui poveri - e i primi poveri sono coloro che non possono contare sulla propria salute - è un peccato doppio, si ruba il doppio. Il momento in cui si tocca con mano lo scarto tra ricchi e poveri è proprio il momento della cura, non tanto a tavola dove mangiare astice o pesce azzurro ti fa vivere lo stesso, ma nel fatto che spesso chi ha soldi può curarsi e chi non li ha non può».

Sono le parole forti  con cui ieri pomeriggio Nunzio Galantino, segretario generale della Cei ha aperto a Torino il convegno internazionale «L’amore che salva. Dal volto del sofferente ai volti della sofferenza». Un richiamo a tutto campo quello del vescovo Galantino a contrastare la logica delle politiche che tagliano risorse per il mondo della disabilità, che vedono la malattia come «incidente di percorso», che favoriscono l’aumento delle sofferenze psichiche consentendo il dilagare dell’azzardo; un appello contro lo stigma che etichetta gli immigrati come portatori di malattie. Considerazioni raccolte da un lungo applauso dagli oltre 350 partecipanti al convegno articolato su tre giornate promosso dall’arcidiocesi subalpina, dal Centro Camilliano di pastorale della salute di Torino, dalla Piccola Casa della Divina Provvidenza, dall’Ordine ospedaliero San Giovanni di Dio Fatebenefratelli. «Una riflessione a più voci – ha sottolineato don Marco Brunetti, direttore dell’Ufficio di pastorale della salute dell’arcidiocesi di Torino – proprio per richiamare l’attenzione sul mondo della sofferenza, per favorire il passaggio dalla contemplazione della sofferenza testimoniata dalla Sindone al quella vissuta quotidianamente da tanti ammalati».

Un passaggio che come ha ricordato l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, va letto nell’ottica «di quell’Amore più grande e salvifico di cui siamo i destinatari e che ci deve spingere quotidianamente ad andare verso le periferie abitate dalla sofferenza». Dinamismo, 'incontro di volti', testimonianza concreta che non resta solo sequenza di intenzioni, che è stato poi il filo conduttore degli interventi aperti da Galantino con alcuni interrogativi per richiamare l’inscindibile legame che si deve cogliere «tra la contemplazione del volto di Cristo sofferente e la contemplazione di coloro che sono la carne sofferente di Cristo» e l’importanza di «legare culto e vita».

Parole che hanno aperto all’approfondimento del mistero della sofferenza sviluppato negli interventi che si sono susseguiti dell’arcivescovo Zygmut Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, di padre Angelo Brusco, direttore del Centro Camilliano di Formazione di Verona e dell’arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte. «Più facile è parlare di sofferenza – ha sottolineato Zimowski – più difficile è unire la propria sofferenza con quella di Cristo; dobbiamo essere buoni samaritani: la società che non accetta la sofferenza e i sofferenti è crudele, noi dobbiamo essere umani».
/Chiesa/Pagine/Rubare-sui-fondi-destinati-ai-malati-peccato-doppio-.aspx23/05/2015 23.04.35Galletti: «Ecoreati, ora chi inquina paga»«Con l’approvazione degli ecoreati finalmente chi inquina paga. E adesso avanti tutta con le bonifiche». È la promessa del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, dopo l’approvazione della legge che introduce i reati ambientali nel codice penale. «Un fatto storico, un grande segno di civiltà», sottolinea assicurando che sulla "terra dei fuochi" «non molliamo, continuiamo a lavorare, soprattutto per il risanamento». Sul quale sorveglierà il presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, «per garantire la trasparenza».

Ministro dunque anche lei ha brindato per gli ecoreati?
È una svolta culturale. Mettiamo nero su bianco che chi inquina va in galera. E poi abbiamo rispettato i tempi e anche questo ha la sua importanza: rispettare gli impegni presi è sempre un valore di per sé e poi perché si è verificata su questo tema una grande convergenza di tutto il Parlamento. Il governo e i partiti di maggioranza l’hanno voluto con forza, ma si è registrato un voto molto più ampio.

Un cammino lungo e non facile...
Non è stato facile perché su questi temi sono sempre da contemperare interessi molto diversi: la tutela dell’ambiente e della salute da una parte e lo sviluppo economico dall’altra. Questa legge rappresenta davvero un cambio culturale: l’ambiente può essere un volano per lo sviluppo economico e l’occupazione. Riportiamo sana concorrenza all’interno dei mercati che senza questa legge mancava.

Ma Confindustria l’ha molto criticata.
Credo che alla fine anche gli imprenditori abbiano capito l’importanza di questa legge. Ci sono state delle critiche ma anche molti plausi. Per questo dico che può essere una svolta culturale. Io dico agli imprenditori onesti, alcuni dei quali hanno criticato, che le riforme di sistema come questa hanno bisogno di un rodaggio, per cui se tra qualche tempo il Governo e il Parlamento riterranno opportuno di reintervenire perché qualcosa non ha funzionato io sono assolutamente disponibile.

Ora finalmente chi inquina paga.
Chi inquina paga perché abbiamo tipicizzato i reati e questo rende molto più facile perseguirli rispetto a prima e poi abbiamo duplicato i tempi di prescrizione, e anche questo permetterà di arrivare alla fine dei processi. Quello che è mancato in questo periodo è stato proprio questo, come per il caso Eternit. Troppo spesso è intervenuta la prescrizione perché il reato ambientale è difficile da individuare e ancora più difficile da colpire.

C’è anche chi dice che è poco, criticando in particolare il concetto di "cagiona abusivamente" previsto per i reati di inquinamento e disastro ambientale.
Io rispondo coi due anni di discussione su questa legge, con ore e ore di audizioni in commissione, con magistrati e avvocati che hanno riconosciuto la bontà del termine "abusivamente". Io sono convinto che il termine sia giusto perché noi ogni volta che autorizziamo un’azienda a una produzione "pericolosa" da un punto di vista ambientale, accompagniamo l’autorizzazione con prescrizioni molto rigide. E la violazione di queste prescrizioni ricade nei reati che abbiamo individuato. Quindi non vedo questo rischi.

A proposito di disastri il ministero ha deciso la costituzione di parte civile al processo Eternit. Perché?
L’abbiamo voluto fortemente per dare un segnale ai familiari delle vittime e anche per rimarcare che quello che è successo non deve più succedere. E penso che gli ecoreati vanno proprio in questa direzione.

Ma non può bastare.
È vero. Abbiamo migliaia di siti dove ancora c’è amianto e su questo dobbiamo intervenire in maniera molto puntuale. Come gli investimenti a Casal Monferrato per la rimozione dell’amianto, una delle poche volte in cui siamo riusciti ad escluderli dal Patto di stabilità. Penso che sia la strada giusta. Dobbiamo investire e dove è possibile, compatibilmente coi vincoli di finanza pubblica, mettere i comuni in condizioni di spendere risorse proprie.

E ora le bonifiche. Ma con che fondi e con che controlli per evitare che anche qui entrino le ecomafie?
Sia per gli appalti in campo ambientale che per le bonifiche non bisogna solo trovare le risorse ma spenderle velocemente e con trasparenza. Per questo abbiamo presentato il protocollo d’intesa (vedi box, ndr) firmato da me, Delrio, D’Angelis e Cantone, per il controllo dell’Anac sugli appalti del dissesto idrogeologico. Uno schema da applicare anche alle bonifiche, a cominciare dalla "terra dei fuochi".

È quello che i cittadini campani aspettano da anni.
Abbiamo già approvato le linee guida. Entro poco tempo avremo le risorse. Intanto nell’ultimo comitato interministeriale ha partecipato anche Cantone col quale stiamo lavorando per un protocollo d’intesa per le bonifiche nella "terra dei fuochi". Per dare più trasparenza e controllo.

Cosa promette a questi cittadini che tanto stanno soffrendo?
Che non molliamo. Continuiamo a lavorare. Una parte importante l’abbiamo fatta, quella dell’identificazione delle zone più a rischio, dove abbiamo interdetto la produzione agricola, adesso avanti tutta con le bonifiche. Lo so anche io che anche fatto tutto questo non avremo risolto il problema di quei territori, perché conosco bene i problemi di criminalità che ci sono, però per la parte ambientale posso dire che abbiamo raggiunto e continueremo a raggiungere dei buoni risultati.
/Politica/Pagine/ministro-galletti-intervista-ecoreati.aspx23/05/2015 23.04.36Maglia speciale. Udinese in campo per le donneAnche l’Udinese, dopo l’Hellas Verona la scorsa settimana al Bentegodi, dà un calcio alla discriminazione nei confronti delle donne. Domenica 24 maggio Totò Di Natale e compagni scenderanno in campo condividendo la loro maglia bianconera con quella gialloblù del Castelfranco Calcio Femminile.

Poco prima del calcio di inizio della partita di campionato Udinese-Sassuolo - terza giornata di Campionato dedicata a Dacia Sponsor Day - The Split -, le ragazze della compagine di Castelfranco Di Sotto (Pisa) faranno il loro ingresso sul terreno di gioco dello stadio Friuli srotolando uno striscione che recita lo slogan «Viva il calcio femminile!».

Un momento solidale per affermare e ribadire dopo l’uscita infelice del presidente - sfiduciato - della Lega nazionale dilettanti Felice Belloli, che anche una bambina deve poter sognare di diventare calciatrice, rompere gli schemi e «dare un calcio» ai pregiudizi che talvolta circondano il movimento del “calcio rosa”.

Un calcio di assoluta tradizione, come dimostra la storia del Castelfranco Calcio Femminile fondato nel 1984, quando un gruppo di ragazze, fino a quel momento tifose di compagni e fidanzati componenti la squadra maschile del luogo, decide di scendere dagli spalti ed indossare gli scarpini, iniziando un’avventura che le ha condotte fino ai campi della Serie A femminile, nel Campionato 2001-2002.

Il culmine di una parabola che da quel momento inizia una graduale fase discendente, soprattutto a causa delle scarse risorse a disposizione. Nonostante il boom degli ultimi 6 anni, con un aumento del 72% delle calciatrici in attività, in Italia il movimento femminile resta limitato all’ambito dilettantistico, dove le calciatrici per vivere sono costrette a svolgere un’altra attività, indossando gli scarpini solo a fine giornata, per continuare ad inseguire il sogno di poter, un giorno, vivere di calcio.

L’avventura delle ragazze del Castelfranco Calcio Femminile è anche su Twitter. Sul social network sarà invece possibile seguire tutti i momenti della giornata, attraverso i profili ufficiali di Udinese Calcio, @Udinese_1896, e Dacia Italia, @daciaitalia. Per interagire e seguire il racconto della giornata, l’hashtag da ricordare è #DaciaSponsorDay. /Sport/Pagine/udinese-in-campo-maglia-speciale-per-le-donne.aspx23/05/2015 23.04.36Scoprì la Terra dei fuochi e ne morì, medagliaHa camminato fino al palco. Lentamente. Decisa. Senza lacrime. Fiera. Poi, lì, il ministro dell’Interno Angelino Alfano le ha appuntato sul petto la medaglia d’oro alla memoria del padre. E lei è tornata a sedere al suo posto, vicino a mamma Monika. «Sono molto fiera di papà, ma di lui lo sono tutti i giorni – sussurra Alessia, la figlia di Roberto Mancini –. Sono contenta che gli venga riconosciuto qualcosa, anche se troppo tardi». 

Una medaglia perché Roberto è «mirabile esempio di spirito di servizio e di elette virtù civiche, spinti fino all’estremo sacrificio», è scritto nella motivazione. Per «essersi prodigato, nell’ambito della lotta alle ecomafie, con straordinario senso del dovere ed eccezionale professionalità nell’attività investigativa per l’individuazione, nel territorio campano, di siti inquinati da rifiuti tossici illecitamente smaltiti». 

Davanti a quell’onorificenza «ho provato dolore», spiega Monika, la moglie: «Perché avrei preferito avere ancora lui al posto della medaglia». Che comunque resta «un riconoscimento bellissimo e mi fa felice, più che per me, per Alessia: per lei è stato importantissimo ». Sebbene – è scritto ancora nella motivazione – «l’abnegazione e l’incessante impegno» di Roberto, «per molti anni, nello svolgimento delle indagini gli causavano una grave patologia che ne determinava prematuramente la morte». L’ammissione ufficiale, cioè, delle ragioni per le quali Roberto ha dato la vita.

Roberto Mancini, vicequestore, è morto il 30 aprile 2014 a 54 anni, per una leucemia e dopo aver fatto della lotta alle ecomafie una delle sue principali ragioni di vita. Per il ministro Alfano «si tratta di un grande esempio di poliziotto, sul modello di decine di migliaia di suoi colleghi che ogni giorno si battono per affermare la democrazia e l’ordine delle nostre città e con onore indossano la divisa e alimentano il prestigio della Polizia di Stato». Fu grazie alle indagini di Roberto che venne fuori un traffico di rifiuti tossici nella Terra dei fuochi sul quale hanno lucrato per anni, camorra, colletti bianchi, faccendieri senza scrupoli e imprenditori disonesti. /Cronaca/Pagine/Medaglia-al-poliziotto-che-scopr-la-Terra-dei-fuochi-e-mor-di-leucemia-.aspx23/05/2015 23.04.36Reverse charge, l'Ue "gela" l'ItaliaNuova grana finanziaria per il governo Renzi. Archiviata la questione pensioni, con la bocciatura da parte della Consulta del blocco delle indicizzazioni e la conseguente misura tampone del bonus, dall'Unione europea arriva una doccia fredda sull'Iva. La Commissione Ue ha comunicato al Consiglio che si oppone alla richiesta italiana di deroga per estendere la reverse charge dell'Iva alla grande distribuzione perché non è in linea con l'articolo 395 della direttiva sull'Iva. Lo comunica la Commissione Ue spiegando che la norma, nota anche come "split payament" è ancora sotto esame. La misura vale circa 700 milioni nel bilancio. Per la Commissione, "non c'è prova sufficiente che la misura richiesta contribuirebbe a combattere le frodi. Ed è inoltre dell'opinione che tale misura implicherebbe elevati rischi di spostamento delle frodi al settore del commercio al dettaglio e ad altri Stati", ha detto Vanessa Mock, portavoce del commissario.
 
Cosa prevedeva la reverse charge dell'Iva. Dall'applicazione della norma non avrebbe cambiato nulla per i consumatori finali perchè nell'ultimo passaggio sarebbe spettato al commerciante il versamento sia della quota di Iva sull'acquisto del bene sia sulla vendita finale. Per il fisco, invece, sarebbe cambiato molto perchè - sosteneva il Governo - si sarebbero bloccate alcune forme di evasione piuttosto diffusa, eliminando anche la formazione di crediti fiscali. Le vecchie regole prevedono che il produttore vende la merce con l'Iva che incassa e versa, l'intermediario paga la merce con l'Iva e la rivende applicando l'Iva all'acquirente successivo, ma prima andare alla cassa del fisco deve vedere se ha un debito o se tra Iva-acquisto e Iva-vendita vanta un credito. Così la filiera prosegue fino alla fine, quando l'acquirente finale paga l'importo più alto e la relativa Iva che però viene versata dal commerciante. Il reverse charge "rovescia" il concetto. A versare concretamente l'Iva non è più chi vende ma chi acquista, con una sorta di autofattura sul venditore (che quindi non potrà più far finta di non aver venduto la merce). Solo nell'ultimo passaggio il commerciante paga l'Iva sull'acquisto e l'ulteriore quota che applica sulla vendita.    Ma la Commissione ha deciso appunto che tale ipotesi "non è in linea con l'articolo 395 della direttiva sull'Iva". /Economia/Pagine/reverse-charge-italia-bocciata.aspx23/05/2015 23.04.36
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