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Aggiornato: 2 ore 55 min fa

Primarie Usa: in Iowa risultati con sorpresa

Mer, 03/02/2016 - 10:55
​Ted Cruz batte Donald Trump in Iowa, staccandolo di ben quattro punti. Mentre sul fronte democratico, è sostanziale pareggio tra Hillary Clinton e Bernie Sanders: "Too close to call", dicono i media americani, troppo vicini i due candidati per dichiarare un vincitore, con la ex first lady avanti di un soffio. Sono proprio Cruz e Sanders a esultare. Loro che rispetto ai due frontrunner nel piccolo stato del midwest partivano in svantaggio. Mentre, al di là delle dichiarazioni ufficiali, un certo nervosismo serpeggia sia nell'entourage della Clinton sia tra i sostenitori di Trump, che deve subire anche lo smacco di essere stato quasi raggiunto dal giovane senatore della Florida Marco Rubio. Quest'ultimo, l'uomo su cui punta l'establishment del partito repubblicano che mal sopporta sia Trump che Cruz, è la vera sopresa dei caucus in Iowa, con uno sprint che lo ha portato a un solo punto dal tycoon newyorchese. Mentre per Jeb Bush è una debacle, con solo il 2,8% delle preferenze.
 
Hillary parla quando ancora il risultato non c'è, forse anche per la tempesta di neve che sta per abbattersi su Des Moines e che spinge un pò tutti a fare presto, a ripartire il prima possibile. Anche Sanders anticipa i tempi, ed esulta: il 'too close to call" per lui è già una vittoria. Per il senatore del Vermont l'Iowa ha parlato e con un messaggio chiaro: "È troppo tardi per la politica dell'establishment e l'economia dell'establishment". Per Hillary è l'incubo ricorrente: di nuovo l'Iowa, là dove fu battuta da Barack Obama nel 2008, un "déjà vu" reso ancora più complicato dalla prossima tappa, il New Hampshire, dove Sanders è favorito e dove Hillary Clinton vuole volare subito.   

La festa più grande nel quartier generale di Cruz e in quello di Rubio. Il primo è raggiante: "L'Iowa ha parlato. Ha mostrato che la nomination repubblicana non sarà decisa dai media, da Washington e dalle lobby, ma dal popolo". E ricorre addirittura allo "Yes we can", lo slogan di Barack Obama che nel 2008 proprio in Iowa cominciò la sua cavalcata trionfale verso la Casa Bianca, battendo la Clinton. E Hillary è il principale obiettivo di Rubio: "La sconfiggeremo, così come sconfiggeremo Sanders. Non possiamo attendere un altro momento per riprenderci il Paese dopo sette anni di Obama".

Intanto il post-Iowa vedrà anche due candidati in meno: si ritira l'ex governatore del Maryland Martin ÒMalley, lasciando sul campo democratico una lotta a due. E tra i repubblicani rinuncia Mike Huckabee. In entrambi casi non una sorpresa, visti i risultati insignificanti sia nei ondaggi che nei caucus dell'Iowa.

San Pio, urna a Roma dal 3 febbraio

Mer, 03/02/2016 - 10:55

L'urna di san Pio da Pietrelcina arriverà per la prima volta a Roma.

San Pio (1887-1968), canonizzato da Giovanni Paolo II nel 2002, non ha bisogno di grandi presentazioni. Il povero frate cappuccino spese tutta la sua vita a san Giovanni Rotondo senza mai lasciare quella cittadina. Nel silenzio dell’obbedienza divenne testimone privilegiato della misericordia dedicando tutta la sua vita alla celebrazione del sacramento della Riconciliazione.

Quando saranno esposte le spoglie del frate santo, padre Pio da Pietrelcina? Dal 3 al 11 febbraio a Roma.

Perché l'urna per la prima volta lascia il Santuario di San Giovanni Rotondo, in provincia di Foggia?
In occasione del Giubileo della misericordia Papa Francesco ha voluto che «la presenza delle spoglie di San Pio» diventi «un segno vivo di come il Padre accoglie quanti sono in cerca del suo perdono».

 

 

Quali tappe farà l'urna di Padre Pio da Pietrelcina?
Prima tappa: dal 3 febbraio alle 15 fino alle 20.30 del 4 febbraio le reliquie saranno nella Chiesa di san Lorenzo fuori le Mura, dove verrà esposta l'urna, dalla quale è visibile il santo.

Seconda tappa
: con una veglia notturna di preghiera che avrà luogo nella chiesa giubilare di san Salvatore in Lauro, a Roma a partire dalle 22 del 4 febbraio. La preghiera continuerà il giorno successivo 5 febbraio con varie celebrazioni fino alla Eucaristia delle 14 presieduta monsignor Michele Castoro, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo.

Terza tappa: alle 16 da san Salvatore in Lauro si snoderà la processione con le due urne delle reliquie, che attraverserà tutta via della Conciliazione per giungere fino al sagrato della Basilica di san Pietro. Qui il cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica Papale, accoglierà le reliquie e dopo un momento di preghiera le introdurrà nella Basilica di san Pietro dove saranno collocate nella navata centrale, dinanzi all’altare della Confessione, per la venerazione dei fedeli fino a sera. Nella Basilica di san Pietro (dalle 7 alle 19) le reliquie resteranno esposte dal 5 febbraio alle 16 fino alla mattina dell’11 febbraio quando con una celebrazione eucaristica di ringraziamento alle 7.30 presso l’altare della Cattedra, ritorneranno poi alle loro rispettive sedi di provenienza.

Sabato 6 febbraio si terrà anche il Giubileo dei “Gruppi di preghiera di Padre Pio” che saranno ricevuti in udienza da Papa Francesco: previste 60mila presenze.

 

Cosa accadrà il 10 febbraio 2016?
Nella Basilica di San Pietro il 10 febbraio 2016, in occasione del Mercoledì delle Ceneri, Francesco darà il mandato ai missionari della misericordia, sacerdoti provenienti da tutto il mondo inviati in diverse diocesi del mondo, dove avranno la facoltà di rimettere i peccati il cui perdono è riservato alla Sede Apostolica.
«La presenza delle spoglie di San Pio sarà dunque un segno prezioso per tutti i missionari e i sacerdoti i quali troveranno forza e sostegno per la propria missione nel suo esempio mirabile di confessore instancabile, accogliente e paziente, autentico testimone della Misericordia del Padre» ha spiegato l'arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione.

Papa alla Cina: ammiro la vostra saggezza

Mer, 03/02/2016 - 10:55

«Un grande Paese, una grande cultura, con una saggezza inesauribile. Per me la Cina è sempre stata un punto di riferimento di grandezza. Ho ammirazione per la Cina». Papa Francesco manda oggi un messaggio diretto alla Cina di Xi Jinping rivolgendosi a tutto il popolo cinese, attraverso un'intervista rilasciata ad Asia Times.

Esprime la sua grande «ammirazione» per la Cina, il suo popolo e la sua civiltà e parla di riconciliazione, fuga il fantasma della paura mosso dalla sua ascesa economica e geopolitica e scommette sulla possibilità che i rapporti tra Cina e il resto del mondo disegnino un futuro di pace, senza ripetere Yalta.

Francesco parla a tutto campo e tocca anche le questioni di fondo della società cinese: la rottura dei rapporti familiari tradizionali, la difficoltà a comprendere e a farsi comprendere, i sensi di colpa per esperienze del passato, la Rivoluzione Culturale, e scelte più recenti come la "politica del figlio unico", oggi rinnegata.

>>> LEGGI L'INTERVISTA INTEGRALE (IN INGLESE)

Il Papa confida dall'inizio come la sua sia un'ammirazione provata fin da ragazzo, paragonata a quella di Matteo Ricci, il gesuita stimato dai cinesi come una saggio benefattore degli inizi del XVII.
«Da ragazzo qualsiasi cosa leggessi sulla Cina aveva la capacità di ispirare la mia ammirazione», riferisce all'intervistatore, Francesco Sisci. «Più tardi ho conosciuto la vita di Matteo Ricci e ho visto come quest'uomo ha sentito nello stesso modo che è capitato a me. E come egli è stato in grado di entrare in dialogo con la grande cultura di questo Paese, e con questa sua antica saggezza. Lui ha saputo come "incontrarla"».

>> CHI È PADRE MATTEO RICCI: LA VITA

«Matteo Ricci – spiega papa Francesco – ci insegna che è necessario entrare in dialogo con la Cina, perché essa è un'accumulazione di saggezza e di storia. È una terra benedetta da molte cose».

E con un breve accenno alla relazione tra Cina e comunità ecclesiale in modo deciso afferma: «La Chiesa cattolica, che ha tra i suoi doveri rispettare tutte le civiltà, davanti a questa civiltà vorrei dire che ha il dovere di rispettarla con una R maiuscola».

Francesco cita anche l'altro gesuita-artista, Giuseppe Castiglione, e ricorda la commozione provata mentre stava per entrare nello spazio aereo cinese, durante il volo Roma-Seoul, nell'agosto 2014. Affronta quindi la questione delle paure mosse all'ascesa economico-geopolitica della Cina popolare: «La paura non è mai una buona consigliera» dichiara, quasi a voler esorcizzare presagi di futuri conflitti tra la Cina e altre superpotenze globali. Secondo papa Francesco, non occorre temere né innescare alcuna «sfida», considerato che «ognuno, uomo o donna, ha dentro di sé la capacità di trovare vie di coesistenza, di rispetto e di ammirazione reciproca». E la saggezza, la cultura e le competenze tecniche cinesi «non possono rimanere chiuse in un Paese: esse tendono a espandersi, a diffondersi, a comunicare».

Un pellegrinaggio di fedeli in Cina (Reuters)

Un punto importante riguarda il superamento di Yalta. A fronte di politiche di autodifesa e pose aggressive che possono scatenare nuove guerre, il Papa ritiene che la Cina possa offrire un contributo sempre più rilevante al consolidamento di equilibri di pace. La via delle responsabilità condivise suggerita dal Papa non è quello della spartizione di interessi e di zone di influenza, sulla base di rapporti di forza. «Questo – sottolinea papa Francesco, con un eloquente richiamo storico – è ciò che è avvenuto a Yalta, e noi abbiamo visto i risultati». La prospettiva di Yalta era quella di «spartirsi la torta. Ma dividere la torta, come a Yalta, significa dividere l'umanità e la cultura in piccoli pezzi. E la cultura e l'umanità non possono essere divise in piccoli pezzi». Al contrario, nell'affronto comune di responsabilità condivise, «la torta rimane intera, e si cammina e si cresce insieme. La torta appartiene a tutti, è umanità, è cultura... e ciascuno esercita un'influenza che contribuisce al bene comune di tutti». Un nuovo modello, dunque: non un nuovo bipolarismo ma la multipolarità, non la spartizione perché «la torta» appartiene a tutti. «Il mondo occidentale, il mondo orientale, e la Cina – conclude quindi Francesco –, tutti hanno la capacità di mantenere l'equilibrio della pace e la forza di farlo. Noi dobbiamo trovare la via. E sempre attraverso il dialogo, non c'è altra via».

Ma sul presente e sul futuro della Cina – fa notare l'intervistatore – pesano ferite, sensi di colpa collettivi ed esperienze negative, dai deliri della Rivoluzione Culturale fino alla politica demografica del "figlio unico", da poco rinnegata. Nelle risposte papa Francesco non infierisce sui sentieri sbagliati presi in passato dall'ex Celeste Impero. Considera che in Cina, con la politica demografica degli ultimi decenni, «la piramide si è invertita e un bambino dovrà portare il peso di suo padre, madre, nonni e nonne». E questo «è sfiancante, disorienta, non è la via naturale», e di fronte all'egoismo di alcuni settori potenti «è salutare prendersi delle responsabilità».


Ma sottolinea che l'invecchiamento della popolazione che minaccia il Paese non è solo della Cina ma è anche altrove: in Europa si è già realizzato. Poi il Papa ricorda che ognuno deve prendersi la responsabilità del proprio cammino. La storia di un popolo è sempre un cammino. Il popolo cinese «cammina, come tutti i popoli, attraverso luci e ombre», ma «cammina, è in movimento, come l'acqua di fiume che è sana perché scorre», invece «l'acqua ferma diventa stagnante». Mentre continua a muoversi, può riconoscere le strade sbagliate imboccate in passato, ma non deve farsi schiacciare dai complessi di colpa, fino a disprezzare la propria storia. «Vorrei dire al popolo cinese – afferma papa Francesco – di non essere amaro, ma di stare in pace nel cammino, anche se hai fatto errori». Ogni popolo «deve essere riconciliato con la sua storia», con i suoi successi e con i suoi errori, e questo può accrescere «maturità». «È sano per una persona avere misericordia verso se stessa. Non essere sadico o masochista... Direi lo stesso per un popolo: è sano per un popolo essere misericordioso con se stesso».

E il messaggio al popolo cinese nell'anno della misericordia si affianca al consiglio che «la soluzione dei problemi e la ripartenza dopo tempi di crisi non passa attraverso l'omologazione a modelli importati ma attraverso la riconciliazione della propria storia, e della propria saggezza antica. La Cina – rimarca il Papa – ha nella propria stessa storia le risorse per uscire dalle proprie afflizioni». Occorre «accogliere la realtà così come viene», con «sano realismo», attingendo dalla propria saggezza e creatività antica. «Credo – dice papa Francesco – che la grande ricchezza della Cina oggi consiste nel guardare al futuro da un presente che è sostenuto dalla memoria del suo passato culturale», e proprio questa ricchezza può facilitare il presente nel dialogo con le altre realtà del mondo. Il dialogo «non significa arrendersi, perché a volte c'è il pericolo, nei rapporti tra differenti Paesi, di restrizioni nascoste o colonizzazioni culturali».

Il Papa conclude la sua intervista geopolitica rivolgendo a Xi Jinping gli auguri per l'Anno della scimmia ed esprime tutta la speranza che non perdano mai la loro consapevolezza storica di essere un popolo con una grande storia di saggezza, e che hanno molto da offrire al mondo: «Il mondo guarda a questa vostra grande saggezza. Per favorire anche la cura della nostra casa comune e dei popoli».

Unioni civili, si va alla discussione

Mer, 03/02/2016 - 10:55

​Il ddl Cirinnà è approdato oggi pomeriggio nell'aula del Senato con i due voti palesi sulle otto pregiudiziali di costituzionalità e le tre sospensive. Superato questo primo scoglio con un unico voto e dunque certificato che il ddl non dovrà tornare in Commissione, il presidente dell'assemblea Pietro Grasso ha dato avvio alla discussione generale, che secondo i calcoli teorici dovrebbe durare 21 ore prima dell'avvio della votazione.

>> L'APPROFONDIMENTO: VAI AL DOSSIER

La parola alla relatrice Monica Cirinnà
"Questa quarta versione del disegno di legge è già una sintesi moderata e altre mediazioni potrebbero favorire discriminazioni"; così Monica Cirinnà, firmataria del ddl sulle unioni civili, prendendo la parola in aula al Senato all'inizio della discussione generale. Sulla stepchild adoption "si sono agitati i fantasmi più spaventosi. La legge 40, quasi interamente riscritta dalla Consulta, vieta e punisce espressamente la pratica della gestazione per altri! Questo divieto è in vigore, resterà in vigore e in nessun modo il testo di cui discutiamo oggi interferisce con tale divieto". 

Gli schieramenti
Il centrodestra è compatto sul no all'intero ddl, considerato anticostituzionale. Trattative sono in corso con la Lega per tagliare circa 4500 emendamenti. L'ostacolo a che il "patto con il Pd sia messo in pratica (che consite nel ritiro nell'emendamento canguro), viene spiegato da fonti dem, è che la Lega vorrebbe dal Pd non solo la garanzia di non vedersi neutralizzati i propri emendamenti ma anche che quei circa 500 emendamenti superstiti siano dichiarati ammissibili e quindi sottoposti al voto. Una condizione che, al momento, per il Pd è alquanto difficile da accettare e non solo per diffidenza ma anche perchè è al presidente Grasso che spetta la decisione sulle ammissibilità delle richieste di modifica. Per di più, spiegano ancora fonti di maggioranza, entra in gioco anche la questione delle votazioni segrete.

>> I PUNTI SALIENTI DEL DDL CIRINNA'

Il voto segreto

Dopo le votazoni di oggi ci sarà una lunga discussione generale, poi si inizierà a votare sui emendamenti e sugli articoli. L'incognita principale è rappresentata dal voto segreto: spetterà al presidente del Senato Pietro Grasso indicare su quali temi prevederlo. Riflettori puntanti in particolare sull'articolo 5 sulla stepchild adoption e sull'intera legge. Il gurppo dei senatori del Pd si è iimpegnato a votarla (accettando di fatto a scatola chiusa l'esito dell'iter parlamentare) e giovedì tornerà a riunirsi per sapere dal capogruppo Luigi Zanda su quali articoli ci sarà la liberà di voto.

Stasera invece saranno deputati e senatori di Ap a fare il punto sulla linea da assumere sul ddl unioni civili. All'incontro sarà presente anche il ministro dell'Interno, Angelino Alfano. Il ministro dell'Interno ha lanciato un appello al Pd, riprendendo la proposta fatta ieri da Buttiglione: "Costruiamo insieme una larga maggioranza parlamentare sulle unioni civili. Come? Eliminando dal testo qualsiasi analogia col matrimonio e la norma sulle stepchild adoption".

>> UNIONI CIVILI: DOMANDE E RISPOSTE

Nessuna risposta ufficiale dal Pd sulla proposta di Alfano di stralciare l'adozione del figlio del partner in cambio di un voto favorevole sul disegno di legge. La  linea dei parlamentari dem è quella di andare avanti con il testo Cirinnà, concedendo al massimo delle modifiche migliorative su quell'articolo.  

Intanto fa sentire la sua voce anche Massimo Gandolfini, il portavoce del comitato "Difendiamo i nostri figli" che ha organizzato il Family Day di domenica. "ll nostro popolo è talmente determinato che è pronto a fare qualsiasi cosa. Anche andare di nuovo in piazza. Ma questa è l'extrema ratio. Però faremo sentire la nostra voce, diremo chi ci ha rappresentato e chi no" ha detto.

Salve le gemelline separate dopo 8 giorni di vita

Mar, 02/02/2016 - 20:34
Si chiamano Maya e Lidia e sono due sorelline siamesi separate attraverso un intervento chirurgico all'ospedale di Berna.
Stando a quanto riportato dai medici stessi, "mai erano stati separati con successo due gemelli siamesi così piccoli d'età".

Le due bimbe, insieme a una terza sorella, sono nate prematuramente il 2 dicembre unite per il fegato e parte del torace, e insieme pesavano 2,2 chilogrammi.

L'intervento per separarle, eseguito assieme a un'équipe medica dell'ospedale di Ginevra, è stato a solo 8 giorni dalla nascita, il 10 dicembre.
È durato circa cinque ore, e si è reso necessario perché una delle due sorelline aveva un eccesso di sangue e la pressione alta, mentre la seconda mostrava i sintomi inversi.
 
"Il perfetto lavoro di medici e infermiere di varie discipline è stato la chiave del successo - afferma Steffen Berger, il capo dello staff -. Siamo molto felici che le bimbe e i genitori ora stiano così bene".

Dopo il primo intervento le bimbe ne hanno subiti altri per richiudere gradualmente le pareti addominali, e ora sono in terapia intensiva, dove secondo quanto riportato dalla nota dell'ospedale “stanno crescendo abbastanza bene”.

Hollande concede la grazia a Jacqueline Sauvage

Mar, 02/02/2016 - 20:34
È stata condannata a dieci anni di reclusione per aver ucciso il marito con tre colpi d'arma da fuoco alle spalle, ma ora è libera di uscire dal carcere. Dopo settimane di dibattito ed accorati appelli nei media e sul web il presidente francese Francois Hollande ha annunciato una “grazia parziale” per Jacqueline Sauvage.

Leggi l'editoriale di Mario Chiavario: "Una grazia che si può concedere senza scandalo"

La donna di 66 anni è stata condannata nel 2012 per aver ucciso il marito violento che la maltrattava da 47 anni, anche con violenze sessuali su lei e le figlie. Un caso che ha scosso e commosso il Paese. In tantissimi in Francia si sono mobilitati per chiedere un gesto del presidente. Una petizione on-line è stata firmata da oltre 400mila persone tra cui personalità del mondo artistico, della politica e della società civile.



Martedì scorso il presidente aveva detto di essere al corrente della vasta mobilitazione in favore della donna aggiungendo però che bisogna "seguire la procedura". In quell'occasione l'Eliseo ricordò che per ottenere la grazia servono "circostanze eccezionali".

"Non ce l'aspettavamo", esulta ora la figlia Fabienne commentando a caldo la decisione sulla francese radio Europe 1.
La grazia concessa dal presidente è soltanto parziale visto che non fa decadere la condanna e le riconosce un regime di libertà "condizionata".

Secondo quanto si legge nella nota diffusa dall'Eliseo, Jacqueline Sauvage può ora "presentare immediatamente una richiesta di libertà condizionata". "Di fronte a una situazione umana eccezionale - prosegue la nota dell'Eliseo - il presidente ha voluto rendere possibile nei tempi più brevi il ritorno della Sauvage dalla sua famiglia, nel rispetto dell'autorità giudiziaria".


Venerdì 29 gennaio il presidente aveva ricevuto Fabienne le altre due figlie, Sylvie e Carole Marot, con i loro avvocati, Nathalie Tomasini e Janine Bonaggiunta. Al termine dell'incontro di circa due ore il leader di Parigi aveva riferito di volersi prendere "il tempo della riflessione" annunciando una decisione "nei prossimi giorni".

È arrivata la decisione il 31 gennaio. La condanna a dieci anni di Jacqueline Sauvage era stata confermata il 3 dicembre dalla corte del Loir-et-Chair. Secondo i media francesi, dopo la richiesta ufficiale della famiglia, potrà uscire di carcere da aprile.

«Bimbi profughi siriani al lavoro nelle fabbriche»

Mar, 02/02/2016 - 20:34
​Il colosso della moda a basso costo svedese H&M ha ammesso di aver identificato bambini siriani tra i lavoratori impiegati nelle fabbriche di un fornitore in Turchia. Lo rivela il sito web di l'Independent: la catena di abbigliamento internazionale e il brand Next sono stati gli unici ad ammettere che minori rifugiati vengano impiegati negli stabilimenti in Turchia, ma lo scandalo potrebbe riguardare molte altre compagnie del
settore.

LEGGI L'INCHIESTA DE L'INDEPENDENT
In Turchia si trova uno dei principali poli di produzione di articoli di abbigliamento per le grandi catene internazionali, insieme a quelli di Cina, Cambodia e Bangladesh. I fornitori turchi producono anche per marchi di diverse fasce come Burberry, Adidas, Marks & Spencer, Topshop e Asos. Il Paese è nello stesso tempo quello dove si trova il maggior numero di rifugiati siriani, più di 2,5 milioni, in fuga dal conflitto iniziato nel 2011.

Un report della ong Human Rights Resource Centre (BHRRC), citato da Independent, ha sottolineato che pochi brand stanno prendendo le misure adeguate per garantire che i rifugiati "non stiamo scappando da un conflitto" per cadere "in condizioni di sfruttamento lavorativo".
Centinaia di migliaia di siriani adulti lavorano in Turchia per
paghe molto al di sotto del salario minimo che ammonta a circa
95,7 euro al mese. Bhrrc ha chiesto il mese scorso a 28 grandi
marchi informazioni circa i loro fornitori in Turchia e la loro strategia per combattere lo sfruttamento minorile e del lavoro adulto. H&M e Next sono stati gli unici a rivelare di aver identificato minori nelle loro fabbriche nel corso del 2015 e di aver preso le dovute contromisure consentendo ai minori, di cui non è stata specificata l'età, di poter tornare a studiare e di aver dato un sostegno alle loro famiglie.
Primark e C&A hanno ammesso di aver identificato siriani adulti tra i lavoratori dei loro fornitori. Adidas, Burberry, Nike e Puma hanno dichiarato di non aver nessun siriano tra i lavoratori delle proprie catene di produzione. Stessa risposta data da Arcadia Group, che detiene i brand Topshop, Dorothy Perkins e Burton Menswear.
Mark & Spencer, Asos, Debenhams e Superdry non hanno risposto
alla domanda. GAP, New Look e River Island devono ancora
rispondere all'intero questionario.

Divieto di fumo, ecco le nuove regole 

Mar, 02/02/2016 - 20:34
​Dalle immagini shock sui pacchetti di sigarette al divieto di fumo in auto in presenza di minori e donne incinte. Sono alcuni tra i principali divieti e novità introdotti con il decreto di recepimento della direttiva Ue sul tabacco e che entreranno progressivamente in vigore a partire dal 2 febbraio, dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale il 18 gennaio scorso.   

Tra le misure, varate con l'obiettivo di determinare una stretta sul fumo e, soprattutto, di dissuadere i giovani da tale abitudine a rischio, vi è quella che prevede l'introduzione di immagini shock: sigarette, tabacco da arrotolare e tabacco per pipa ad acqua recheranno le nuove "avvertenze combinate" relative alla salute composte da testo, fotografie ed immagini forti e informazioni per dissuadere i consumatori. Inoltre, sulle confezioni sono vietati tutti gli elementi promozionali ed è "vietata la pubblicità di liquidi o ricariche per sigarette elettroniche contenenti nicotina che sia trasmessa all'interno di programmi rivolti ai minori e nei quindici minuti precedenti e successivi alla trasmissione degli stessi in televisione nella fascia oraria dalle 16 alle 19".

Arriva anche lo stop al fumo in auto con minori e donne incinta. Tra gli altri divieti introdotti, ma non previsti dalla direttiva, quello di vendita ai minori di sigarette elettroniche con presenza di nicotina e il divieto di fumo nelle pertinenze esterne degli ospedali, oltre all'inasprimento delle sanzioni per la vendita ai minori fino alla revoca della licenza.

Due esplosioni a Damasco: 86 morti

Mar, 02/02/2016 - 20:34
​Un'altra strage del Daesh, questa volta a Damasco, in Siria, in un quartiere sciita già preso di mira un anno fa dai terroristi sunniti di al Nusra. Tre esplosioni, provocate da un'autobomba e due kamikaze, hanno scosso la capitale siriana mentre a Ginevra sono in corso i difficilissimi negoziati di pace sotto l'egida dell'Onu: il bilancio del massacro è di almeno 71 morti e oltre 100 feriti.


Ma il numero delle vittime potrebbe salire in quanto molti civili sono stati ricoverati in condizioni gravissime. Gli attentati sono avvenuti vicino al mausoleo di Sayyida Zeinab, a sud della capitale. In base alle ricostruzioni, un'autobomba è stata fatta esplodere nei pressi di una stazione dell'autobus, nel quartiere di Koua Sudan. Quando alcune persone si sono avvicinate per soccorrere i feriti, due kamikaze si sono
fatti saltare in aria. Le esplosioni sono state talmente forti da provocare anche un piccolo cratere: le immagini della tv di Stato hanno mostrato diversi edifici danneggiati e auto carbonizzate nella zona. 
  

Poco tempo dopo gli attentati, i più gravi attacchi a un luogo di culto sciita in Siria, è arrivata la rivendicazione del Daesh: "Due soldati del califfato hanno condotto un'azione da martiri nella tana degli infedeli nella zona di Sayyida Zeinab, uccidendo 50 persone e ferendone 120", è stato il messaggio.
  

Il mausoleo sciita è il luogo di sepoltura della nipote del profeta Maometto ed è meta di pellegrinaggio per gli sciiti da Iran, Iraq, dai Paesi del Golfo e del Libano. Il sito è già stato preso di mira in passato: nel febbraio del 2015 un attacco suicida a un posto di blocco vicino al mausoleo causò la morte di 4 persone e il ferimento di altre 13.


Nello stesso mese venne attaccato anche un autobus di pellegrini libanesi diretto alla moschea, in un attentato rivendicato dal fronte al Nusra, legato ad al Qaida, e costato la vita a 9 persone. Il santuario è stato teatro di diversi scontri nei primi anni dall'inizio della guerra in Siria, ma da allora è stato posto in sicurezza dalle milizie sciite di Hezbollah e dall'esercito siriano, che hanno creato posti di blocco intorno per proteggerlo ed evitare ai veicoli di avvicinarsi.
  

Gli attentati hanno colpito Damasco mentre a Ginevra le Nazioni Unite stanno faticosamente cercando di far partire una terza tornata di colloqui, dopo le due fallite nel 2014. L'inviato speciale dell'Onu, Staffan de Mistura, si è detto stasera "ottimista e determinato" sui colloqui. Dopo l'incontro con l'Alto comitato negoziale della coalizione dell'opposizione siriana, che non parla direttamente con il regime, de Mistura ha riferito che il gruppo "merita che io presti attenzione alle loro preoccupazioni". 

L'Onu mira a raggiungere un cessate il fuoco entro sei mesi e poi arrivare ad una transizione politica. In 5 anni di conflitto sono morte più di 250mila persone mentre oltre 10 milioni sono gli sfollati. Sui colloqui di Ginevra è intervenuto anche il segretario di Stato Usa John Kerry invitando tutte le parti coinvolte a "trattare in buona fede" per fermare "il bagno di sangue". Kerry ha avuto anche un colloquio telefonico con il
ministro degli Esteri Paolo Gentiloni in vista della riunione della coalizione anti-Daesh che si terrà martedì alla Farnesina, il cosiddetto 'Small Group' dei Paesi maggiormente impegnati nel contrasto a Daesh. Ieri è trapelata la lettera con la quale il Pentagono ha chiesto a diversi alleati, Roma compresa, di fare di più nella lotta allo Stato Islamico: nel nostro caso di considerare la possibilità di raid contro i jihadisti in Iraq.


E mentre in un nuovo video un militante dell'Isis, in apparenza un francese con i capelli biondi, minaccia nuovi attentati in Occidente, da Parigi il ministro della Difesa francese lancia l'allarme sul "grande rischio" di infiltrazione di terroristi tra i migranti che sbarcano a Lampedusa. Jean-Yves Le Drian si è detto infatti particolarmente preoccupato per la situazione in Libia, dove il governo di unità stenta a decollare e Daesh si sta rafforzando: "Sono lì, a 300 km dalla costa
europea, e si stanno espandendo". 

Nigeria, Boko Haram fa strage in villaggio

Mar, 02/02/2016 - 20:34
​Quattro ore è durato l'inferno nella notte di Dalori, villaggio nigeriano attaccato e dato alle fiamme dagli integralisti islamici Boko Haram. Nelle casupole rase al suolo sono morti a decine, molti bambini sono bruciati vivi, chi fuggiva veniva falciato a colpi di mitra. Il bilancio
delle vittime non è ancora definitivo, finora sono stati contati 86 morti e un centinaio di feriti, molti gravemente ustionati.

E anche il confinante Ciad ha pagato il suo tributo di sangue ai terroristi nigeriani: domenica mattina, mentre nella giungla di Dalori si cercavano ancora eventuali superstiti, tre kamikaze si sono fatti esplodere in due villaggi sulle rive del lago Ciad. Hanno ammazzato nove persone tra cui cinque bimbi che stavano giocando in un campo di calcio, 52 i feriti.

Il primo a raccontare la strage nel villaggio nigeriano situato a una decina di chilometri di Maiduguri, capoluogo dello stato nord-orientale di Borno, è stato un sopravvissuto: era in strada quando i Boko Haram verso le 7 di sera hanno fatto irruzione a Dalori, ha sentito il rombo delle motociclette e di un camion che si avvicinavano, si è arrampicato su un albero e lì è rimasto, impietrito, per tutta la notte. Ha visto i
miliziani lanciare bombe incendiarie dentro le case, ha sentito le urla della gente che bruciava tra le fiamme.

"C'erano anche grida disperate di bambini", ha detto ai soccorritori arrivati troppo tardi e ai soldati che nelle strade hanno trovato decine di cadaveri carbonizzati o ammazzati a colpi d'arma da fuoco.

Nella giungla sono stati invece recuperati quasi un centinaio di feriti, molti in gravi condizioni, alcuni mutilati. Perché c'erano anche tre donne kamikaze tra chi in preda al panico correva via dalle abitazione incendiate. Tre kamikaze lasciate a confondersi tra la gente in fuga dai combattenti che si ritiravano dopo la carneficina: si sono fatte esplodere uccidendo altre donne, altri bambini, altri uomini inermi.


Soprattutto nell'area prossima a Dalori, dove negli ultimi mesi le associazioni umanitarie hanno tirato su un campo tendato per gli sfollati che ormai non sanno più dove rifugiarsi, mentre l'esercito del governo centrale guadagna terreno ma non porta sicurezza e i Boko Haram sempre più spesso trasferiscono la loro guerra sanguinaria nei paesi vicini, Camerun, Ciad, Niger e Benin.

Ventimila morti e due milioni e mezzo di profughi è il bilancio di quasi sette anni di guerra iniziata dai Bako Haram come rivolta anti-governativa, e poi sempre più radicalizzatasi fino a fondersi nella furiosa jihad dello Stato islamico. 

Gli attentati di domenica mattina in Ciad sono gli ultimi 'esportatì sulle rive dell'omonimo lago: un primo kamikaze è arrivato a bordo di una motocicletta e si è fatto saltare in aria a Guitté. Due donne invece si sono fatte esplodere a Mittériné, vicino ad un campetto di calcio, dopo essere state individuate dalle milizie di autodifesa costituite proprio per
fronteggiare le incursioni dei Boko Haram. Hanno ucciso anche cinque bambini che correvano dietro un pallone.

L'Oms: virus Zika «emergenza mondiale»

Mar, 02/02/2016 - 20:34
Come Ebola (dall'agosto 2014) e la Polio (da maggio dello stesso anno) e com'era stata a suo tempo l'influenza suina, ora anche il virus Zika è una Emergenza Internazionale di Salute Pubblica. La dichiarazione è arrivata al termine di una riunione della Commissione istituita dall'Oms, che ha tenuto a precisare che Zika resta una minaccia molto meno preoccupante delle altre, ma che la dichiarazione è dovuta solo al legame, peraltro per ora solo presunto, con la microcefalia.

"Gli esperti - ha spiegato il direttore generale Margaret Chan - sono stati d'accordo nell'affermare che la relazione causale tra l'infezione da virus Zika in gravidanza e la microcefalia è 'fortemente sospetta', anche se non è ancora scientificamente provata".

Il comitato, ha aggiunto Chan, non ritiene al momento che ci siano le condizioni per chiedere restrizioni nei viaggi o nei commerci per prevenire la diffusione del virus. Lo Zika virus da solo non sarebbe stato definito un'emergenza - ha sottolineato  David Heymann, a capo della commissione  - perchè per quanto ne sappiamo non causa condizioni cliniche gravi. È solo per questo possibile legame con la microcefalia che abbiamo deciso di dichiararla emergenza internazionale, ma non sappiamo quanto ci vorrà per trovare il link".


Heymann ha ricordato che al momento per le donne in gravidanza sono sconsigliati i viaggi nei paesi colpiti. Al momento la strategia che l'Oms metterà in campo insieme alle istituzioni locali, utilizzando per la prima volta il fondo per le emergenze istituito dopo l'epidemia di Ebola, consisterà nella distribuzione di materiale protettivo e counseling alle donne in gravidanza, a una stretta sorveglianza nei paesi colpiti anche per verificare l'effettivo legame tra virus e microcefalia, e a un impulso alla ricerca per trovare un test rapido e, in un secondo momento, un vaccino e una cura. La dichiarazione di emergenza internazionale, ha precisato Chan, servirà proprio ad avere uno sforzo coordinato in queste direzioni.  

Intanto in Brasile la presidente della Repubblica, Dilma Rousseff, ha firmato una misura provvisoria che autorizza l'accesso forzoso agli immobili in presenza di potenziali focolai larvali di Aedes aegypti, la zanzara responsabile per la trasmissione del virus. In base al provvedimento - pubblicato oggi sulla locale gazzetta ufficiale - in caso di "imminente pericolo per la salute pubblica" agenti sanitari potranno entrare in edifici pubblici e privati quando abbandonati o in assenza di persone che possano autorizzarne l'ingresso.

>> CHE COS'È IL VIRUS ZIKA, DOVE HA COLPITO
4 PAESI INVITANO LE DONNE A POSTICIPARE LA GRAVIDANZA

La mappa dei Comuni sciolti per mafia

Mar, 02/02/2016 - 20:34
Le cosiddette "mafie in Comune" restano un'inquietante e minacciosa presenza nelle amministrazioni locali del nostro Paese, soprattutto al Sud. Ma l'infiltrazione delle cosche nei pubblici uffici, a caccia di favoritismi e appalti, si conferma un fenomeno pervasivo, non solo nelle regioni d'origine di 'ndrangheta, cosa nostra, camorra e sacra corona unita. Secondo una mappa della Penisola elaborata dall'associazione Avviso pubblico (che unisce Comuni, Province e Regioni italiane nell'impegno antimafia e per la legalità) negli ultimi 25 anni sono stati 267 (dal 1991 al 30 gennaio 2016) i decreti di scioglimento emanati (22 dei quali sono stati successivamente annullati dai tribunali amministrativi).

I 267 decreti riguardano 209 amministrazioni locali (tra queste una Provincia e 5 ASL) poiché alcuni Comuni hanno subito più di uno scioglimento. Questa ‘classifica’ è guidata da 9 Comuni che hanno subito tre scioglimenti a testa: sono  Casal di Principe (CE), Casapesenna (CE), Grazzanise (CE), Melito di Porto Salvo (RC), Misilmeri (PA), Roccaforte del Greco (RC), San Cipriano D’Aversa (CE), San Ferdinando (RC), Taurianova (RC). Sono invece 40 i Comuni che hanno subito 2 scioglimenti.

A livello regionale, la poco confortante classifica è guidata dalla Campania (98), seguita da Calabria (85) e Sicilia (66). In totale le 3 Regioni d'origine delle principali mafie raccolgono il 93% degli scioglimenti. Completano l'elenco la Puglia (9), il Piemonte (3), la Liguria e il Lazio (2), uno a testa per Basilicata e Lombardia. Sono in tutto 9 le Regioni interessate.

Spicca l’assenza di amministrazioni locali riguardanti il Nord-Est, mentre sono otto gli scioglimenti che riguardano il Centro-Nord (meno del 3%).

Milano-Modena: due neonati, due «cassonetti»...

Mar, 02/02/2016 - 20:34

​Due neonati, entrambi maschietti. Entrambi in un "cassonetto": il primo deposto con cura perché qualcuno lo potesse trovare. L'altro gettato via come un rifiuto, nella spazzatura. Si è consumato così il destino parallelo di de bimbi. Il primo è stato ritrovato oggi, in buona salute, nella Culla per la Vita del Policlinico di Milano, in via della Commenda, una moderna 'ruota' istituita nel novembre del 2007, che finora per la verità aveva funzionato poco: solo 2 bimbi accolti.  Assiemo al neonato c'era un cartellino che informava sulla data di nascita: novembre. Il piccolo è stato chiamato Giovanni e ora sulla sua sorte deciderà il Tribunale dei minorenni.

Il secondo destino è quello, atroce, di un bambino nato da poche ore, il cui corpicino è stato trovato domenica sera nei dintorni di Fiorano, nel Modenese, in un cassonetto delle immondizie. Di lui si sa poco, tranne il fatto che la mamma è una 22enne nigeriana, sembra irregolare, che questa mattina si è presentata al Policlinico di Modena con i segni di un parto da poco avvenuto. Ora il caso passa in mano alla Procura, che dovrà accertare se il piccolo è nato morto o se è spirato dopo il parto.

Milano e Fiorano: due storie tragicamente diverse. Ma c'è una terza strada, che non comprende "cassonetti" e non ci si stancherà mai di sottolienare: il parto in anonimato. Si può partorire un figlio indesiderato in totale sicurezza e riservatezza in ospedale. 

Il bimbo di Milano è stato chiamato Giovanni; per 

L'Oman neutrale, un «lusso» da tutelare

Mar, 02/02/2016 - 20:34
Il destino dell’Oman, piccolo sultanato spesso assimilato alla Svizzera per la sua tradizionale neutralità, è appeso a un filo. Il Medio Oriente brucia e Muscat trema più che in passato: il pericolo viene da più fronti, interni ed esterni, e la posizione degli alleati occidentali è ambigua. Eppure, di una figura moderata come quella del 76 enne Qabus bin Said al Said, sovrano dell’emirato dal 1970, anno in cui organizzò con successo la detronizzazione del padre (con sostegno britannico e persiano, ndr), il quadrante regionale ha ancora bisogno. Amante del dietro le quinte, il sultano, monarca onnipresente in patria, compare di rado sugli organi di stampa stranieri. Curiosamente, il suo volto asciutto, incorniciato da barba e baffi bianchi, è noto ai media italiani: a bordo del proprio panfilo, il quarto più lungo al mondo, fa scalo a Palermo con cadenza quasi annuale e a Bari, di tanto in tanto. Nella città siciliana, per la quale il sovrano deve avere una certa infatuazione, il casato ha lasciato una prima donazione di 5,5 milioni di euro nel 2008 e un’altra, gemella, la scorsa estate. Il Comune non ha mai né smentito né confermato. Bin Said è così. Semplicemente, uno degli uomini più ricchi del mondo, soprattutto grazie ai proventi dell’estrazione di idrocarburi. Ma a differenziarlo dagli altri 'nababbi' regionali sono l’estrema riservatezza e l’apertura mentale, che fanno di lui un intermediario ideale nelle furibonde dispute mediorientali. 

Secondo alcuni studiosi di islamologia, è una questione confessionale: Qabus bin Said al Said è un musulmano ibadita, una rarità ormai. La minoranza ibadita si concentra pressoché totalmente in Oman e a Zanzibar, in un passato remoto importante centro commerciale e anche capitale del regno omanita. «La filosofia dell’ibadismo si basa sui principi della tolleranza religiosa e dell’impedimento di conflitti e violenza. Devono essere rispettati gli altri punti di vista o modelli di interpretazione», si legge sul sito ufficiale dell’ibadismo in Italia, suggellato dal ministero degli Affari religiosi del regno. E ancora: «Le preghiere nelle moschee in tutto il Paese sono svolte con i sunniti e gli sciiti a fianco degli ibaditi. I sunniti e gli sciiti sono sempre vissuti in armonia e in accordo con gli ibaditi che hanno sempre continuato ad essere la maggioranza credente dell’Oman. La preghiera comune a Dio non conosce dispute teologiche. Davanti a Dio ognuno è chiamato a rispondere di sé». Il medesimo atteggiamento è riservato ai non musulmani, non solo tollerati, ma rispettati. Fra il dire - anzi, professare - e il fare, nel caso di Qabus bin Said, la distanza è minima: il suo paziente lavorìo per condurre statunitensi e iraniani a un accordo sul nucleare ha richiesto quattro anni, dal 2012 al 2015, ma alla fine il tavolo negoziale omanita, accreditato dalle parti in causa e nascosto alle telecamere, ha centrato l’obiettivo. Ora, tuttavia, si registrano segnali di insofferenza nei confronti della neutralità di Muscat: a Riyadh non è andato giù il no all’ingresso nella grande coalizione militare sunnita in Siria e Yemen. 

L'Oman si è detto disponibile a una maggiore collaborazione in termini di scambio di informazioni e controllo dei confini con i fratelli della penisola arabica, ma non potrà mai abbandonare l’equidistanza fra Iran e Arabia saudita. Troppo spesso, nell’indagare la 'mosca bianca' Oman si dimenticano radici e storia e dominazioni antiche: prima che arabo, infatti, il territorio conosciuto dai Sumeri come Magan fu persiano. Nel 632 d.C., poi, con l’arrivo dei primi seguaci di Maometto, i padroni di casa cambiarono. Gli omaniti di oggi, inoltre, sono in maggioranza di origine araba, ma molti vantano anche antenati dell’Africa Orientale o del Belucistan, la più grande delle province pakistane, a lungo controllata. Ovviamente, alle motivazioni di natura etica, religiosa e, per così dire, genetica, si sommano quelle del buon senso: la posizione geografica del sultanato, fra la pentola saudita e la brace iraniana, con Emirati, Yemen e Pakistan a completare il quadro, impone prudenza e lungimiranza. Proficue relazioni economiche e rapporti politici distesi sono indispensabili per sopravvivere in mezzo ai leoni.

Non la pensano così le maggiori potenze sunnite, che pretendono prove di fedeltà, con una scelta di campo netta che tarda a venire: nell’ultimo semestre, il palazzo di Muscat ha accolto senza riserve i delegati di Bashar el-Assad, odiato presidente siriano (alawita sciita), e i rappresentanti dei ribelli yemeniti Huthi, sciiti pure loro. Tutti nemici dell’Arabia saudita e accoliti della Repubblica islamica dell’Iran. Il disappunto arabo è manifesto e suona come un campanello d’allarme. Peggiorano il quadro altri elementi: voci sempre più insistenti danno il sultano gravemente malato di cancro. La legge prevede che la famiglia reale, in assenza di eredi diretti, scelga il successore. Oppure che lo stesso sultano lasci due buste sigillate con i nomi dei 'papabili'. Difficile immaginare chi possa assumere i ruoli di primo ministro, ministro della Difesa e degli Esteri, capo di stato maggiore, direttore della banca centrale, tutti ricoperti da Qabus. E poi c’è la variabile anglosassone: l’Oman intrattiene una relazione tanto solida quanto opaca con Londra, potenza coloniale fino al 1971. Indiscrezioni diplomatiche, riportate dal periodico francese L’Obs, riferiscono della presenza fissa di un consigliere militare britannico a corte. Il sultano, peraltro, ha anche la cittadinanza inglese, cosa che è proibita ai suoi sudditi. L’Oman è forse un burattino britannico? Quanto agli Stati uniti, una base americana è dislocata nel Paese e la sussidiaria americana del gruppo Shell è la maggiore azionista della compagnia petrolifera nazionale. Dal 2009, fra le due nazioni è in vigore un accordo di libero scambio. Sull’area, però, si sta allungando l’ombra di Mosca: dal 1° al 3 febbraio sarà in visita a Muscat e Abu Dhabi il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, «per discutere dell’agenda internazionale dell’energia». 

La domanda ora è la seguente: l’asse britannico-statunitense ha interesse a conservare un’oasi di neutralità affacciata sul Golfo persico? Da questa risposta dipendono le sorti di 4,2 milioni di omaniti, fino ad oggi risparmiati dalle follie jihadiste. Nessun cittadino dell’Oman è annoverato fra i ranghi dello Stato islamico e nessun attacco si è verificato nel sultanato. Fare leva sullo scontento popolare per creare il caos sarebbe abbastanza difficile: in oltre 40 anni di monarchia assoluta, è vero che il re non ha incoraggiato multipartitismo e attivismo politico, ma ha anche irradiato benessere economico e sociale. Fra i pochi emiri arabi a non aver tenuto i proventi del petrolio tutti per sé, Qabus ha modernizzato un lembo di deserto che il padre manteneva in condizioni medievali. Il crollo del prezzo del petrolio, però, ha reso evidente la necessità di diversificare. L’Oman sta accelerando su agricoltura, pesca e turismo (e tagliando la produzione di petrolio): il numero di presenze fra il 2006 e il 2013 è pressoché raddoppiato, passando da 1,3 a 2,2 milioni; nel 2015 si stima che 3 milioni di turisti abbiano visitato il Paese. L’obiettivo per il 2040 è di 7 milioni annui. Sempre che il regno resista all’impatto migratorio yemenita - sono migliaia i profughi che premono alla frontiera - e al cambio di guida, dato ormai per imminente.

In Gran Bretagna si può "modificare" l'embrione

Mar, 02/02/2016 - 20:34
​La Gran Bretagna fa cadere un'altra barriera sulla frontiera fra genetica e bioetica. L'Autorità per la fertilità e l'embriologia del regno (Hfea) ha autorizzato un team di scienziati - per la prima volta in assoluto, quanto meno in Europa - a condurre esperimenti di modifica genetica di embrioni umani, seppure non destinati alla riproduzione.

Il via libera ai test, che dovrebbero partire in estate, vale per il Francis Crick Institute di Londra. L'unico limite invalicabile è dato dalla legge britannica, che già da qualche tempo permette la ricerche sugli embrioni a patto che questi non vengano impiantati per una gravidanza. A chiedere il placet, come riportato dalla Bbc fin da gennaio, era stata Kathy Niakan, che da decenni si occupa al Francis Crick Institute di studi sull'infertilità e mira a chiarire l'origine di forme ricorrenti di aborto spontaneo. "La ragione per cui questo obiettivo è così importante è legata al fatto che aborti spontanei e infertilità sono estremamente comuni, ma non ben compresi", aveva affermato Niakan a giustificazione del suo progetto.

L'esperimento dovrebbe coinvolgere nella fase iniziale 20-30 embrioni. Su 100 ovuli fecondati, aveva spiegato la ricercatrice, meno di 50 raggiungono lo stadio di blastocisti, con circa 200-300 cellule, mentre appena 13 arrivano al terzo mese. Per capire cosa determini tali differenze verrà usata ora una tecnica denominata 'Crispr', una sorta di 'taglia e incolla' del Dna in grado di 'spegnere' un gene alla volta per verificare quali siano quelli fondamentali per lo sviluppo. Si punta ad arrivare "a miglioramenti nella fecondazione assistita, oltre a una maggiore comprensione dei primissimi stadi dello sviluppo".

Gli interrogativi non mancano di fronte a una svolta che in Italia è vietata espressamente dalla legge 40 e che anche in altri Paesi andrebbe ben oltre il limite del lecito: aprendo le porte non soltanto all'uso a fini scientifici dell'essere umano, ma al concetto di embrione geneticamente modificato. Tanto da far immaginare per un avvenire non più lontano la prospettiva inquietante di bambini ogm, resistenti a certe malformazioni e tuttavia concepiti di fatto su misura in laboratorio.

I precedenti conosciuti nel mondo sono almeno due. Il primo risale all'autunno 2007 (ma trapelò sui media solo nella primavera del 2008) quando negli Usa, alla Cornell University di New York, l'equipe guidata da Zev Rosenwaks realizzò alla chetichella, con finanziamenti privati e senza dover rispondere alla legge federale americana, un esperimento pionieristico su "un embrione inutilizzabile per tecniche di fecondazione assistita", con l'obiettivo dichiarato di impiegarlo nello studio sulle cellule staminali, e subito dopo lo distrusse.

Il secondo è stato annunciato invece l'anno scorso in Cina, dove un embrione umano risulta essere stato manipolato (per tentare di correggere un gene che provoca una malattia rara) da specialisti dell'Università Sun Yat-sen di Guangzhou: ricerca, quest'ultima, portata avanti sulla base di non meglio precisate "linee guida" redatte dalle autorità di Pechino, ma non di specifici permessi d'un organismo di controllo, e poi pubblicata dalla rivista Protein and Cell dopo essere stata rifiutata dalle autorevoli Science e Nature pare per "motivi etici".

In difesa della decisione assunta a Londra, è intervenuto il professor Robin Lovell-Badge, uno dei consulenti scientifici dell'Hfea, secondo il quale l'intenzione non è in effetti esplorare territori da film di fantascienza. Almeno non per ora. Ricordando il precedente cinese, Lovell-Badge ha sottolineato del resto come in Gran Bretagna la procedura sia stata vagliata attraverso "un adeguato sistema di regole" e approvata da un'autorità pubblica ad hoc sulla base di protocolli definiti e con precisi paletti.

Garanzie che però non convincono tutti. "Questa ricerca - replica David King, direttore dello Human Genetics Alert - consentirà in realtà agli scienziati di affinare le tecniche necessarie alla creazione di neonati modificati geneticamente. Ed è quindi solo la prima tappa verso un futuro mercato dell'eugenetica".

Dall'Italia arriva la voce del genetista Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell'Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma: "L'embrione umano non è un oggetto o un qualcosa che può essere utilizzato. Ma è un progetto biologico unico e irripetibile. Come Papa Francesco ha ribadito qualche giorno fa, l'embrione ha una dignità e va rispettato".

Secondo Dallapiccola, "modificare geneticamente embrioni umani non solleva solo problemi etici, ma anche tecnici; gli scienziati britannici intendono utilizzare una tecnica, il cosiddetto editing genetico, non ancora standardizzata e quantomeno bisognerebbe avere una 'decorosa prudenza'. Quando si va a toccare il Dna per correggere una mutazione difettosa si possono indurre errori in altre parti del genoma".
 
Per il genetista, l'"editing genetico" è una tecnica ancora molto imprecisa. "A quanti pensano che un giorno la si potrà utilizzare per creare bambini perfetti - sottolinea Dallapiccola - rispondo che è un'idiozia. Anche qualora si riuscissero a correggere tutti i difetti genetici, sappiamo che la maggior parte delle malattie è causa da cambiamenti epigenetici, modifiche che avvengono nel corso della vita e che non possono essere prevenute modificando geneticamente un embrione".

Maltrattava i bambini, arrestata maestra

Mar, 02/02/2016 - 18:22
Botte, offese, bestemmie, punizioni eccessive, tanto che i bambini non volevano più andare a scuola per paura di lei. È il comportamento di M.G., 52enne maestra di asilo, ritenuta responsabile di maltrattamento aggravato su bimbi fra i 3 e i 5 anni: nei suoi confronti i carabinieri della Compagnia di Pavullo nel Frignano (Modena) hanno eseguito un'ordinanza cautelare di arresti domiciliari, emessa dal Gip di Modena Eleonora De Marco.   

Secondo le indagini, coordinate dal Pm Marco Imperato, l'insegnante, coordinatrice di una scuola per l'infanzia, abusando delle proprie qualità e violando i doveri di equilibrio e correttezza, con condotte sistematiche e reiterate, ha maltrattato fisicamente e psicologicamente i piccoli durante l'orario scolastico. Con schiaffi, spintoni, strattonamenti.

Le indagini, partite dalla segnalazione di genitori preoccupati per lo stato d'animo dei loro figli, hanno permesso di far emergere la prova della responsabilità della donna, che spesso si è rivolta ai bambini con linguaggio volgare, a volte anche bestemmiando, li ha strattonati brutalmente, sottoponendoli a punizioni eccessive. È emersa inoltre l'abitualità dei comportamenti tenuti dall'indagata, indistintamente nei confronti di tutti i bambini affidati alla sua cura. Un'ira che si scatenava all'improvviso, anche di fronte a situazioni normali, ad esempio quando un bambino doveva andare in bagno, oppure quando non veniva gradito il cibo. In un caso una bambina è stata presa di peso dall'insegnante, portata all'esterno e lasciata al freddo in un apesino sull'Appennino a 700 metri.

Le prime segnalazioni da parte di genitori delle condotte dell'insegnante, coordinatrice di una scuola dell'infanzia, sono di novembre. I militari hanno raccolto testimonianze e svolto accertamenti anche con telecamere nascoste. Alla notifica del provvedimento di arresti domiciliari la donna avrebbe dimostrato una certa freddezza.

Messina, l’oratorio fa rivivere il quartiere

Mar, 02/02/2016 - 18:22
Un quartiere dimenticato dalle istituzioni rinasce grazie al lavoro della comunità e della Chiesa locale. Succede al rione Gazzi-Fucile di Messina, dove l’oratorio retto dai padri Guanelliani è da tempo diventato punto di riferimento per i “monelli”. Così, affettuosamente, sono chiamati i bambini e i ragazzi che frequentano la struttura parrocchiale, guidata da don Nico Rutigliano. Che si dà un gran daffare per “il quartiere della chiesa che non c’è”.


Sì, perché in questo angolo di Messina è presente la parrocchia, ma li dove era previsto che nascesse una chiesa, a distanza di oltre cinquant’anni vi è ancora una baraccopoli. Ricovero che per molte famiglie rappresenta il luogo in cui vivere, in cui crescere i propri figli. Un valore aggiunto per il territorio, come è stato ricordato anche ieri, durante un convegno che ha fatto il punto sull’attività svolta a favore dei giovani della parrocchia, che ha visto la partecipazione di genitori ed educatori. In questi anni, la chiesa fisica, fatta di cemento e mattoni, quella che, nonostante le promesse, ancora non c’è, è stata sostituita da una chiesa fatta di braccia tese, accomunate dall’amore verso il prossimo e verso quell’angolo di città dimanipolazione menticato dalle istituzioni.


Questa chiesa ha poi trovato casa (in un’ala della scuola materna, trasformata) in una cappella dedicata a San Pio X nell’oratorio. La parrocchia negli anni è riuscita ad ottenere anche un locale di proprietà dell’Istituto autonomo case popolari di Messina, all’interno del quale sono state realizzate aule dove si offrono gratuitamente servizi a circa 150 tra bambini e adulti, come il sostegno scolastico, corsi di danza per bambine e di ginnastica per le mamme, laboratori musicali e artigianali, laboratori creativi di e animazione ludico-ricreativa, corsi di sartoria, taglio e cucito, e tanto altro.


Oltre a queste attività l’oratorio è riuscito a realizzare un campo di calcio, grazie ad un terreno messo a disposizione dall’Istituto autonomo case popolari e il contributo di Asci Don Guanella. La struttura sportiva è priva di cancelli, solo recinto e la rete per trattenere il pallone. Chiunque può entrarvi e giocare. «Si tratta di un luogo di aggregazione prima ed educazione poi, per bambini, giovani e adulti – sottolinea don Nico –. Tante le mamme e nonne che sono state tolte dalla solitudine e inserite in un contesto di socialità e relazioni umane. Per non parlare dei ragazzi che al posto di videogiochi e pc, tornano a sviluppare le loro capacità per imparare a metterle a servizio di tutti.


Ai ragazzi noi diamo “Pane e Signore”, come ci insegna il nostro fondatore San Luigi Guanella. Non è stato certamente facile – prosegue il sacerdote, responsabile dell’oratorio messinese –. I ragazzi, in un primo momento, vedevano l’oratorio come qualcosa di lontano, compivano persino dei danneggiamenti. Oggi invece – conclude don Nico – l’oratorio è diventato la loro seconda casa». Anche la Caritas diocesana è stata accanto a questa iniziativa.


«Quello che la comunità guanelliana e i parrocchiani stanno realizzando a Fondo Fucile anche con il sostegno della Caritas diocesana – commenta don Giuseppe Brancato, direttore della Caritas di Messina – rappresenta la testimonianza concreta del nostro impegno per i giovani e per le periferie, da sempre cuore pulsante della nostra attività».

«Consacrati, siate il volto dell'amore di Dio»

Mar, 02/02/2016 - 18:22
La Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata ha elaborato un Messaggio per la 20ª Giornata mondiale della vita consacrata, che si celebra oggi, 2 febbraio, in cui chiede ai consacrati di far brillare, con la loro testimonianza, "lo splendore del volto di Cristo, accogliendo il profugo, il drogato, l’affamato e nudo, il senza casa o senza lavoro, il coniuge separato o divorziato, il bambino abusato, l’anziano solo, il carcerato, il malato incurabile, il padre e la madre che non sanno come portare avanti la famiglia".

>>> LEGGI IL TESTO DEL MESSAGGIO (PDF)

«Siamo convinti – si legge ancora nel Messaggio – che ogni vera esperienza di vita consacrata debba trovare il suo principale fondamento nella gioia della misericordia assaporata personalmente. Ogni vocazione, la vostra in particolare, proviene da uno sguardo che è allo stesso tempo espressione di misericordia e di elezione da parte del Signore».

>>> IL PAPA: PREGHIAMO PER LE VOCAZIONI

«Se l’anno scorso – concludono i Vescovi – vi chiedevamo di portare l’abbraccio di Dio a tutti, in continuità con quel messaggio, quest’anno vi supplichiamo di essere volti concreti dell’amore di Dio che si china sulle molteplici miserie: siate quegli angeli che accompagnano le sorelle e i fratelli feriti ad attraversare con fiducia la porta della misericordia».

Unioni civili, ultime ore per trattare

Mar, 02/02/2016 - 10:13
Per il Pd il tempo è scaduto e l’apertura di Ncd allo stralcio, in cambio di un voto della legge per le unioni civili arriva troppo tardi. E arriva da Rocco Buttiglione, senza un seguito convinto del resto di Ap. Così, alla vigilia del voto sulle pregiudiziali del testo Cirinnà, lo scacchiere resta ancora fermo. La partecipazione massiccia alla manifestazione di sabato non viene ignorata, ma non produce nemmeno frutti. E dentro la maggioranza si continua a negare che il rimpastino possa favorire un accordo sul testo contestato. 


La settimana di dibattito che seguirà al voto di oggi sulle pregiudiziali di costituzionalità servirà ancora a tessere la tela. Ieri il capogruppo democratico Luigi Zanda ha negato la possibilità che a questo punto il ddl subisca uno stravolgimento. Il Pd si è compattato sull’impianto e con questo intende andare avanti. I correttivi possibili restano sempre quelli contenuti negli emendamenti di Lumia e Chiti. Quanto al voto segreto sulle adozioni, su cui Renzi ha lasciato libertà di coscienza, sarà il presidente Pietro Grasso a verificare punto per punto dove considera corretto concederlo.


Ma sembra scontata la eventualità che un minimo di venti senatori lo chiedano. Nel Pd il timore di una frattura molto grande resta alto. Né si conosce ancora il numero di emendamenti che sarà vagliato dall’aula. Allo stato restano in piedi le migliaia di proposte leghiste e anche il 'supercanguro' del democratico Marcucci, pensato per evitare perdite di tempo, ma che il senatore renziano si è impegnato a ritirare, per favorire il più possibile un compromesso. La soluzione dello stralcio delle adozioni dei figli del partner, insomma, potrebbe sbloccare lo stallo. E a quel punto, se i cattodem del Pd modificassero anche i riferimenti dell’articolo 3 al matrimonio e garantissero paletti solidi contro il ricorso all’utero in affitto, Ncd-Ap potrebbe rivedere la propria posizione fortemente critica. Resta questo l’obiettivo dei pontieri democratici, decisi a forzare anche la posizione più granitica del capogruppo. Le parole del vicepresidente vicario dei deputati Buttiglione non sono passate inosservate. 


«Esiste in Parlamento e nel Paese una maggioranza ampia che vuole riconoscere i diritti degli omosessuali al rispetto della propria vita affettiva e vuole difendere il diritto dei bambini ad avere una mamma ed un papà. Esiste una ampia maggioranza che vuole le unioni civili e non vuole le adozioni gay. Abbiamo tutti il dovere di dare voce a questa ampia maggioranza», secondo Buttiglione. Parole non condivise dal suo partito e fortemente stigmatizzate dall’ex compagno di battaglie Carlo Giovanardi, per il quale sarebbe questo il prezzo da pagare per Ap in cambio dell’«infornata di sottosegretari». 


La nuova polemica, però, non è che un ennesimo campanello di un clima teso e di un compromesso difficilissimo. Resta comunque da verificare il comportamento dei partiti di maggioranza, se davvero l’articolo 5 venisse stralciato con uno degli emendamenti che saranno votati per primi, quando si arriverà al punto della discordia. sarà lì il vero banco di prova. Le parole di Buttiglione sono un’apertura che lascia sperare quanti tra i democratici non vorrebbero la frattura alla vigilia delle amministrative. E allora anche la decisione del presidente del Senato diventa determinante. Nel segreto dell’urna molte cose potrebbero ancora cambiare.

Passi storici per l’ecumenismo, guidati dal Papa

Mar, 02/02/2016 - 09:49

È un segno dei tempi che anche l’intera ecumene dell’Ortodossia, vincendo antichi timori e livori, si riunisca il prossimo giugno a Creta, nel cuore di un Mediterraneo ormai emblema di lacerazioni. E che dia prova concreta anche al valore collante di quella sinodalità nella comunione di fede e dottrina che, nelle rispettive differenze, tiene uniti da duemila anni. Il summit sul Lago di Ginevra dei Patriarchi delle Chiese Ortodosse conclusosi giovedì scorso ha stabilito i temi da affrontare nel tempo presente che faranno parte dell’agenda del Concilio panortodosso, tra cui le relazioni della Chiesa ortodossa con il resto del mondo cristiano. E segno dei tempi è la vicinanza per la riuscita del Grande Concilio espressa dalla Santa Sede e dal Vescovo di Roma. La Chiesa di Roma oggi segue e accompagna in amicizia e spirito di fratellanza il processo in cui sono coinvolte le Chiese sorelle ortodosse. Papa Francesco, come abbiamo visto, continua a tessere una rete di rapporti al plurale, non solo con i big Kirill di Mosca e Bartolomeo di Costantinopoli, ma con ciascuna delle Chiese sorelle, comprese le più piccole, e con i loro singoli Primati, manifestando così un approccio pienamente consono alla ecclesiologia sinodale ortodossa.

E se i contatti e le parole con il Patriarcato di Mosca rivelano una relazione sempre più stretta, i rapporti costanti del Successore di Pietro col "fratello Bartolomeo", Successore di Andrea, continuano ad avere gesti e manifestazioni intense di piena sintonia spirituale e desiderio di unità nel solco indicato dal Concilio Vaticano II. Quelli che lo stesso Vescovo di Roma ha espresso nella lettera inviata al Patriarca ecumenico Bartolomeo in occasione dell’ultima festa patronale di sant’Andrea il 30 novembre scorso come presa d’atto e di consapevolezza da condividere con tutte le Chiese dell’Ortodossia, e cioè che tra cattolici e ortodossi oggi «non vi è più nessun ostacolo alla comunione eucaristica che non possa essere superato attraverso la preghiera, la purificazione dei cuori, il dialogo e l’affermazione della verità».

Su questa stessa lunghezza d’onda si svolge la tessitura dei rapporti con le Chiese della riforma. In particolare con i luterani. Mutue e costanti relazioni che nell’arco di cinquant’anni hanno portato, al termine della trascorsa tradizionale settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, all’annuncio dello storico atto di congiunta commemorazione per i cinquecento anni della Riforma, che per comune volontà sarà celebrato a Lund, in Svezia il prossimo 31 ottobre. E questo non è che il passo più recente di un grande processo avviato. In una visione incentrata soprattutto sulla realtà dell’"ecumenismo in cammino", si tratta di gesti, parole e incontri all’insegna del coraggio e della speranza, della pazienza e del sentire comune, che hanno fin qui segnato l’iter di Francesco con le diverse Chiese dei battezzati in Cristo e che si ripeteranno con iniziative e numerosi incontri ecumenici anche nel prossimo futuro, mostrando come egli aveva annunciato e promesso all’inizio del suo pontificato, che l’impegno ecumenico fa parte delle priorità del suo ministero. Anzi, in assoluta continuità con i suoi predecessori nel ministero petrino, da Giovanni XXIII e dal Concilio in poi, egli esercita un primato ecumenico e lo fa nella convinzione che la dimensione del dialogo ecumenico sia un aspetto essenziale nel ministero del Vescovo di Roma, di colui che "presiede nella carità", «tanto che oggi non si comprenderebbe pienamente il servizio petrino senza includervi questa apertura al dialogo con tutti i credenti in Cristo», come espresso nell’omelia dei vespri nella solennità della Conversione di san Paolo apostolo, il 25 gennaio 2014.

L’agire di Francesco ha risvegliato il cuore dell’approccio ecumenico, quello contenuto nella Unitatis redintegratio e che coincide con il processo di riforma della Chiesa e quindi anche del papato che è suggerito al numero 6 del decreto sull’ecumenismo: «Siccome ogni rinnovamento della Chiesa consiste essenzialmente in una fedeltà più grande alla sua vocazione, esso è senza dubbio la ragione del movimento verso l’unità. Se dunque alcune cose, sia nei costumi che nella disciplina ecclesiastica e anche nel modo di enunziare la dottrina – che bisogna distinguere con cura dal deposito vero e proprio della fede – sono state osservate meno accuratamente, a seguito delle circostanze, siano opportunamente rimesse nel giusto e debito ordine. Questo rinnovamento ha quindi una importanza ecumenica singolare». Quindi – come è stato osservato – secondo il Concilio, ecumenismo e riforma della Chiesa vanno mano nella mano. Nessuno ignora che, dal Concilio in poi, questo rinnovamento è stato centrale per la vita della Chiesa cattolica. Esso è la chiave di lettura del magistero dei Papi che si sono succeduti da allora. È stato l’obiettivo dei molteplici cambiamenti introdotti nella liturgia, nella legislazione canonica, nella prassi pastorale.

Tuttavia, emerge sempre più chiaramente che, per quanto fatto, molto rimane ancora da fare perché l’impulso di grazia costituito dal Concilio dia tutti i suoi frutti riformatori. Ed è convinzione comune che, sotto la guida di Papa Francesco, si è registrata una notevole accelerazione di passi concreti verso la piena attuazione della visione ecclesiologica conciliare. In questo orizzonte conciliare si ascrive dunque la visione ecumenica di Francesco, compiuta nella carità e nella verità. Egli ha riportato alla coscienza comune – non solo quindi come occupazione degli specialisti – il desiderio dell’unità. Ha risvegliato la coscienza del dolore della divisione, delle ferite che ci siamo inferti reciprocamente e abbiamo inferto ad altri e in definitiva a Cristo stesso, nella consapevolezza che la divisione dei cristiani è un peccato e uno scandalo evidente che va a scapito della testimonianza resa al Vangelo di Cristo, come è detto chiaramente nella Unitatis redintegratio. Ha rimesso in luce come il dialogo ecumenico non sia una disputa ma uno "scambio di doni" – come lo ha definito da Giovanni Paolo II – con i quali arricchirsi gli uni gli altri e dai quali dobbiamo imparare. E che nel comune battesimo che unisce i cristiani essi possono insieme promuovere la pace e la giustizia, la dignità umana: «Noi cristiani possiamo annunciare a tutti la forza del Vangelo impegnandoci a condividere le opere di misericordia corporali e spirituali. Questa è una testimonianza concreta di unità fra noi cristiani: protestanti, ortodossi e cattolici». Ed ha ribadito come il cammino ecumenico si fondi sul fatto che «ciò che ci unisce è molto più grande di ciò che ci separa» e come proseguire il dialogo nella carità, nella verità, nell’umiltà, può aiutare a «superare gli ostacoli che restano alla piena comunione».

Francesco dunque non è il promotore di un ecumenismo "a cavallo", frutto di galatei ecumenisti, diplomazie o strategie di politica ecclesiale. I gesti fin qui compiuti, che si iscrivono nella tradizione dei Pontefici precedenti, traducono nella vita concreta una delle convinzioni fondamentali del decreto conciliare Unitatis redintegratio, che è questa: «Non esiste un vero ecumenismo senza interiore conversione», conversione che non è primariamente quella degli altri, ma è la propria. Da qui la richiesta di perdono innanzitutto a Dio per il male delle divisioni che hanno condotto all’oscuramento del Vangelo, e ciò comporta di conseguenza non il bacchettare sulle differenze ma la disponibilità di riconoscere in maniera autocritica i propri errori e di ammettere con umiltà i propri peccati e quindi di chiedere perdono agli altri, come ha espresso nell’ultima omelia dei Vespri alla Basilica di San Paolo. Prima di un andare verso l’altro, l’ecumenismo è un andare verso Cristo, è convertirsi, andare «verso i sentimenti del Suo cuore», conformarsi ai Suoi sentimenti, affinché tutta «la nostra esistenza sia coerente con il Vangelo che annunciamo». L’ecumenismo che ci chiama in causa per primi è il cammino di una ricerca condivisa della volontà di Cristo, un processo di guarigione e di riconciliazione ed implica una riforma interna svincolata da ogni autosufficienza e autodifesa preconcetta. È perciò andando avanti su questa strada che si può riscoprire l’unità: «L’unità non verrà come un miracolo alla fine, viene nel cammino, la fa lo Spirito Santo nel cammino, camminare insieme è già fare l’unità», ha detto Francesco nell’omelia dei Vespri a chiusura della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Ai cattolici e a tutti i cristiani è perciò richiesto di «pregare insieme così da chiedere di poter essere tutti rivestisti dei sentimenti di Cristo, per poter camminare verso l’unità da Lui voluta». E di tale ecumenismo della conversione e dell’Amore Papa Francesco dimostra oggi di essere un credibile protagonista.