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La “vetrina” di Avvenire.it: le notizie principali, gli approfondimenti, le nostre inchieste, multimediaSergio Mattarella è il nuovo presidente: «Il pensiero va alle speranze degli italiani»

"Il pensiero va soprattutto e anzitutto alle difficoltà e alle speranze dei nostri concittadini"; sono state queste le prime parole di Sergio Mattarella da presidente della Repubblica. Parole che riflettono la statura di un uomo sobrio, pacato: le preoccupazioni per le famiglie piegate dalla crisi e insieme la speranza per un futuro più sereno.

Abito grigio, camicia bianca, cravatta a pois leggeri, Mattarella si è lasciato fotografare a lungo accanto alle presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Valeria Fedeli, giunte nella sala verde della Corte costituzionale per la comunicazione ufficiale della notizia della sua elezione, ottenuta con 665 voti.

Poche parole, una breve pausa nei saloni della Consulta, poi il neo capo dello Stato si è ritirato a bordo della sua Panda grigia nella foresteria della Corte, dove vive da un paio d'anni.

I momenti dello spoglio Mattarella li aveva trascorsi  a casa della figlia Laura, insieme alla sorella, gli altri due figli Bernardo e Francesco, i sei nipoti e gli amici più stretti. Poi di corsa alla Consulta.

Intorno alle 16.30, il neo-presidente è risalito sulla Panda, seduto sul posto del passeggero, ed è andato al mausoleo delle Fosse Ardeatine, a rendere omaggio alle 335 vittime della barbaria nazista. Dopo essersi fermato in raccoglimento nel luogo dell'eccidio il presidente ha pronunciato poche parole, ma significative: "L'alleanza tra  nazioni e popolo seppe battere l'odio nazista, razzista, antisemita e totalitario di cui questo luogo è simbolo doloroso. La stessa unità in Europa e nel mondo saprà battere chi vuole trascinarci in una nuova stagione di terrore".

Il primo atto pubblico del presidente, dunque, è stato rendere onore ai caduti e nello stesso tempo richiamare all'unità della nazione, solo antidoto al terrorismo.

Domani e dopodomani, il neo-presidente proseguirà nel suo giro di telefonate e poi comincerà a stendere il discorso di insediamento, che pronuncerà martedì alle 10, davanti al Parlamento riunito in seduta comune con i delegati regionali. Subito dopo, intorno alle 11.30, ci sarà la cerimonia di insediamento al Quirinale.

Alla quarta votazione ottenuti 665 voti
Erano passate da poco le 13 quando il nome di Sergio Mattarella ha raggiunto il quorum di 505 voti alla quarta votazione, la prima con il quorum ribassato al 50% dei 1009 grandi elettori. Subito è scattato un caldissimo applauso. Poi lo spoglio è proseguito e il nome di Mattarella ha raggiunto i 665 voti, solo nove sotto il quorum dei due terzi (673) che sarebbero stati necessari per le prime tre votazioni. Il predecessore Giorgio Napolitano lo ha definito una «figura imparziale» e subito dopo l'elezione ha detto: "C'è stato un risultato superiore alle aspettative", segno di una "convergenza molto ampia, ben al di là delle forze del Pd e dei partiti che si erano pronunciate su Mattarella. Oggi c'è un salto di qualità della politica".

127 voti sono andati al candidato dei 5Stelle Ferdinando Imposimato, 46 a Vittorio Feltri, 17 a Stefano Rodotà. Le schede bianche sono state 105.

"Buon lavoro, Presidente Mattarella! Viva l'Italia". Così su twitter il premier Matteo Renzi appena in aula alla Camera è scattato l'applauso per l'elezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della  Repubblica. Berlusconi ha atteso qualche per inviare un telegramma augurando buon lavoro al nuovo capo dello Stato. 

Il Papa ha inviato un telegramma a Sergio Mattarella, rivolgendogli "deferenti espressioni augurali per la sua elezione" e auspicando che "Ella possa esercitare il suo alto compito specialmente al servizio dell'unità".

Le indicazioni di voto. Anche Area Popolare ha fatto convergere il suo voto su Mattarella. Una decisione presa in extremis dai grandi elettori di Ncd e Udc, che hanno votato per alzata di mano un documento. Un solo voto contrario ci sarebbe stato, secondo quanto si apprende, quello di Barbara Saltamartini, che in dissenso con il suo partito si è dimessa da portavoce di Ncd. Anche il senatore Maurizio Sacconi si è dimesso da capogruppo di Palazzo Madama di Area Popolare. "Abbiamo fatto prevalere il valore della persona sull'errore di metodo", ha spiegato il leader dell'Ncd e ministro dell'Interno Angelino Alfano.

/Politica/Pagine/Mattarella-il-giorno-giusto-Ncd-verso-il-s-Fi-ancora-resiste-.aspx31/01/2015 22.08.50Colle, il Papa: sia al servizio dell'unitàAlle 13.31, pochi secondi dopo la proclamazione ufficiale del nuovo presidente, il Papa ha inviato un telegramma a Sergio Mattarella, rivolgendogli "deferenti espressioni augurali per la sua elezione" e
auspicando che "Ella possa esercitare il suo alto compito specialmente al servizio dell'unità".

Anche la Chiesa italiana ha espresso "soddisfazione" per l'elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica e gli "assicura la preghiera di tutta la Chiesa". /Politica/Pagine/cei-su-elezione-mattarella-presidente.aspx31/01/2015 22.05.53L'analisi. Ecco chi ha votato per MattarellaOtto voti dal quorum dei 2/3 della maggioranza dei 1009 grandi elettori. Sergio Mattarella è diventato Capo dello Stato alla quarta votazione con 665 sì, superando di gran lunga i 505 voti necessari per conquistare la maggioranza assoluta.

Sulla carta i voti sono superiori alle attese, anche contando il sostegno di Area Popolare, e sono dovuti a una quarantina di "franchi sostenitori" (così come vengono chiamati in Transatlantico alla Camera) di Forza Italia, e che, secondo molti, fanno riferimento perlopiù all'area di Raffaele Fitto.

Un risultato, quindi, che va oltre le attese: stando ai calcoli informali che si sono susseguiti per tutta la mattinata, le preferenze viaggiano intorno a quota 600. L'ordine di scuderia in casa degli azzurri è votare scheda bianca ma alla fine, su 148 grandi elettori azzurri (143 di Fi, più cinque del gruppo di Gal) solo 105 sembra si siano attenuti alla disciplina di partito. E c'è chi sospetta però che qualche scheda bianca provenga anche dalle fila del Pd e da Ncd, facendo dunque aumentare il numero di quanti nel partito del Cav avrebbero votato a favore del nuovo presidente della Repubblica.

Ufficialmente comunque il Pd tiene senza alcuna sbavatura: sempre sulla carta sono 444 i voti favorevoli (415 fra deputati e senatori e 31 delegati regionali) e proprio per poter mostrare una prova di lealtà, nonché sfruttare un'occasione per contarsi, c'è chi all'interno del gruppo ha deciso infatti di segnare le schede: tra questi, ad esempio, i Giovani Turchi - secondo quanto viene riferito - che sulla scheda hanno scritto 'Mattarella S', incassando 66 voti. Schede riconoscibili anche quelle dei renziani, che hanno optato per il più semplice 'Mattarella' e per i 33 grandi elettori di Sel che, sempre secondo quanto viene raccontato, avrebbero scritto 'On. Sergio Mattarella'.

Il nuovo Capo dello Stato ha poi potuto contare su 32 esponenti di Scelta civica, 13 del gruppo per l'Italia centro-democratico, a cui si aggiungono i 34 voti che arrivano dalle autonomie e da parlamentari appartenenti al gruppo Misto e 4 dei Popolari per l'Italia. Un esercito che stamattina è stato rafforzato dalle truppe di Ap (Ncd-Udc), che salvo qualche voto in dissenso ha schierato, dopo giornate convulse, i 75 Grandi elettori a favore di Sergio Mattarella. E a cui si sono aggiunti sei voti che arrivano dalla pattuglia degli ex grillini.

Per il resto gli ex M5S hanno insistito nel votare Rodotà (17 voti), mentre i grillini doc hanno continuato a puntare su Ferdinando Imposimato (127 voti) e Fratelli d'Italia con la Lega su Vittorio Feltri che ha totalizzato 46 voti./Politica/Pagine/elezioni-mattarella-presidente-repubblica-analisi-voto.aspx31/01/2015 22.05.53Giornata per la vita, in nome della solidarietàL’accoglienza della vita «è un lievito che fa fermentare la nostra società, segnata dalla cultura del benessere che ci anestetizza». Riflessione tanto più urgente in una società come la nostra, impoverita «da un preoccupante declino demografico». Una situazione che ci interroga e che ci obbliga a considerare nuove forme di solidarietà a favore della vita, per esempio quello delle famiglie che “adottano” un’altra famiglia. «Possono nascere percorsi di prossimità nei quali una mamma che aspetta un bambino può trovare una famiglia, o un gruppo di famiglie, che si fanno carico di lei e del nascituro, evitando così il rischio dell’aborto al quale, suo malgrado, è orientata».

Lo scrivono i vescovi italiani nel messaggio per la Giornata della vita che si festeggia domenica 1 febbraio in tutte le diocesi. Quella della solidarietà familiare è il nucleo più originale del messaggio 2015 che infatti si intitola “Solidali per la vita”. Un richiamo che non è un’utopia. In Italia è già possibile una vicinanza concreta tra famiglie secondo un progetto strutturato. Un aiuto che non è solo uno sporadico gesto di solidarietà - comunque positivo – ma un accompagnamento tra famiglia e famiglia che diventa impegno condiviso. Il progetto, portato avanti da Fondazione Paideia e Caritas italiana  punta a individuare famiglie disposte a prendersi carico di altre famiglie, magari più fragili, magari meno attrezzate nella navigazione per quanto riguarda l’impegno di coppia, le difficoltà educative, la gestione ordinaria della vita quotidiana. 

Le difficoltà più frequenti da affrontare e “risolvere” grazie all’affiancamento di una famiglia, riguardano mamme sole con bambini piccoli, difficoltà nella relazione coniugale, problemi educativi, incapacità nella gestione economica e, più in generale, nell’insieme delle dinamiche familiari. Nato a Torino e diffuso in numerose diocesi di Piemonte, Lombardia, Triveneto ed Emilia Romagna, il progetto punta ora ad espandersi al Centro e al Sud. I risultati? Nove volte su dieci la famiglia in difficoltà può dire: «Non ci sentiamo più soli».

Il primo passo per uscire dal disagio dell’isolamento e guardare in faccia la realtà. E per far vincere la vita, in tutta la ricchezza delle sue dimensioni. /Vita/Pagine/giornata-per-la-vita-2015.aspx31/01/2015 22.05.53Francesco: «Non vendiamo la madre terra»​Per gli agricoltori "la terra diventa la sorella, nasce un rapporto familiare". Ma "anche qui domina il dio denaro, di alcuni che non hanno sentimenti diciamo:
'vendono la madrè. Qui dobbiamo dire: 'vendono la madre terrà". Sono parole di Papa Francesco alla Coldiretti, l'organizzazione degli agricoltori cattolici, della quale ha ricevuto oggi in udienza 200 dirigenti. "Cari amici - ha detto
loro - auspico che il vostro lavoro per coltivare e custodire la terra sia adeguatamente considerato e valorizzato; e vi invito a dare sempre il primato alle istanze etiche con cui da cristiani affrontate i problemi e le sfide delle vostre attività".

Secondo Papa Francesco, "davvero non c'è umanità senza coltivazione della terra" così come "non c'è vita buona senza il cibo che essa produce per gli uomini e le donne di ogni continente". E per questo il Pontefice ha voluto richiamare oggi "il ruolo centrale" dell'agricoltura, e rendere onore "all'opera di quanti coltivano la terra,
dedicando generosamente tempo ed energie" ad un'attività che "si presenta come una vera e propria vocazione" e "merita di venire riconosciuta e adeguatamente valorizzata, anche nelle concrete scelte politiche ed economiche".

"Si tratta - ha spiegato Francesco - di eliminare quegli ostacoli che penalizzano un'attività così preziosa e che spesso la fanno apparire poco appetibile alle nuove generazioni, anche se le statistiche registrano una crescita del numero di studenti nelle scuole e negli istituti di Agraria, che lascia prevedere un aumento degli occupati nel
settore agricolo". E, ha concluso il Papa, "nello stesso tempo occorre prestare la dovuta attenzione alla fin già troppo diffusa sottrazione di terra all'agricoltura per destinarla ad altre attività, magari apparentemente più redditizie".
/Chiesa/Pagine/papa-discorso-alla-coldiretti.aspx31/01/2015 22.05.54Is uccide anche l'altro prigioniero giapponese

L'Isis ha diffuso il video della decapitazione dell'ostaggio giapponese, il reporter Kenji Goto. Lo riferisce il Site, il sito di monitoraggio del jihadismo. Il video di 1 minuto e 7 secondi è stato prodotto da al-Furqan Media Foundation, la "casa di produzione" dell'Is (o Isis) ed è stato diffuso su Twitter. Goto indossa la tuta arancione come precedenti ostaggi dello Stato islamico.

Le trattative fallite
Per la liberazione di Goto, i jihadisti avevano chiesto il rilascio della terrorista irachena Sajida Rishawi in carcere in Giordania. Amman aveva dato la sua disponibilità, chiedendo a sua volta la liberazione del pilota giordano caduto nelle mani dell'Isis, Muaz Kassasbe. Oggi su Twitter circolavano notizie non confermate che anche il pilota fosse stato decapitato. Ma il video non contiene alcun riferimento alla sorte del pilota giordano Muaz Kassasbe, né si hanno altre informazioni.

Ancora il boia inglese
Ad uccidere l'ostaggio giapponese Kenji Goto è di nuovo John il jihadista, secondo le immagini trasmesse dal Site, sito specializzato sul jihadismo. John, rivolto al governo giapponese, dice: "voi, insieme ai vostri stupidi alleati non avete capito che siamo assetati del vostro sangue".

Minacce al Giappone
"Al governo giapponese - dice il boia John secondo la trascrizione del video dell'esecuzione riportata dal Site - . Voi giapponesi , come i vostri stupidi alleati nella coalizione satanica, dovete ancora capire che noi , per grazia di Allah, siamo un califfato islamico con autorità e potere, un intero esercito assetato del vostro sangue".
" Abe - afferma John rivolgendosi al primo ministro giapponese, mentre brandisce il coltello sopra l'ostaggio inginocchiato ma ancora in vita - data la tua spericolata decisione di partecipare ad una guerra che non potete vincere, questo coltello non solo sgozzerà Kenji, ma continuerà la sua opera e causerà carneficine ovunque la vostra gente si troverà. L'incubo per il Giappone è incominciato".

/Mondo/Pagine/isis-uccide-reporter-giapponese-kenji-goto-siria-iraq.aspx31/01/2015 22.05.54Iraq, lo Stato islamico distrugge le bibliotecheDopo le razzie dei mongoli nel 13° secolo, adesso è il turno dei jihadisti dello Stato islamico (Is o Isis) a cancellare parte della memoria storica dell'Iraq. In particolare di Mosul, per secoli uno dei più importanti crocevia tra Oriente e Occidente.

Da quando nel giugno scorso l'Isis ha conquistato la seconda città dell'Iraq, ha distrutto migliaia di libri, anche antichi, delle più importanti biblioteche pubbliche e private della città, secondo quanto riferito da diversi testimoni interpellati in maniera anonima dall'Associated Press.
"Sono libri che incitano all'infedeltà e invocano la disobbedienza a Dio. Per questo li bruciamo", ha affermato un militante dell'Isis a uno degli abitanti che vive vicino alla sede della biblioteca nazionale.

Secondo le testimonianze, il saccheggio è avvenuto all'inizio di gennaio: i jihadisti hanno forzato le serrature e hanno portato via, caricandoli su camion diretti verso località sconosciute, migliaia di testi di vario tipo e raccolte di quotidiani d'epoca.

Da Mosul, che l'Isis ha eletto come sua capitale, si era già avuta notizia della distruzione di un tratto delle antichissime mura di Ninive, risalenti al primo millennio a.C. e inserite nella lista del patrimonio dell'Unesco. Nei mesi passati, i media dello Stato islamico e altre fonti delle regioni controllate dall'Isis hanno mostrato la distruzione di decine di siti storici e archeologici, come tombe di venerati imam, moschee, santuari di profeti venerati dall'Islam, dall'ebraismo e dal cristianesimo.

Come Baghdad, Aleppo, Damasco e altre città chiave della storia mediorientale, anche Mosul è stata per secoli segnata da una estrema ricchezza culturale e politica. Un patrimonio che nei secoli si è accumulato soprattutto nelle sue biblioteche.

Nel periodo immediatamente successivo alla caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003 a seguito dell'invasione anglo-americana, gli abitanti del rione vicino alla Biblioteca nazionale avevano nascosto i manoscritti più antichi per proteggerli. Oggi, l'Isis punisce con la morte chiunque compia quello che è considerato un crimine.

Si presume che dalla Biblioteca nazionale di Mosul siano andati perduti per sempre la collezione dei giornali d'epoca iracheni, mappe e volumi risalenti all'epoca ottomana. L'Isis ha anche saccheggiato la biblioteca dell'università cittadina, dando fuoco ai libri nella piazza centrale del campus di fronte agli studenti.

Testimoni che hanno assistito a questi saccheggi affermano che i jihadisti hanno caricato i libri di notte in camion-frigorifero con targhe siriane. È attualmente impossibile conoscere il destino di queste collezioni di volumi. Come già accaduto per manufatti antichi, i libri potrebbero esser stati venduti sul mercato nero.

Un professore di storia dell'Università di Mosul, parlando all'Ap in forma anonima, ha affermato che l'Isis è intenzionato a "cambiare il volto di questa città… cancellando i suoi edifici simbolo e la sua storia". Quando i mongoli saccheggiarono Baghdad nel 1258 gettarono i libri nel Tigri tanto che si racconta che il fiume si tinse di nero a causa dell'inchiostro. "La differenza - afferma il deputato iracheno Hakim Zamili - è che i mongoli gettavano i libri nel fiume. L'Isis li dà alle fiamme"./Mondo/Pagine/isis-ninive-iraq-mosul-distrutte-biblioteche.aspx31/01/2015 22.07.53Il Tribunale Vaticano apre l'anno giudiziario Dopo la Messa del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, nell’Aula delle Udienze del Palazzo dei Tribunali, il promotore di Giustizia, Gian Piero Milano, ha tenuto la sua Relazione introduttiva all’Anno giudiziario 2015 del Vaticano. Il servizio di Isabella Piro per la Radio Vaticana.

Il bilancio dell’anno giudiziario che va dal primo ottobre 2013 al 30 settembre 2014, tracciato dall’avvocato Gian Piero Milano, si apre con un riferimento al Magistero di Papa Francesco su un tema di straordinaria attualità: l’inquietante incremento, nei repertori della giurisprudenza, della criminalità finanziaria e della corruzione. “Una vera e propria piaga”, sottolinea il promotore di Giustizia, che colpisce un bene inviolabile dell’individuo: la sua dignità umana. L’avv. Milano si sofferma, quindi, sul processo di riforme avviato da Benedetto XVI ed intensificato da Papa Francesco, ad esempio con l’istituzione del Consiglio e della Segreteria per l’Economia, o con il Motu proprio del luglio 2013 che sanziona alcuni reati commessi contro la sicurezza, gli interessi fondamentali o il patrimonio della Santa Sede e definisce significative innovazioni per l’ambito della giurisdizione dei Tribunali vaticani.

Delitti contro minori: in corso atti istruttori e accertamenti informatici
In questo quadro normativo, si inserisce l’iniziativa dell’Ufficio del promotore di Giustizia relativa ai delitti contro i minori perpetrati all’estero da un pubblico ufficiale della Santa Sede, investito di funzioni diplomatiche e rivestito della dignità arcivescovile. Una “fattispecie delicata e inedita”, sottolinea il promotore, sulla quale sono in corso atti istruttori e complessi accertamenti informatici che richiedono massima cautela e riservatezza e si ipotizza di attivare strumenti di cooperazione giudiziaria internazionale. In questo caso, spiega il promotore, non si può parlare di sovrapposizione con le competenze della Congregazione per la Dottrina della fede, perché per il Tribunale si realizza la giurisdizione dello Stato, mentre per il Dicastero quella sullo status della persona interessata. Quindi, non c’è violazione del principio “ne bis in idem”, ovvero l’impossibilità di giudicare due volte una persona per il medesimo reato, e la Congregazione ha potuto procedere alla condanna, in prima istanza, alla pena della riduzione allo stato laicale, contro cui è stato presentato appello.

Prevenzione e contrasto del reato di riciclaggio
La Relazione cita, poi, la legge n. XVIII dell’8 ottobre 2013, in materia di trasparenza, vigilanza e informazione finanziaria, e il Comitato di sicurezza finanziaria istituito con Motu proprio dal Pontefice nell’agosto di due anni fa: esempi di una “dimensione operativa che sta dando risultati significativi”, soprattutto nella prevenzione e nel contrasto del riciclaggio. Il promotore di Giustizia menziona la condanna per truffa aggravata, con pena in prima istanza a quattro anni di reclusione, di un soggetto avente la gestione di beni ecclesiastici, caso per il quale si attende l’esito del processo di appello. Sempre in questo ambito, sono state cinque le segnalazioni di operazioni sospette giunte al promotore di Giustizia dall’Aif (Autorità di informazione finanziaria) per le quali si sono attuate appropriate norme ed avviate indagini. La legge n. XVIII, inoltre, ha introdotto “prescrizioni rigorose” sul trasporto transfrontaliero di denaro contante, tanto che nell’anno appena trascorso sono stati eseguiti controlli su oltre 4mila persone e 7mila veicoli in entrata o in uscita dal Vaticano.

Criminalità “globalizzata”.
Servono parametri uniformi per le rogatorie Strategica, ribadisce l’avv. Milano, è la cooperazione nel campo giudiziario, poiché oggi la criminalità “presenta sempre più i connotati della globalizzazione”, fenomeno al quale “non è estraneo lo Stato Vaticano”. Al riguardo, nell’anno giudiziario appena concluso, il Tribunale della Santa Sede ha ricevuto dieci richieste di rogatoria da autorità straniere, di cui otto dall’Italia. Sette sono state le rogatorie eseguite, tre quelle negate, di cui una italiana, perché la giurisdizione vaticana aveva già avviato procedimenti nei casi a cui esse si riferiscono. Per le rogatorie, inoltre, l’avv. Milano auspica “parametri informativi comuni ed uniformi”, cosa che non sembra avvenuta in un caso concreto. Ad aprile 2013, infatti, il promotore di Giustizia aveva chiesto alla giustizia italiana informazioni finanziare per un caso indagato in Vaticano, ma il materiale ottenuto era lacunoso e evidenziava modalità “improprie” di acquisizione di alcune prove.

Auspicata l’introduzione di norme specifiche per il reato di usura Il promotore di Giustizia riferisce anche di “isolati tentativi”, neutralizzati sul nascere in Vaticano, in relazione al traffico internazionale di stupefacenti, ed auspica l’introduzione di una norma specifica per il reato di usura, attualmente non previsto dal Codice. Ulteriori riflessioni su eventuali modifiche normative vengono avanzate riguardo alle intercettazioni di comunicazioni, definite “strumento di indagine imprescindibile”, e all’attuazione più completa delle norme sul “giusto processo” adottate dal Consiglio d’Europa e dall’Onu. Sei arresti disposti nel corso dell’anno In ambito civile, l’avv. Milano si sofferma sulle questioni in materia di lavoro ed ipotizza di rendere obbligatorio il tentativo di conciliazione presso l’Ufficio del lavoro.
 
Quindi, il promotore di Giustizia ringrazia il Corpo della Gendarmeria per alcune operazioni compiute nel 2014. Infine, qualche dato statistico: sei gli arresti disposti nel corso dell’anno; uno l’ordine di cattura emesso dal Tribunale; tre invece i decreti di citazione per il rinvio a giudizio. /Chiesa/Pagine/promotore-giustizia-apre-anno-giudiziario-vaticano.aspx31/01/2015 22.05.54Australian Open, a Bolelli e Fognini il doppioUn grande risultato per lo sport azzurro. Simone Bolelli e Fabio Fognini hanno vinto il torneo di doppio degli Australian Open di tennis, prima prova stagionale del Grande Slam. I due azzurri hanno battuto nella finale di Melbourne i francesi Pierre-Hugues Herbert e Nicolas Mahut in due set con il punteggio di 6-4, 6-4 in 1 ora e 22 minuti.

Dopo 56 anni dal trionfo di Orlando Sirola e Nicola Pietrangeli, a Parigi, l'Italia torna a vincere un torneo del Grande Slam nel doppio maschile. Quella odierna era la prima finale azzurra di doppio maschile in un torneo dello Slam nell'era open, e la prima proprio da quella vinta a Parigi da Pietrangeli e Sirola nel 1959. In carriera Bolelli e Fognini hanno conquistato insieme due titoli di doppio a Umago nel 2011 e a Buenos Aires nel 2013. In precedenza i migliori risultati nel doppio maschile del tennis azzurro nei tornei dello Slam erano tutti legati alla coppia formata da Pietrangeli e Sirola, che vantano oltre al titolo nel 1959 al Roland Garros le due finali nel 1955 ancora a Parigi e nel 1956 a Wimbledon. 

La partita
In avvio il primo allungo è di marca francese: nel quarto gioco Fognini al servizio si ritrova otto 0-40. Gli azzurri cancellano le prime due palle-break ma alla terza cedono la battuta e Mahut/Herbert salgono 3-1. Immediata la reazione degli azzurri che, grazie anche al contro-break messo a segno nel quinto gioco, recuperano (3-3). Nell'ottavo gioco ancora Fognini salva due palle-break poi nel game successivo sono gli azzurri a strappare il servizio ad Herbert: 5-4. Nel decimo game poi archiviano il primo parziale dopo aver recuperato da 0-30. Nel secondo set ancora francesi in difficoltà nel terzo gioco costretti a risalire dal 15-40. E sempre dal 15-40 ha recuperato la coppia italiana con Fognini al servizio sul 4-3 per i transalpini. Il break che ha deciso la sfida è arrivato nel game successivo: break su Mahut grazie e tre magnifiche risposte. Quindi Bolelli è stato implacabile al servizio: match point grazie ad un ace, quindi un errore di risposta degli avversari.

I vincitori
E adesso puntiamo alle Atp Finals". Simone Bolelli e Fabio Fognini non vogliono fermarsi.
"È una vittoria splendida, centrarla con Fabio è incredibile. Abbiamo fatto qualcosa di speciale e forse non ce ne rendiamo conto: è speciale per il nostro paese, per la federazione, per la gente. Con Fabio c'è un ottimo rapporto e questo è fondamentale, giochiamo insieme da 2-3 anni e lo facciamo anche in Davis. Adesso il nostro obiettivo diventano le Atp Finals", dice il bolognese Bolelli nella giornata memorabile.
"Siamo giocatori di singolare, il doppio è secondario. E questo risultato quindi è una sorpresa. Quando siamo fuori dal torneo di singolare, diamo il massimo in doppio: è importante per la fiducia, per crescere. Penso che ora giocheremo ancora di più", aggiunge. La coppia d'oro del tennis, ora, si separa per un pò: "febbraio non saremo insieme. Io farò i tornei indoor in Europa, lui andrà in America del Sud. Giocheremo la Coppa Davis, poi Indian Wells e Miami. E dopo tutti i tornei dello Slam", dice Bolelli.

L'impresa compiuta sotto il tetto della Rod Laver Arena può essere la svolta per entrambi. "Qyesto è uno dei miei momenti migliori in carriera. Ho avuto ottime sensazioni anche in Coppa Davis, ma vincere un titolo dello Slam è qualcosa di grosso...", dice Bolelli.

"Vincere è totalmente diverso e qui parliamo di un torneo del Grande Slam. Ok, il singolare sarà pure la priorità, ma una cosa del genere non capita tutti i giorni. Domani si volta pagina e si ricomincia: dobbiamo lavorare soprattutto in singolare e quando avremo la chance di giocare in doppio in un Masters 1000 daremo il massimo. Simone dice che puntiamo alle Atp Finals: ora è tutto nelle nostre mani, questo era un grosso torneo e con 2000 punti abbiamo una chance di andare alle finali del Tour", fa eco Fognini. /Sport/Pagine/tennis-open-australia-bolelli-fognini-vittoria.aspx31/01/2015 22.05.54Ucraina, ripresi i colloqui di MinskÈ finalmente iniziata a Minsk la nuova e più volte rinviata tornata di colloqui del cosiddetto Gruppo di Contatto sul conflitto ucraino: oltre alle delegazioni della Russia e dell'Osce, l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa nelle vesti di mediatrice, faccia a faccia i rappresentanti del governo di Kiev, guidati dall'ex presidente Leonid Kuchma, e quelli dei ribelli separatisti russofoni. I negoziati fanno seguito alla precedente sessione tenutasi lo scorso settembre sempre nella capitale bielorussa, e sfociata in accordi rimasti peraltro di fatto lettera morta. Secondo fonti della stessa Osce, al centro del tavolo vi sono la proclamazione immediata di una tregua tra i contendenti e il ritiro di tutte le armi pesanti dalla linea del fronte.

Il presidente in carica dell'Osce, il ministro degli esteri serbo Ivica Dacic, ha fatto un nuovo appello per un immediato cessate il fuoco nell'est dell'Ucraina, esprimendo dolore per la perdita di vite umane. "Nelle ultime 24 ore la situazione si è rapidamente deteriorata nell'est dell'Ucraina. Si registrano vittime e numerosi feriti", ha detto Dacic in un comunicato diffuso dall'Osce. "Faccio appello all'immediato cessate il fuoco e al pieno rispetto del protocollo di Minsk del 5 settembre 2014 e del memorandum del 19 settembre 2014", ha affermato il presidente dell'Osce. "Il conflitto in Ucraina non può essere risolto con la forza ma solo con il dialogo, che va ripreso al più presto".

Sul campo si contano molti morti e feriti da ambo le parti. Kiev denuncia la perdita di 15 soldati ucraini, mentre una trentina sono rimasti feriti. I filorussi invece paralno di 13 i civili morti nelle ultime 24 ore nell'est dell'Ucraina negli scontri fra l'esercito di Kiev e le milizie filo-russe. La maggior parte delle vittime si sarebbero registrate a Donetsk e Yasinovitaya, prese di mira dall'artiglieria ucraina.

Negli ultimi giorni i ribelli hanno lanciato un attacco su Debaltsevo, nodo ferroviario strategico a metà strada tra Donetsk e Lugansk, la cui conquista permetterebbe loro di creare una continuità territoriale fra le due enclave filo-russe. I separatisti hanno anche minacciato di estendere la loro offensiva se i negoziati che si dovrebbero tenere oggi a Minsk non porteranno risultati.

Intanto è arrivato al confine con l'Ucraina il 12esimo convoglio russo di aiuti umanitari diretto nella regione del Donbass, nell'est dell'Ucraina, e attualmente sono in corso alla dogana le procedure per il passaggio alla presenza di agenti della dogana ucraina e personale dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). Lo ha annunciato il ministero russo per le Emergenze. Il convoglio è composto da 170 furgoni e trasporta 1.500 tonnellate di forniture di cibo, medicine e altri beni essenziali. Secondo i piani di Mosca, il convoglio dovrebbe dividersi in due squadre: una diretta al checkpoint di confine di Donetsk, da cui poi dovrebbe recarsi a Luhansk; e l'altra diretta al posto di blocco di Matveyev Kurgan, da dove dovrebbe recarsi a Donetsk. /Politica/Pagine/ucraina-nuovi-colloqui-appello-osce.aspx31/01/2015 22.05.54Pillola dei 5 giorni, i ginecologi contro Ci sono i dibattiti sul bene e il male, le questioni di principio e quelle di politica, i diritti e le libertà da garantire. E poi ci sono i fatti. Scienza e medicina si basano ancora su questi: così succede che – nonostante dall’Europa arrivi l’ordine di dispensare un farmaco come la pillola dei 5 giorni dopo senza ricetta, come una semplice aspirina – la comunità scientifica italiana faccia sentire la sua voce. 

L’Agenzia del farmaco (Aifa) aveva espresso già molte perplessità nei giorni scorsi: «Nessuno dice che ben 11 Paesi dell’Unione hanno sollevato dubbi e critiche sulla decisione di Bruxelles», erano state le parole del direttore Luca Pani. La pillola in questione d’altronde – venduta col nome di EllaOne – non promette certo di far passare il mal di testa: la si assume fino a 5 giorni dopo un rapporto sessuale non protetto per evitare l’instaurarsi di una gravidanza indesiderata.
 
“Contraccezione d’emergenza” la chiama chi vorrebbe sminuirne l’effetto, che peraltro è assicurato: che quella gravidanza si sia instaurata o no, la pillola funziona, cancellando l’“errore”. Proprio per questo motivo nel nostro Paese, oltre che una prescrizione, si richiede che all’assunzione del farmaco si accompagni un test di gravidanza negativo: la pillola, altrimenti, causerebbe un aborto e la favola della contraccezione verrebbe meno. 

Ora ad alzare le barricate contro la decisione dell’Europa e a ricordare tutti i rischi della liberalizzazione di EllaOne sono i ginecologi italiani. Non quelli – e sono già a migliaia – aderenti all’Associazione dei medici cattolici (Amci), ma alla ben più laica Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo). «Qui non si tratta di dire ciò che è giusto o sbagliato – esordisce determinato il presidente della Sigo Paolo Scollo, ginecologo e direttore del Dipartimento Materno-Infantile dell’Azienda ospedaliera Cannizzaro di Catania –. Le donne, e in particolar modo quelle giovani, devono parlare con un medico quando si trovano in una situazione simile. Ci riempiamo continuamente la bocca di discorsi sulla responsabilità procreativa e sulla necessità di un’educazione sessuale adeguata e poi perdiamo l’occasione di entrare in relazione con le donne proprio quando sono più sensibili e recettive su questi temi, cioè quando temono di essere incinte? Sarebbe uno sbaglio madornale e se l’Europa ha deciso di compierlo noi non dobbiamo certo seguirla». 

Prevenzione, dunque, non morale «per evitare che ci sia una prossima volta». Per evitare, anche, che senza prescrizione medica le più giovani (e soprattutto le minorenni) possano finire in farmacia ad acquistare EllaOne dopo una volta al mese, «con tutti i rischi che l’abuso di simili farmaci comporta». I ginecologi, dunque, concordano con la posizione che secondo indiscrezioni sempre più insistenti anche la Commissione tecnico-scientifica dell’Aifa avrebbe assunto, in attesa di un parere del Consiglio Superiore di Sanità. «La ricetta – aggiunge il presidente della Sigo – è un utile mezzo di controllo e l’Italia, mantenendo l’obbligo di prescrizione perlomeno sotto i 18 anni, farebbe un notevole passo avanti rispetto all’Europa».

Netta la posizione dei ginecologi anche sulla necessità di mantenere l’obbligo del test di gravidanza: «Con i nuovi sistemi che abbiamo a disposizione esso non comporta nulla di difficile, è un problema che è stato ingigantito». Il test, anzi, «serve per riflettere e per fare una scelta ancora più consapevole ». Che non è certo quella di andarsi a comprare il “contraccettivo d’emergenza” da sole: un modo per rimuovere nelle donne la coscienza del proprio corpo, il significato della sessualità e il valore della vita che ne può scaturire.
/Cronaca/Pagine/Pillola-dei-5-giorni-I-ginecologi-contro-.aspx31/01/2015 22.05.54Bambini senza maestra, mamme chiamano i vigili Tra i veri problemi della Capitale, degni secondo il segretario Cei Galantino di più attenzione rispetto alle unioni civili, c’è sicuramente quello delle scuole. Alla scuola dell’infanzia Enrico Toti al Pigneto, gestita dal Comune, per la seconda volta in due giorni i genitori hanno chiamato la polizia municipale perché due classi erano senza maestra. L’assenza non era stata sostituita e 40 di bambini tra i 3 e i 4 anni erano stati radunati in palestra in attesa di qualcuno che li controllasse. A denunciare il caso, niente affatto isolato, è l’agenzia 
Redattore Sociale. 

Basta l’assenza di una maestra a mandare in tilt il servizio: le nuove norme entrate in vigore il 7 gennaio con delibera comunale 236/2014 non prevedono sostituzioni. «La maestra titolare doveva sottoporsi a un intervento, lo si sapeva da tempo – lamenta una mamma – ma abbiamo dovuto lasciare i bambini con la maestra di sostegno perché la supplente non è stata mandata». 

Di solito i bambini delle classi scoperte vengono smistati nelle altre classi fino al raggiungimento del numero massimo per legge, 26. Superato il quale, se manca la supplente, la scuola va in tilt. Va peggio nei nidi, dove il rapporto adulto/bambini deve essere di uno ogni sette./Cronaca/Pagine/Bambini-senza-maestra-mamme-chiamano-i-vigili-.aspx31/01/2015 22.05.54Galantino: la politica ascolti i bisogni realiUna politica che non divaghi. Che, al contrario, si sintonizzi «con il fuso orario dei bisogni della gente» e che non ricorra al vecchio trucco del panem et circenses «per non guardare alle buche per strada». È questa la politica che invocano i vescovi italiani. I quali guardano anche all’elezione del presidente della Repubblica «sperando e pregando» che, al di là del suo essere cattolico («non è di per sé una garanzia») sia «un uomo capace di aiutare i governanti a poggiare l’orecchio» proprio su quei bisogni. È monsignor Nunzio Galantino a riferire ai giornalisti l’eco dei lavori del Consiglio permanente di questa settimana. E con la consueta schiettezza si sofferma sui diversi temi affrontati dai membri del parlamentino della Cei, sulla scia della prolusione del cardinale presidente, Angelo Bagnasco.
Gender e unioni civili
Al primo posto, afferma il segretario generale, «la colonizzazione ideologica del gender che vuole capovolgere l’alfabeto dell’umano». Galantino ricorda che la tentata introduzione di queste teorie nella scuola «è stata presentata come un fatto educativo: aiutare i bambini alla tolleranza della diversità». Ma «sotto il titolo di quei libri si è messa invece una polpetta avvelenata perché si vuole capovolgere il dato antropologico e per fare questo si è usata una violenza». Una cosa è ricevere un trans, come ha fatto il Papa, per testimoniare l’accoglienza che si deve a tutti, aggiunge poi parlando a Radio vaticana, un altro propagandare nelle scuole la teoria del gender. «E comunque è scorretto mettere in contrasto (come hanno fatto alcune testate) quell’incontro con quanto ha detto il cardinale Bagnasco nella prolusione, tra l’altro citando proprio il Papa».

Il segretario della Cei prosegue: «Abbiamo l’impressione che i politici si diano un gran da fare, ma non su quello di cui la gente ha bisogno». L’esempio è quanto ha fatto il sindaco Marino, a Roma. «Una volta, proprio a Roma si parlava di panem et circenses. Oggi il pane le persone lo vanno a prendere alla Caritas, e i circenses nelle aule consiliari». Fuor di metafora, spiega Galantino, «le unioni civili mi sembrano un diversivo per chi non è sintonizzato sul fuso orario della gente. Per fare la cerimonia in Campidoglio bastano due ore. A me sembra che per non guardare le buche per le strade, si offrano diversivi». Il vescovo si rivolge quindi anche ai giornalisti, ricordando come il 18 ottobre scorso, quando Marino con tanto di fascia tricolore aveva recepito le "nozze" gay di due omosessuali "sposati" all’estero (cosa che la legge italiana espressamente vieta, ndr), aveva anche posato con un bambino che, arrotolati i certificati, li usava come cannocchiale. «Qualcuno ha scritto: "Così guarda lontano". Ma di che cosa stiamo parlando?». Questo, però, senza nulla togliere ai diritti individuali, che «sono sacrosanti». Ma «l’errore sta nel ritenere che quei diritti siano la via per il bene comune».
La famiglia
Il segretario della Cei chiede a nome dei vescovi più attenzione alla famiglia, «oggi al centro di chiare aggressioni da parte delle lobbies». «Che fine ha fatto il quoziente familiare? Nei lavori parlamentare se ne sono perse le tracce». Eppure la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna è «una realtà garantita dalla Costituzione. «E allora chiunque fa passi che vanno contro questa realtà, cercando di scardinarla dall’interno, a mio parere realizza una sorta di "bullismo costituzionale"».
Banche popolari e immigrati
A una domanda sulla riforma delle banche popolari, il vescovo risponde. «Non è un attacco alla finanza cattolica, ma non mi pare che nelle premesse di questa riforma ci sia una più equa distribuzione della ricchezza». E sempre in tema di problemi reali, Galantino aggiunge: «Non si può ipocritamente continuare a meravigliarci che arrivino ancora nuovi immigrati. A fronte degli sbarchi, prefetti e sindaci prima ci telefonano per sapere se c’è posto, ma dopo che accogliamo le persone spariscono. Salvo contestarci poi che violiamo le leggi europee che prescrivono uno spazio di almeno 2,5 metri quadri per ognuno».
La Croce e Avvenire
C’è spazio anche per la domanda sulla nascita del nuovo quotidiano La Croce. Pensa che sia in alternativa ad Avvenire?, gli chiedono. «Pensarlo sarebbe un’affermazione di bassa lega», risponde il segretario della Cei, che ammette però di non aver ancora visto da vicino il neonato giornale. «Quando esce un nuovo organo di informazione è sempre positivo, non foss’altro che per il fatto che si creano posti di lavoro. Speriamo che li paghino», aggiunge. E comunque «una voce in più è un bene, anche la Chiesa può beneficiare dell’esistenza di più giornali. Il pensiero unico non va mai bene a nessuno». Avvenire, assicura tuttavia Galantino, «è in una situazione bella e florida. Aumenta e sta aumentando tiratura e lettori, mentre altri giornali registrano cali rilevanti».
Revisione delle diocesi e Sinodo
Nessuna novità, invece, sulla revisione del numero delle diocesi. La Cei già dal 2011 ha indicato alla Congregazione dei vescovi alcuni criteri per procedere. «Ma non è vero che il Papa abbia affidato a me questo incarico. Non è un lavoro per una sola persona. E comunque – sottolinea Galantino – non si possono fare tagli orizzontali». Risposte al questionario per il Sinodo dei vescovi: «Nelle diocesi – ha concluso il vescovo – è in atto una fase di creativo laboratorio». /Chiesa/Pagine/Galantino-su-gender-e-quirinale.aspx31/01/2015 22.05.54Il Papa: soluzione negoziata per Iraq e SiriaLa guerra in Iraq e Siria è un’immensa tragedia che ha bisogno di una soluzione negoziata urgente: lo ha detto Papa Francesco incontrando in Vaticano i membri della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali.

Una soluzione a conflitto estenuante
Un incontro fraterno che si è svolto sullo sfondo delle drammatiche notizie che continuano a giungere dalla regione. “In questo momento, in maniera particolare – ha affermato Papa Francesco - noi condividiamo la costernazione e il dolore per quanto accade in Medio Oriente, specialmente in Iraq e in Siria”
“Ricordo tutti gli abitanti della regione, compresi i nostri fratelli cristiani e molte minoranze, che vivono le conseguenze di un estenuante conflitto. Insieme a voi prego ogni giorno affinché si trovi presto una soluzione negoziata, supplicando la bontà e la pietà di Dio per quanti sono colpiti da questa immensa tragedia”.

Cristiani al servizio della pace e della giustizia
“Tutti i cristiani – ha proseguito il Papa - sono chiamati a lavorare insieme in mutua accettazione e fiducia per servire la causa della pace e della giustizia”: “Possano l’intercessione e l’esempio di molti martiri e santi, che hanno dato coraggiosa testimonianza di Cristo in tutte le nostre Chiese, sostenere e rafforzare voi e le vostre comunità cristiane”.

Il lavoro della Commissione per il dialogo teologico
Papa Francesco ha quindi espresso la sua gratitudine per il lavoro della Commissione, iniziato nel gennaio del 2003, e che negli ultimi dieci anni, “seguendo una prospettiva storica, ha esaminato le strade attraverso cui le Chiese hanno espresso la loro comunione nei primi secoli, e che cosa questo significhi per la nostra ricerca della comunione oggi”. Durante l’incontro di questa settimana, è stato avviato anche un approfondimento sulla natura dei Sacramenti, in particolare del Battesimo. L’auspicio del Papa è che “il lavoro compiuto possa portare frutti abbondanti per la comune ricerca teologica e aiutarci a vivere in maniera sempre più profonda la nostra fraterna amicizia”.

Infine, il Pontefice ha ricordato “con vivo apprezzamento” l’impegno ispiratore per il dialogo del Patriarca della Chiesa Siro Ortodossa di Antiochia e di tutto l’Oriente, Ignazio Zakka Iwas, morto lo scorso anno: “Mi unisco alla preghiera di voi tutti, del clero e dei fedeli di questo zelante servitore di Dio, chiedendo per la sua anima l’eterna gioia”.

Quali sono le Chiese Ortodosse Orientali
Le Chiese Ortodosse Orientali sono quelle che hanno accettato solo i primi tre Concili ecumenici (di Nicea, Costantinopoli ed Efeso). Sono in tutto sei: Patriarcato copto ortodosso d’Egitto; Patriarcato siro ortodosso d’Antiochia e di tutto l’Oriente, Damasco; Chiesa Apostolica Armena: Sede di Etchmiadzine, Armenia – Catholicossato di Antelias, Libano; Chiesa ortodossa d’Etiopia; Chiesa ortodossa di Eritrea; Chiesa ortodossa sira del Malankar.

(Sergio Centofani, Radio Vaticana)/Chiesa/Pagine/appello-papa-francesco-soluzione-tragedia-iraq-siria.aspx31/01/2015 22.05.54La Grecia rovescia il tavolo. Scontro con BerlinoLa Grecia rovescia il tavolo con l'Europa e lo fa davanti al presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem volato ad Atene a proporre le condizioni di Bruxelles, tutte rigettate. Il nuovo Governo non vuole né un'estensione del programma di aiuti e né il ritorno della Troika Ue-Bce-Fmi per concludere l'attuale piano, due mosse che secondo la Ue avrebbero dato a tutti il tempo di parlare del futuro.

Ma Alexis Tsipras e il suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis vogliono voltare pagina subito, e sono disposti a tutto, anche ad assumersi il rischio di arrivare alle prossime scadenze sui titoli senza gli aiuti internazionali. Lo scontro è dunque altissimo, e la Germania chiude anche oggi la porta a qualunque negoziato sul debito: non ci faremo ricattare, ha detto il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble. Non rispettando le condizioni trattate con la troika Tsipras "mette il suo Paese in pericolo", avverte il presidente del Parlamento Ue, Martin Schulz, intervistato dal settimanale tedesco Der Spiegel. "Gli elettori greci - chiosa - devono essere realistici. Le promesse elettorali vengono mantenute raramente e non ci sono elefanti rosa che sanno suonare la tromba".

La riunione tra Dijsselbloem e Varoufakis è tesa fin da subito, e si conclude con una breve conferenza stampa nella quale i due si guardano a fatica. E nemmeno ci provano a nascondere l'aperto conflitto: "Non ho alcuna intenzione di collaborare con i funzionari della Troika per l'estensione del programma di salvataggio" in scadenza a fine febbraio, ha detto il ministro. "Ignorare i compromessi già fatti non è la strada da seguire", ha risposto il presidente. Le differenze tra i due sono "enormi", confida una fonte europea.

Il nuovo Governo vuole una soluzione che dia sollievo al suo debito, negoziandola in un consesso diverso da quelli intervenuti finora in modo da arrivare a conclusioni diverse, magari più 'creative' di quelle di Bruxelles, vincolata alle regole. Ma Dijsselbloem esclude l'idea a priori: "Dovete capire che questo luogo dove negoziare esiste e si chiama Eurogruppo", spiega al ministro, mettendo in guardia i nuovi governanti da "mosse unilaterali", dopo le quali il dialogo si interromperebbe immediatamente. L'importante, ricorda, è che la Grecia "non mandi perduto tutto quello che è stato raggiunto negli ultimi anni".

Che l'atmosfera si stia scaldando sempre di più, lo dimostra anche l'escalation di dichiarazioni in arrivo da Berlino: "Siamo difficili da ricattare", avverte Schaeuble a proposito delle idee greche sul debito. Ipotesi, quella del taglio o della svalutazione, che considera "un divorzio dalla realtà".
Del resto, i privati ci hanno già rimesso una volta con l' 'haircut', il taglio del valore nominale dei titoli deciso durante la ristrutturazione del debito, e la Germania la vede come un'esperienza irripetibile, anche perché darebbe una cattivo segnale agli investitori.

Berlino era favorevole solo al prolungamento del programma, "ma solo se fosse collegato a una chiara disponibilità a realizzare le riforme concordate". Questione che da oggi è ufficialmente esclusa, perché, come ha spiegato Varoufakis, la Grecia che rifiuta l'austerità non può accettare l'estensione di un programma basato proprio su quella.

Ora tocca al Governo greco decidere cosa fare, ha spiegato Dijsselbloem lasciando Atene visibilmente alterato. La Grecia, senza piano di aiuti, rischia di finire il 'cash' per onorare le prossime scadenze a metà anno: tra luglio e agosto deve ridare alla Bce circa 6 miliardi di euro. Se non consente alla Troika di tornare, dettando le ultime condizioni per avere l'ultima tranche di aiuti, nemmeno l'attuale programma sarà portato a termine. Il che la taglierebbe fuori anche dal QE della Bce e dalla liquidità d'emergenza per le banche, che da quei fondi dipendono. E il clima teso, si riflette subito sui titoli: lo spread vola a 1.049 e i rendimenti dei decennali, in netto rialzo, a 10,79%. /Mondo/Pagine/grecia-ue-atene-rovescia-il-tavolo.aspx31/01/2015 22.05.54Ebola, volti e speranze dalla Sierra LeoneA minata Kamara ha solo 3 anni e uno sguardo serissimo. In meno di sei mesi, ebola le ha strappato 14 membri della famiglia: i genitori sono stati i primi a morire, poco dopo due fratelli più grandi, due zii e infine diversi cugini. Gli occhi neri e profondi della bambina sembrano riflettere l’oscurità di questa spaventosa epidemia. «È incredibile come sia riuscita a sopravvivere», spiega Paulyanna Kanu, operatrice addetta alla protezione dei minori per il Family homes movement (Fhm), partner locale dell’organizzazione italiana Avsi. «Dopo la morte di sua madre, Aminata è stata portata dalla zia al funerale nella località settentrionale di Makeni. Al ritorno la zia è morta, infettando suo marito, alcuni figli e altri parenti – continua Paulyanna –. È davvero un miracolo che questa bambina sia ancora tra noi».

Aminata ora vive nella comunità di Kuntuloh, a Est della capitale Freetown, uno dei punti nevralgici dove il virus ha fatto strage. I tetti in lamiera e legno si confondono tra le verdi colline scoscese che si tuffano verso il mare. Alcuni alberi imponenti fanno ombra a gruppi di giovani che, senza lavoro né scuola, passano il tempo a giocare tra loro. È invece impressionante il numero di cani che fanno da guardia ai loro padroni o che, randagi, si riposano al sole. In questa realtà comune a tutte le baraccopoli del continente africano, un intreccio di fili rossi segnala le case poste sotto quarantena. Le famiglie che occupano queste abitazioni sono costrette a non oltrepassare il "confine" per 21 giorni, il tempo d’incubazione del virus. Per loro non è quindi possibile recarsi al mercato, lavare i vestiti, o andare a pregare in chiesa o in moschea. E se un nuovo caso di ebola si presenta durante la quarantena, il conto alla rovescia ricomincia daccapo.

«Mi raccomando, Matteo: non toccare niente, non avvicinarti alle persone, non entrare nelle loro case e tirati giù le maniche della camicia per evitare qualsiasi contatto diretto». Paulyanna è categorica. Scendiamo dall’auto per distribuire cibo a una famiglia in quarantena che però è sprovvista del filo rosso davanti all’abitazione. Bisogna quindi stare più attenti a ciò che si calpesta o si sfiora. Inoltre, le guardie che dovrebbero assicurare il rispetto delle regole dell’isolamento non sono presenti da diverso tempo. O sono scappate per la paura, oppure pensavano di eludere i controlli delle organizzazioni umanitarie.

«Siamo al sedicesimo giorno di quarantena e non abbiamo ricevuto cibo da 5 giorni – afferma uno dei capifamiglia, vicino di casa di una donna morta un mese fa dopo aver trasmesso il virus alla figlia –. Ieri finalmente il governo si è accorto di noi e ci ha inviato alcuni operatori con i viveri». La situazione è infatti molto delicata in Sierra Leone, il Paese che insieme alla Guinea Conakry e alla Liberia sta subendo le conseguenze peggiori della diffusione del male. Da quando l’epidemia di ebola è scoppiata il 24 maggio dell’anno scorso, il governo di Freetown, insieme alle agenzie internazionali e alle organizzazioni non governative locali, sta lottando contro il tempo per salvare il maggior numero di vite possibile. Delle oltre 8.800 vittime, circa 2.800 sono morte in questo Paese ricco di diamanti ma povero di tutto il resto. Non c’è da meravigliarsi, purtroppo. Il sistema sanitario è in pessime condizioni. Solo alcuni ospedali, spesso sostenuti da aiuti esteri, dimostrano di funzionare davvero. Ma persino in questi ultimi, il personale talvolta si allontana appena viene a contatto con un caso sospetto di ebola.

Inoltre, le statistiche più recenti precisano che la Sierra Leone ha un solo medico ogni 50mila pazienti, e uno dei più alti livelli di mortalità per parto. «La situazione sanitaria era già gravissima, ebola la sta aggravando ancora di più», afferma Daniel Sillah, fondatore della Saint Mary’s home of charity (Smhc), sostenuta da tre anni dall’Onlus italiana "Orizzonti" di Cesena. «Nella zona settentrionale di Madaka, dove lavoriamo, fino all’80% delle donne muore dando alla luce il figlio. La febbre emorragica ha radicalmente aumentato il numero di decessi tra i genitori – continua Daniel –; con mia moglie Lucy abbiamo adottato 10 tra ex bambini soldato, orfani e due gemelle di 6 anni che prima erano molto malate. Ma abbiamo bisogni di finanziamenti per aiutare le 150 famiglie di cui ci occupiamo». Secondo i dati di quest’ultima settimana, la Sierra Leone sembra lentamente avviata a uscire dall’emergenza della febbre emorragica. I decessi si sono ridotti e i casi di contagio paiono diminuire. Ma diversi operatori sul campo avvertono che non bisogna fidarsi troppo dei numeri pubblicati dai governi e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

«Le autorità parlavano di 11 casi di ebola in tutto il Paese registrati mercoledì scorso – si lamenta un’assistente sociale che collabora con l’Oms e preferisce mantenere l’anonimato –. Invece oggi abbiamo scoperto che 4 bambini sono risultati positivi quello stesso giorno e non figuravano nelle statistiche ufficiali». Non è affatto facile tenere il conto di tutti i casi registrati a livello nazionale. Molti malati preferiscono nascondere i loro sintomi e morire senza provare a curarsi. Hanno paura di essere discriminati dalla comunità anche quando riescono a sopravvivere al virus. Per questo in città sono stati esposti cartelloni che, sembra un paradosso, invitano la gente a non stigmatizzare chi ha perso un familiare a causa del virus o chi è riuscito a guarire. «C’è un lavoro davvero delicato dietro la reintegrazione nella comunità di una persona guarita da ebola», assicura Paulyanna, mentre i suoi colleghi effettuano un’altra distribuzione di scatoloni pieni di viveri finanziati dalla Cooperazione italiana e gestita appunto da Fhm/Avsi.

«Non solo parliamo a lungo con i parenti e i vicini di casa di chi è uscito da un centro sanitario perché guarito dal virus. Ma da tempo – continua Paulyanna – abbiamo lanciato programmi radio che ci permettono di raggiungere gran parte della popolazione nei diversi quartieri di Freetown». Il presidente Ernest Bai Koroma ha dichiarato all’inizio dell’anno che «l’epidemia sarà sconfitta entro marzo». Mentre una serie di test per il vaccino dovrebbero cominciare nello stesso periodo in Sierra Leone, anche le scuole si stanno preparando a riaprire tra poco più di un mese. Ma sono molti gli scettici. Una cosa è certa: l’interruzione delle lezioni sta aumentando il numero delle gravidanze precoci. «Sebbene sia contrario alla riapertura della scuola, stiamo notando un radicale aumento delle ragazzine rimaste incinte in questi ultimi mesi – avverte Harry Kpange, a capo del coordinamento di alcuni progetti di Fhm/Avsi –. E questo sta causando scenari disastrosi, soprattutto per le famiglie più povere».

Dopo 11 anni di guerra civile finito nel 2002, questo peraltro bellissimo Paese dell’Africa occidentale è costretto ad affrontare un nuovo terribile trauma. Una crisi che, per molti versi, è peggiore del conflitto. Ebola infatti non puoi vederlo arrivare e non sai mai quando ti prenderà di mira. Con il virus non puoi negoziare un cessate il fuoco o mediare un accordo di pace. È un nemico invisibile e, allo stesso tempo, presente dappertutto. «Non fidarti nemmeno di tua madre o di tuo padre – conclude Harry, sottolineando che la vigilanza contro ebola deve rimanere molto alta –. Non fidarti di me. Io non mi fido di me stesso! Quindi tu non devi fidarti di me come io non mi fido di te». /Mondo/Pagine/ebola-sierra-leone-foto.aspx31/01/2015 22.05.55Istat: a dicembre 93mila occupati in più​A dicembre la disoccupazione giovanile cala al 42%, toccando il valore minimo da un anno. È quanto rileva l'Istat, aggiungendo che il calo rispetto al mese precedente è di 1 punto percentuale mentre risulta in aumento di 0,1 punti nei dodici mesi.

Per quanto riguarda il complesso degli occupati, nel mese di dicembre (tradizionalmente quello in cui si osservano dei picchi, grazie anche ai lavori stagionali legati alle festività) tornano a salire di 93 mila unità in un mese (+0,4%), riportandosi, dopo due cali consecutivi, a valori vicini a quelli registrati a settembre. L'Istituto rileva un rialzo anche su base annua, con un aumento di 109 mila occupati (+0,5%). La disoccupazione è calata dello 0,4% e si è riportata al 12,9% come all'inizio del 2014.

Dal calcolo del tasso di disoccupazione giovanile, spiega l'Istat, sono esclusi i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, ad esempio perché impegnati negli studi. Il dato sul calo della disoccupazione non deve però trarre in inganno. In realtà infatti a dicembre sono occupati 918mila giovani tra i 15 e i 24 anni, in
calo dello 0,7% (-7mila) rispetto al mese precedente e del 3,6%
su base annua (-34mila). Il tasso di occupazione giovanile, pari
al 15,4%, diminuisce di 0,1 punti percentuali rispetto al mese
precedente e di 0,5 punti nei dodici mesi. Il numero di giovani disoccupati, pari a 664mila, diminuisce del 4,7% nell'ultimo mese (-33mila) e del 3,1% rispetto a dodici mesi prima (-21mila). Meno disoccupati, quindi, ma anche meno occupati: ci sono cioè più giovani che non cercano più lavoro o che si "fermano" nei percorsi di formazione.

Disoccupazione in lieve calo pure in Europa: come certifica Eurostat, il tasso nell'Eurozona è stato pari all'11,4% in dicembre, livello minimo dall'agosto del 2012. Nell'Ue a 28 paesi, i disoccupati in dicembre erano invece pari al 9,9%, per la prima volta sotto il 10%
dall'ottobre del 2011. Il calo maggiore è stato proprio quello registrato dall'Italia.
Tornando ai dati del nostro Paese, soddisfazione per i dati dell'Istat è stata espressa dal premier Matteo Renzi in un tweet: "Centomila posti di lavoro in più in un mese. Bene. Ma siamo solo all'inizio. Riporteremo l'Italia a crescere #lavoltabuona". Anche per il ministro del Lavoro si tratta di "una bella notizia"; Giuliano Poletti si dice convinto che "i primi mesi del 2015 potranno segnare una svolta", con  "l'entrata in vigore delle misure di carattere espansivo e della decontribuzione triennale per i nuovi assunti a tempo indeterminato contenute nella legge di stabilità e l'imminente operatività del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti", che "potranno infatti dare un impulso importante alla ripresa dell'economia e, di conseguenza, alla crescita dell'occupazione".
Di parere opposto il segretario della Cgil Susanna Camusso, che spiega il calo della disoccupazione, tra le altre cose, con il peggioramento "delle condizioni delle partite Iva" e il mancato intervento sulla definizione di forme contrattuali sane"./Economia/Pagine/disoccupazione-giovanile-scende.aspx31/01/2015 22.05.55«Dopo i Casalesi, no anche alle ’ndrine»«I calabresi? Sono venuti anche da noi, ci hanno provato. Ma abbiamo subito capito. Diciamo che abbiamo un certo sesto senso. Li guardiamo in faccia e li riconosciamo. E poi quando qualcuno mi dice che i soldi non sono un problema io mi insospettisco...». Già, Francesco Piccolo assieme al suo amico e socio Raffaele Cantile conosce bene le pressioni e gli affari dei clan. Giovani imprenditori edili campani, da quasi quindici anni lavorano nel modenese, da cinque vivono sotto scorta per aver denunciato gli estorsori che venivano proprio dal loro paese, Casapesenna nel Casertano, “patria” del boss dei “casalesi” Michele Zagaria che in Emilia ha fatto ricchi affari, anche insieme alla ’ndrangheta. I primi imprenditori ad aver “osato” denunciare il boss. Una scelta netta, che ha portato a durissime condanne, da 8 a 20 anni, anche in appello, compreso Zagaria.

Anche loro hanno lavorato per la ricostruzione post terremoto, realizzando 5 scuole, «tutte terminate entro i 60 giorni previsti», ricorda Piccolo con orgoglio. E ora con la loro società “Pica costruzioni” (Pica sta per Piccolo e Cantile) stanno lavorando sia a Mirandola, per la scuola di musica, che a Milano dove stanno restaurano lo stadio di San Siro. Ma proprio in Emilia non sono mancate difficoltà. «In alcuni comuni emiliani sono stati arrestati i responsabili degli uffici tecnici, proprio quelli che ci avevano tenuto fuori dagli appalti. Eravamo sospetti in quanto campani... Ora si vede che non eravamo noi ad essere etichettati ma loro... Ogni famiglia mafiosa ha messo un tecnico di fiducia in un comune». L’imprenditore non si stupisce. «Qui hanno sempre fatto finta di nulla. Ma anche in Emilia c’è chi accetta di far parte del sistema mafioso, perché conviene. I soldi piacciono a tutti...». E poi, denuncia, «con la disperazione della crisi, soprattutto nell’edilizia, quando gli uomini dei clan si offrono di entrare in società con tanti soldi è difficile resistere. Sono bravi, non sono delinquenti». Anche perché, accusa, «le banche hanno messo tante imprese edili in sofferenza e questo ha favorito i mafiosi».

Ovviamente Piccolo è soddisfatto dell’operazione che ha colpito duramente gli interessi della ’ndrangheta ma avverte: «È stato scoperto solo un quarto di quello che c’è. Ricordiamo che nelle regioni di origine usano la violenza, qui usano la penna, e sono molto meno visibili». Oggi ha letto del mega sequestro di camorra a Padova e un po’ si preoccupa. «Stiamo realizzando una scuola proprio in quella città. Vuol dire che dovremo stare attenti anche lì». Cosa che altri imprenditori non hanno fatto. «Alcuni di quelli arrestati li conosco bene. E un po’ mi sono stupito. Li reputo soprattutto vittime di un sistema di appalti che controlla dall’alto mentre andrebbe controllato dal basso. Mica sono scemi i mafiosi. Per entrare negli appalti usano cottimisti e fornitori che risultano sempre puliti. Noi comunque – è il consiglio – non ci fidiamo mai e controlliamo anche gli operai che assumiamo». E comunque, sottolinea l’imprenditore, «ormai sanno chi siamo, parliamo la loro stessa lingua e stanno lontani. Ma siamo mosche bianche». Ora dopo i tantissimi arresti Piccolo si prende una soddisfazione. «Quando abbiamo denunciato dicevano “è roba tra di voi”. Adesso che dicono? Perché lo avevamo fatto? Non eravamo dei pazzi visionari». Poi però, aggiunge, «speriamo che non aumenti la diffidenza verso i meridionali».

Ma l’operazione Aemilia potrebbe essere occasione anche per riflettere sul sistema degli appalti, soprattutto per la ricostruzione dopo un terremoto. «Perché si arriva sempre dopo? Perché si opera sempre in emergenza. Quando c’è fretta non si guarda in faccia ai fornitori, si sceglie chi conviene e ci si limita ai controlli di routine. Ma dietro l’emergenza e la fretta è facile nascondersi. Soprattutto per “loro” che sono bravissimi a farlo. E poi spesso più che persone e imprese a girare sono i soldi. E questi chi li controlla?».

Dall’Emilia i due imprenditori continuano ad osservare cosa succede nel loro paese, dove ogni tanti ritornano. «È un po’ cambiato. Tanti imprenditori dopo l’arresto di Michele Zagaria sono corsi a denunciare ma quello che raccontano sono verità contorte. Anche loro sono stati vittime ma accettando il sistema hanno alimentato la paura». Loro non hanno avuto paura e non cambiano idea. «Ne valeva la pena. Denunciando abbiamo riacquistato la nostra vera libertà di uomini e imprenditori». Talmente convinti che, sorride Piccolo, «pensiamo di mettere davanti ai cantieri un cartello con la scritta "Pica by Fai", Federazione antiracket italiana, tanto per farci capire subito»./Cronaca/Pagine/la-storia-dopo-i-casalesi.aspx31/01/2015 22.05.55Sinodo, nel questionario l’antropologia del PapaLa nuova antropologia della famiglia in 46 domande (più una introduttiva). I problemi posti dal nuovo questionario diffuso in vista del Sinodo ordinario non sono un elenco asettico di questioni. Ma, punto dopo punto, indicano già una fisionomia di quella svolta pastorale all’insegna dell’accoglienza e della misericordia più volte tratteggiata da Francesco. È il quadro emerso dall’incontro della Consulta nazionale Cei per la pastorale familiare che, a poco più di un mese dalla data fissata per la riconsegna delle risposte (il prossimo 13 marzo), ha fatto il punto dei lavori. Ricognizione importante, ha sottolineato il direttore dell’Ufficio nazionale per la famiglia, don Paolo Gentili, di fronte ai responsabili delle sedici commissioni regionali, sia per non perdere un’occasione tanto preziosa, sia per avviare una riflessione su alcuni versanti dell’impegno pastorale affrontati nel questionario, ma ancora troppo marginali nella prassi delle nostre comunità.

È il caso, per esempio, delle attenzioni pastorali da riservare, come recita una delle domande, "alle famiglie che hanno al loro interno persone con tendenza omosessuale". Come prendersi cura di queste persone evitando ogni ingiusta discriminazione? Questioni che –  ha fatto notare ancora don Gentili – interrogano le nostre comunità e ci sollecitano ad avviare progetti sistematici e coerenti per rispondere in modo credibile a situazioni che riguardano direttamente la pastorale familiare perché, nella maggior parte dei casi, si inseriscono con tutto il loro carico di sofferenza e di disagio nel cuore delle dinamiche familiari. E spesso, al di là di tutte le interpretazioni edulcorate, ne compromettono l’equilibrio.

La difficoltà di affrontare questi e altri aspetti posti dal questionario in modo non banale ha indotto alcune commissioni regionali a "rileggere" le 46 domande per gruppi tematici. Le diocesi della Lombardia – ha spiegato il responsabile monsignor Eugenio Zanetti – hanno raggruppato i problemi in una decina di argomenti e hanno poi invitato associazioni, gruppi e uffici pastorali a rispondere secondo la propria competenza. Una soluzione di buon senso per avere risposte meditate e consapevoli sulla maggior parte degli aspetti affrontati. Da qui il coinvolgimento di operatori pastorali, consultori, associazioni professionali (giuristi, imprenditori, insegnanti), responsabili dei seminari, comunità, équipe designate per il convegno ecclesiale di Firenze. A questo proposito c’è da sottolineare l’esigenza – sottolineata anche dal segretario generale della Cei, il vescovo Nunzio Galantino intervenuto ai lavori della Consulta – di una stretta collaborazione tra l’impegno riguardante la compilazione del questionario in vista del Sinodo e la preparazione del quinto Convegno ecclesiale.

Al centro di entrambi c’è quell’antropologia familiare che oggi, ha fatto notare Galantino, non ammette né nostalgia del passato né rischiose fughe in avanti. Urgente quindi una concertazione più attenta, una sintonia da ricercare anche all’interno dei vari uffici pastorali. È la strada imboccata infatti dalla commissione del Piemonte dove, come hanno fatto notare i responsabili don Bernardino Giordano e i coniugi Luca e Ileana Carando, la compilazione avverrà con una strategia concordata tra varie competenze pastorali. Sullo sfondo rimangono quegli interrogativi culturali che, come ha evidenziato don Giancarlo Grandis, vicario episcopale per la cultura della diocesi di Verona, rendono già implicito nel questionario un punto di svolta.

«Per vent’anni – ha osservato l’esperto – abbiamo parlato di famiglie "irregolari" e "in difficoltà", mutuando il linguaggio della Familiaris consortio. Oggi queste definizioni sono sparite e, anche nel Sinodo straordinario, si sono moltiplicati gli accenni alle famiglie "fragili e ferite", perché questa è la definizione scelta dall’Evangelii gaudium. Segnale importante di un cambiamento in atto che ci obbliga a vedere, giudicare e agire con occhi diversi». Perché la famiglia, ha concluso don Gentili, non è un’ideologia e prendersene cura richiede la capacità di riattualizzare i principi di sempre con la flessibilità richiesta dalle tante emergenze di oggi./Chiesa/Pagine/sinodo-questionario-antropologia-papa.aspx31/01/2015 22.05.55La nuova Ferrari è bella. Ma serve tanta pazienzaPer essere bella, è bella. Almeno non ha il naso a forma di aspirapolvere e non ha quel qualcosa di brutto anatroccolo che non diventerà mai cigno. È partita con il lancio della nuova monoposto “l’anno zero” della gestione Marchionne a Maranello.

Le forme della nuova Ferrari di F.1, siglata SF15T (Scuderia Ferrari 15 Turbo) sono gradevoli, anche se rispetto all’anno scorso ha messo su pancia, nel senso che modificando il motore, sono stati aumentati i radiatori per raffreddare e questo ha portato a un aumento delle fiancate, quindi nasino stretto e lungo e fianchi larghi, la via italiana alle competizioni passa da qui. «Ferrari diceva che una macchina è bella quando vince - dice il team principal Maurizio Arrivabene - se penso che la macchina dell’anno scorso oltre a essere brutta non vinceva nemmeno, questa almeno parte col piede giusto visto che è gradevole».

Che ci siano grosse speranze, però, è falso. Si parte dall’ambizione minima di vincere due gare, cosa ripetuta da Maurizio Arrivabene, nuovo team principal della Ferrari: «È un obiettivo minimo, siamo più realisti del re, sappiamo da dove siam partiti, abbiamo modificato quello che potevamo e mi auguro che tornare a vincere sia possibile, ce la metteremo tutta e come obiettivo mi pare realizzabile». Lo sperano i tifosi, ma anche Kimi Raikkonen e il nuovo arrivato Sebastian Vettel, che sostituisce Fernando Alonso passato alla McLaren.

Come al solito, alla vigilia del lancio le auto son tutte belle e speranzose, da domenica 1 febbraio, sulla pista spagnola di Jerez, si comincerà a fare i conti col cronometro e si capirà se le basi son buone oppure se l’annata sarà in salita. Al proposito circola una voce che vuole già pronte, e firmate, le dimissioni del tecnico progettista James Allison se le cose non dovessero andare per il verso giusto fin dai primi test. Strano, visto che le prove servono a rompere motori, spaccare tutto e capire i punti deboli (e forti) di una vettura, ma dall’Inghilterra qualcuno giura di aver già visto dei curriculum sui tavoli di chi conta e la voce si è sparsa.

Questione di orgoglio, forse, perché il tecnico inglese, arrivato a settembre del 2013, ha messo le mani sulla vettura con i colleghi Pat Fry e Nick Tombazis che però sono stati licenziati e quindi, senza i vice, manca chi ha pensato a tutti gli aspetti: «A Maranello ci sono centinaia di ingegneri - dice Allison - per cui tutti gli aspetti vengono valutati insieme».

Quindi lavoro di gruppo e tutti nella stessa direzione, come si augura ancora Arrivabene: «Non dico e non penso affatto che l’anno scorso ci fossero direzioni diverse, ribadisco solo che i due piloti, i tecnici e tutto il team deve lavorare nella stessa direzione, tornare alla vittoria è l’obiettivo minimo per la Ferrari e il mio compito è fare in modo che tutti insieme si proceda nel lavoro di gruppo»: quindi Vettel e Raikkonen che si aiuteranno: «Sarà un avversario temibile in pista - dice Vettel - ma anche un amico leale, non ci saranno problemi». Ribadisce Raikkonen. «Con Seb c’è sfida vera in pista, è uno veloce, sarà uno stimolo per fare meglio».

Un clima nuovo, un ambiente da ricostruire e una macchina che ci si augura sia veloce, darebbe un grosso aiuto nel processo di rinascita della Ferrari. Fra le due cose che stupiscono, la prima è la comparsa del marchio Alfa Romeo sulle fiancate, vedere un’Alfa sponsor della Ferrari stupisce, ma mettere Fiat, come in passato, non aveva senso e nemmeno mettere FCA, la sigla del gruppo. Visto che si parla di rilancio Alfa Romeo (e l’attesa per la Giulia è molto forte) è stata forse una decisione logica dare spazio al Biscione. E poi, altra cosa strana, la sospensione anteriore a tirante. Unica, per ora, la Ferrari. O han capito tutto e fatto qualcosa di rivoluzionario, oppure se rimani l’unico con una soluzione che tutti hanno scartato, qualcosa non torna.

«Ci sono vantaggi e svantaggi con questa sospensione - dice Allison - noi possiamo sfruttarla per fini aerodinamici che una sospensione a puntone non avrebbe permesso». Speriamo. Intanto la moda di lanciare le vetture su internet, il giorno prima è stata la volta della McLaren Honda di Alonso e Button, e l’1 tocca alla Mercedes campione del mondo, va contro quelli che sono i desideri degli appassionati. Le presentazioni erano il modo per vedere da vicino piloti, tecnici e auto, scambiare quattro parole, inventarsi servizi diversi per parlare della stessa cosa. Oggi no, le immagini, le interviste e le foto sono le stesse per tutti, il tifoso e il professionista hanno accesso alla stessa banca dati.

Tutto freddo e distaccato, privo di acuti, con una informazione pilotata. Basti pensare ad Alonso, Ferrarista dentro fino ad Abu Dhabi, 23 novembre, che il 29 gennaio dice «voglio portare la McLaren Honda ai fasti del passato». Due mesi e cambia tutto. E che dire di Hamilton, taglio di capelli da rapper mentre Rosberg ha svezzato in pista la W06 per fare il filmato per gli sponsor? Gelo totale, eppure è il campione del mondo, colui che divide e fa discutere per i suoi atteggiamenti. Anche lui sul web, anche lui e la sua squadra lontana da chi deve tifare e magari comprare Mercedes in concessionaria. Certo, le presentazioni costano, ma invece di buttare un milione di euro per rifare gli allestimenti dei motor home o spendere decine di milioni di euro per ridurre di 200 grammi il peso di una tuta, forse quella voglia di mettere a contatto i tifosi con i protagonisti, sfruttando occasioni come il lancio delle nuove auto, sarebbe da non perdere.

«Dobbiamo rivoluzionare la F.1 - dice ancora Arrivabene - avere auto belle, occasioni di contatto col pubblico, rivedere il formato delle corse, renderle appetibili e stimolanti». Un obiettivo forse più difficile che tornare a vincere con questa Ferrari./Sport/Pagine/ferrari-nuova-auto-motore-anno-zero.aspx31/01/2015 22.05.55Pakistan, strage Is nella moschea sciitaSono almeno 49 i morti accertati a causa dell'attentato contro una moschea sciita a Shikarpur, nella provincia del Sindh, Pakistan meridionale: lo hanno riferito fonti delle forze di sicurezza. Una bomba è esplosa tra i fedeli mentre era in corso la tradizionale preghiera del mezzogiorno nel venerdì festivo islamico. Oltre cinquanta i feriti, molti dei quali rimasti sepolti sotto alle macerie.

La strage è stata rivendicata da Fahad Marwat, portavoce di Jundullah, gruppo scissionistico dei taleban pakistani schieratosi da tempo con i jihadisti dello Stato Islamico che controllano parte della Siria e dell'Iraq. "L'obiettivo era la comunità sciita, che è nostra nemica", ha affermato l'estremista. La minoranza, che rappresenta circa un quinto della popolazione complessiva, è da tempo oggetto di attacchi sanguinosi: dal 2012 sono più di ottocento i suoi esponenti uccisi./Mondo/Pagine/pakistan-bomba-moschea-sciita-strage.aspx31/01/2015 22.05.55Algeria, il crocevia dei migrantiGran parte dei sub-sahariani che sbarcano in Europa prosegue il proprio viaggio verso la Germania e i Paesi scandinavi. Ma non i migranti ghanesi, gambiani e soprattutto maliani, quasi 10mila dei quali arrivati in Italia nel 2014.

Loro chiedono protezione perché fuggono dalla guerra civile in un Paese spaccato: islamisti e ribelli tuareg contro il governo di Bamako. Sono i principali fruitori della rotta africana settentrionale che porta alla Libia attraverso l’Algeria. Arrivano da Gao diretti a Tamanrasset, terminal algerino di bande criminali attive nel Sahel. Terroristi e trafficanti di uomini che nell’area, nonostante l’intervento francese e la missione Onu, hanno continuato a contrabbandare armi, droga e merci, stretto accordi con milizie oltre confine e taglieggiato i passeurs.

A Gao i camion vanno a nord con i migranti e tornano con le merci. Chi raggiunge l’Algeria e le coste paga a tappe. Migliaia di dollari per ogni tappa. Le vie per l’Algeria, attraverso il deserto contano su basi segrete e vie non segnate dalle mappe, regno dei Tuareg e dei gruppi centro-africani legati ad Al Qaeda. 

Forte è l’influenza del capo del gruppo salafita Mokhtar Belmokhtar, algerino, alleato proprio con il Mujao, Movimento per l’Unità e la Jihad in Africa occidentale.

E l’Algeria è diventata così il grande crocevia per chi raggiunge la Libia che per chi decide di entrare in Europa attraverso le enclavi spagnole in Marocco. Non solo partendo dal Mali, ma anche da Niger, Gambia, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Nigeria e Siria, attraverso uno scalo aereo dall’Egitto. Il 70% sono siriani e maliani. 

«Nell’ultimo anno sono aumentati i migranti vulnerabili, donne vittime di violenza, madri sole con figli, minori non accompagnati – spiega Gino Barsella, delegato del Cir per l’Algeria – e i siriani, il cui aumento è stato influenzato dalle politiche del Marocco, dove subiscono lo stesso trattamento destinato ai sub-sahariani. La società algerina si è trovata per la prima volta ad affrontare il problema dei centri di accoglienza e i programmi di ritorno volontario, ha creato campi di accoglienza dei quali non sappiamo nulla». 

L’Algeria è in trasformazione. I 'clandestini' non hanno diritti, spesso finiscono in strada, di loro si occupa la Mezzaluna Rossa algerina, braccio umanitario dello Stato, che con la crisi del Mali aveva sospeso i rimpatri e con la guerra in Siria ha accolto i rifugiati con misure speciali. Poi è arrivato l’incremento dei flussi dal Niger: i nigerini erano lavoratori stagionali nelle aree del sud algerino, oggi si spingono a nord. Molti hanno trovato rifugio in tendopoli alla periferia di Algeri e Orano, vivono di elemosina, sono arrivati da Zinder, Arlit e Agadez pagando 1.100 euro ai trafficanti. A Tamanrasset, Ouargla e Ghardaia nei cantieri edili cercano lavoro. Circa 3.000 sono stati rimpatriati in dicembre perché irregolari. 

Recenti arresti a Tamanrasset hanno portato alla luce il commercio di armi libiche e di migranti nel nord del Mali. Da qui molti raggiungono il Marocco passando per Maghnia, Adrar e Oran. Oppure percorrendo la Mauritania, dalla via che da Dakar raggiunge Rabat e Casablanca. L’Algeria è una frontiera e una barriera per chi si dirige verso il Marocco con passaporti falsi o nascondendosi nei mezzi in transito. Migliaia i siriani, partiti da Haman, che attraverso l’Algeria raggiungono Melilla. Tariffa 7.000 dollari per una famiglia con due figli. 

Arrivano invece da Camerun, Guinea, Mali e Costa d’Avorio i 400 migranti attualmente accampati nel bosco di Gurugú, in territorio marocchino, in attesa di oltrepassare le barriere costate alla Spagna in 20 anni 200 milioni di euro. Se la polizia del Marocco compie abusi ed espulsioni forzate verso l’Algeria, la Guardia Civil spagnola è accusata di consegnare i migranti catturati tra le barriere agli agenti marocchini. La Ong Prodein documenta da tempo le violente pratiche di respingimento. Il 95% di chi cerca di passare non ce la fa, sostiene, e circa 16.000 le persone che ci hanno provato più volte nel 2014. Di
questi, il 30% sono minorenni./Cronaca/Pagine/Algeria-il-crocevia-dei-migranti-.aspx31/01/2015 22.05.55Il top manager "contro" il Pil, per il benessere Aziende che mettono al primo posto le persone e la loro felicità. E generano comunità 'liquide' dove tutti collaborano a idee innovative in grado di garantire il futuro. 

Non è un’utopia, ma la via di uscita dalla crisi economica secondo Norman Pickavance. Cattolico, famosissimo uomo manager, già ai vertici di colossi come Fujitsu, Morrisons (la quarta catena di supermercati in Gran Bretagna, ndr) Dell e Diageo, Pickavance ha appena pubblicato nel Regno Unito 'The reconnected leader', 'Il capo che si è rimesso in contatto', un libro dove usa il Vangelo per ripensare lo stile manageriale e il modo di produrre delle aziende. L’autore è anche consulente per il 'Blueprint Trust', la charity di ispirazione cattolica che aiuta le aziende britanniche a rimettere il bene comune al centro del loro operare e ha firmato, per il leader laburista Ed Miliband, un rapporto sui cosiddetti contratti 'a zero ore', una sorta di lavoro a chiamata in cui si viene pagati solo per il tempo effettivamente lavorato e non per quello di attesa. 

«Prevale dagli anni Ottanta un modello che consente alle aziende di fare quello che vogliono purché producano profitto. Oggi questa impostazione non funziona più», spiega Pickavance. «Multinazionali, ma anche piccole imprese hanno finito per generare con il loro modo di procedere una società ingiusta, dove la ricchezza è nelle mani di pochi. Non solo: in questo modo non sono in grado di trovare persone con le competenze giuste per le sfide economiche del futuro. La produttività diminuisce. I dipendenti sono demotivati a un livello mai visto prima. Per non parlare dell’epidemia di stress e malattie mentali che dilaga tra i lavoratori ». 

È la Dottrina sociale della Chiesa cattolica a garantire secondo Pickavance – grande estimatore di papa Francesco, che, afferma, ha ispirato il suo libro – una via di uscita da questa situazione. «Il Papa chiede a ricchi uomini di affari di risintonizzarsi con la gente comune per cambiare il modo di operare delle aziende che guidano», spiega l’autore di 'The reconnected leader', ed è «proprio quello che sostengo nel mio libro». Qualche segnale s’intravede. «Un colosso come Vodafone, per esempio, vuole rendere più leggibili i contratti dei telefonini che, di solito, sono, intenzionalmente complicatissimi. Unilever sta facendo molto per la sostenibilità e per ridurre l’impatto dei suoi prodotti sul pianeta, mentre Grant Thornton, organizzazione formata di varie società di revisione contabile, ha avviato classi di meditazione per aiutare i dipendenti a decidere in modo migliore».

Secondo Pickavance si tratta soltanto di un inizio e la strada sarà ancora lunga. «Ci vorranno dieci anni – afferma – per aiutare la gente a capire che il vecchio modo di lavorare non funziona e ce n’è uno nuovo per gestire le aziende. Si tratta di un cambiamento enorme che assorbirà un sacco di energie e di impegno da tutte le componenti della società. Tutto questo è difficile perché comporta una trasformazione, a livello individuale, delle persone».

Proprio come è capitato allo stesso Pickavance, che parla di una specie di conversione personale, circa dieci anni fa. «Ho cominciato a cercare un significato più profondo per le cose che facevo ogni giorno anziché gettarmi nel lavoro a capofitto. All’inizio della mia carriera ero occupatissimo, ma non penso che questo atteggiamento mi abbia fatto bene», spiega. «È stato il mio impegno in un orfanatrofio cristiano in India a cambiarmi. L’affetto delle persone che aiutavo mi ha convinto a impegnarmi nel settore sociale nel nord dell’Inghilterra con i senzatetto, ed è stato il rapporto con loro a riavvicinarmi a Dio». 

Oggi l’autore di 'The reconnected leader' prega ogni giorno, per un’ora, prima di andare a letto «cercando di ascoltare la voce di Dio» e va a messa ogni settimana nella chiesetta di st. Oswald, in un paesino vicino a Leeds, nello Yorkshire, con la moglie Amanda e i figli Cameron, otto anni, e Helen, che di anni ne ha dieci./Economia/Pagine/Laltro-Pil-serve-anche-in-azienda-.aspx31/01/2015 22.05.55Pilota giordano, scaduto l'ultimatumÈ scaduto l'ultimatum lanciato dallo Stato islamico (Isis o Is) alla Giordania per salvare la vita al pilota Mouad Al Kassasbeh e del giapponese catturato e tenuto in ostaggio Kenjo Goto.

"Il sole sta tramontando e il respiro di Mouad Al Kassasbeh se ne andrà con il sole". Lo Stato islamico si prepara a uccidere il pilota giordano catturato il 24 dicembre mentre scorre inesorabilmente il tempo anche per il giornalista giapponese Kenjo Goto. La loro vita è appesa a un filo, e il pessimismo sulla loro sorte aumenta man mano che l'Isis invia al mondo messaggi sanguinari. L'ultimo è accompagnato dalla foto di un coltello e giunge dopo le indiscrezioni pubblicate dal New York Times, che citando una fonte in contatto con le autorità di Amman ha affermato che sarebbero falliti i negoziati per lo scambio di prigionieri tra lo Stato islamico e la Giordania.

Gli jihadisti avevano chiesto la liberazione di Sajida al-Rishawi, un'aspirante kamikaze irachena arrestata nel 2005 ma il governo di Amman ha annunciato che non libererà Rishawi finchè non avrà la prova che il pilota è ancora vivo. Il nuovo ultimatum che fissava la durata della vita degli ostaggi "fino al tramonto" era arrivato al mattino. Account ricollegabili al gruppo jihadista su Twitter avevano pubblicato un audio in cui sembra riconoscibile la voce del giornalista nipponico, Kenji Goto, che esponeva le nuove richieste del gruppo. "Se Sajida al-Rishawi, non sarà pronta per lo scambio con la mia vita al confine turco al tramonto di giovedì, 29 gennaio, ora di Mosul, il pilota giordano Mouath al-Kassasbeh saraì ucciso immediatamente". Da messaggio non si capisce se sarà liberato Goto o Kassasbeh.

Mercoledì dopo che la Giordania si era detta pronta a liberare la terrorista, si era ad un certo punto diffusa la notizia che lo scambio fosse già avvenuto: Goto in viaggio dalla Siria verso la Giordania, la al-Rishawi già "nella terra del Califfato". Ma poi non è arrivata alcuna conferma ufficiale.

La Giordania anzi si era affrettata a precisare di non aver ricevuto alcuna assicurazione che il pilota fosse ancora in vita e ha sottolineato che il rilascio della terrorista - kamikaze mancata in un sanguinoso attentato contro tre hotel ad Amman nel 2006 - sarebbe avvenuto solo dopo aver ricevuto questa conferma. È ovvio che qualunque scambio che non coinvolgesse il pilota non sarebbe 'digeritò dall'opinione pubblica giordana, dove il governo comunque ha sempre insistito sul fatto che quella sia la priorità. In serata Amman ha ribadito la propia posizione.

Quanto al Giappone, il portavoce del governo, Yoshihide Suga, aveva detto ai giornalisti che la registrazione, in cui si chiede il rilascio della terrorista sembra reale. Tokyo sta cercando di salvare Goto affidandosi alla mediazione di Amman. Suga ha aggiunto che il premier giapponese, Shinzo Abe, ha chiesto a "diversi Paesi, tra cui la Turchia, la loro collaborazione". /Mondo/Pagine/pilota-giordano-scaduto-ultimatum-isis.aspx31/01/2015 22.05.55Vallini: «Unioni civili: sono altri i problemi»Tanto impegno, profuso per «un atto di pressione politica», sarebbe stato molto più opportuno per affrontare le «difficoltà dei cittadini di fronte ai problemi enormi di Roma». All’indomani del varo in Campidoglio del Registro delle unioni civili - con l’assessore Cattoi che promette tempi rapidi di attivazione - piovono critiche autorevoli, a partire dal cardinale Vallini, su quella che ha tutta l’aria di uno strappo ideologico e di un atto giuridicamente inutile.

Il cardinale vicario di Roma parla ai microfoni di Radio Vaticana: «Al sindaco Marino ho già avuto modo di dire in privato che Roma, dinanzi a problemi enormi, avrebbe bisogno di un impegno su fronti diversi e non certamente di una pressione politica per modificare l’istituto matrimoniale». Vallini sottolinea che «non si tratta di un atto di valenza giuridica, ma soltanto di un gesto che ha tutto il sapore di essere una pressione politica», per «creare una cultura che è una realtà diversa dalla esperienza umana, particolarmente del matrimonio, un fatto di natura, sancito dalla Costituzione che qui si vorrebbe stravolgere».
In Campidoglio intanto promettono che, su questo, la macchina amministrativa sarà rapida ed efficiente: «Auspico che il registro delle unioni civili possa essere disponibile tra una decina di giorni. A voce abbiamo avuto già richieste, ora serve il tempo di organizzare gli uffici», spiega l’assessore alle Pari Opportunità Alessandra Cattoi, braccio destro del sindaco Ignazio Marino.

Netto il giudizio che arriva anche da L’Osservatore Romano. «Una forzatura della volontà degli italiani che non hanno mai avuto modo di esprimersi sull’argomento o quantomeno del tentativo d’imporre al Paese un fatto compiuto su una materia che non ha mai avuto alcuna elaborazione giuridica».

Un’ulteriore critica dal Vicariato di Roma si affaccia nell’editoriale del sito diocesano Romasette: «Il Campidoglio, assolutizzando il riconoscimento dei diritti individuali, ha deciso di tutelare e sostenere le unioni civili (alle quali non sono chiesti doveri e obblighi) e quindi di discriminare consapevolmente la famiglia, "società naturale fondata sul matrimonio", come recita la Costituzione». Ma per il sindaco, scrive il direttore Angelo Zema, «quello che conta è mandare un segnale alla politica nazionale». Uno scenario «che apre inquietanti orizzonti a danno dei figli, i soggetti più deboli».

Sulla decisione del Campidoglio interviene anche il direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale della famiglia. «Certi atti sono vuoti se non corredati da una riflessione che va condotta nei luoghi legittimati a ciò», commenta al Sir don Paolo Gentili, ovvero il Parlamento. Oggi «la famiglia composta da un uomo e una donna sembra essere minoritaria, mentre è la realtà che porta avanti questo Paese, che va custodita e sostenuta». Perciò «si trovino pure nuove vie per accompagnare le diverse forme di unione, ma senza equipararle al matrimonio».
Il registro capitolino della discordia, conviene anche il Forum delle associazioni familiari, «non è una priorità per i cittadini». E soprattutto non è di competenza comunale: «Quando una dichiarazione del sindaco Marino sul commercio estero?». Insomma, «questa scelta ideologica alla gente non dice proprio nulla», visto le scarse adesioni in tutta Italia.

Concorda la deputata Udc Paola Binetti: «Il vero amore, bandiera in queste ore del Campidoglio, è rendere una città a misura d’uomo». E il capogruppo di Ap al Senato Maurizio Sacconi sottolinea che «la delibera sulla registrazione contra legem delle unioni omosessuali non può essere sottovalutata. Provoca una profonda lacerazione nel cuore della Nazione perché mette in discussione il principio costituzionale dell’unicità del matrimonio in quanto riferito alla sola società naturale»./Cronaca/Pagine/cardinale-vallini-unioni-civili-roma-intervista.aspx31/01/2015 22.05.55
Aggiornato: 50 min 46 sec fa

«La forbice ricchi-poveri si allarga»

Mer, 28/01/2015 - 12:22