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Aggiornato: 14 settimane 4 giorni fa

Venezuela, l'assalto delle donne al cibo

Gio, 07/07/2016 - 20:32

«Gloria al coraggioso popolo venezuelano che ha spezzato il giogo...». La scelta di prendersi per mano è stata spontanea. Appena hanno intonato la prima strofa dell’inno nazionale, le braccia – centinaia e centinaia – si sono cercate quasi d’istinto. Il primo passo è stato incerto. La marcia, però, non s’è arrestata. Un piede dopo l’altro, sono andate avanti finché, avvolte nelle bluse candide, non hanno cominciato a muoversi al ritmo della musica. Decise, inarrestabili. Strette l’una all’altra, oltre cinquecento donne di Ureña e dintorni hanno sfidato la guardia nazionale bolivariana sul ponte Francisco de Paula Santander, lungo il confine tra Venezuela  e Colombia. Madri, impiegate, studentesse, casalinghe non hanno ceduto “all’alt” scandito dai militari, alle grida, alle spinte. «Vogliamo andare dall’altra parte della frontiera, a Cúcuta, per comprare da mangiare. Qua non è rimasto niente. I nostri figli hanno fame», hanno ripetuto, senza arretrare. E, alla fine, l’hanno spuntata.

La coreografia improvvisata, catturata da qualche cellulare, ha conquistato i Social Network. Trasformando un gesto di esasperazione, nell’emblema della resistenza creativa alle avversità del popolo venezuelano. Una forza che – come molto spesso accade in America Latina – ha volto di donna. Non è un caso che a Ureña, nello Stato del Tachira, siano state queste ultime a organizzare la “protesta per la spesa”, come è stata ribattezzata sul Web. Il lamento incessante dei figli, di cui in genere si prendono cura in prima persona, le ha spinte ad agire. Lunedì – ha raccontato da padre Ésteban Gálvez – l’idea di qualcuna è passata di bocca in bocca, diffondendosi a macchia d’olio. Per l’indomani, 5 luglio, anniversario dell’indipendenza, tutte le donne della zona erano convocate per attraversare insieme la frontiera. Alle partecipanti è stato chiesto di indossare una maglia bianca, simbolo del carattere pacifico dell’iniziativa. Non si è trattato di una protesta in senso stretto né di un atto politico. Bensì di un «gesto di buon senso», hanno spiegato.

Il drastico calo del prezzo del petrolio ha provocato una feroce crisi in Venezuela, la cui economia è legata a doppio filo all’andamento dell’oro nero. Lo Stato, senza fondi, non riesce a importare nemmeno i beni di prima necessità. Data l’insufficiente produzione interna, la penuria di alimenti, prodotti per l’igiene personale, farmaci, s’è fatta allarmante. Secondo organizzazioni indipendenti, nei negozi venezuelani manca l’80 per cento dei beni necessari. In quelli colombiani, però, no. Per raggiungerli, però, dal Venezuela è necessario superare il dispiegamento militare che, dal 19 agosto, scorso chiude la frontiera. È stato lo stesso presidente Nicolás Maduro ad ordinarlo, dopo l’agguato di un gruppo paramilitari contro alcuni soldati bolivariani. In realtà, la misura cercava di mettere fine al fiorente contrabbando tra i due Paesi: migliaia di venezuelani si rifornivano oltre-frontiera di prodotti che poi rivendevano al mercato nero in patria. Stavolta, però si trattava di sussistenza. «Questi sacchetti sono solo per la mia famiglia», urlava una donna, agitando le sporte rosse, fucsia, bianca, al ritorno a Ureña, dopo la spesa nel centro di Cúcuta. Anche il rientro in Venezuela, le 500 coraggiose l’hanno fatto insieme. C’era il rischio che la guarda nazionale sequestrasse la spesa. E, in effetti, i militari ci hanno provato. Poi, un gruppo si è inginocchiato e ha iniziato a pregare. A quel punto, i soldati si sono fatti da parte, lasciando passare, di nuovo, le cinquecento eroine in bianco.

Trattati Ttip al palo, per Ue sconfitta salutare

Gio, 07/07/2016 - 20:32
Due notizie delle ultime ore, apparentemente per addetti ai lavori, segnano probabilmente la fine di un altro capitolo della politica dell’Unione Europea, quello incentrato su un certo modello di accordi commerciali con grandi partner transatlantici. La prima notizia è che il Ceta, il trattato transatlantico sul commercio concluso con il Canada, è stato giudicato dalla Commissione un «trattato misto», ovvero materia che richiede per l’approvazione della Ue il pronunciamento a favore del Parlamento di ciascuno degli Stati membri (sapendo già che ne esistono alcuni a maggioranza contrari, e ciò mette in seria discussione il trattato). La seconda notizia è l’ammissione, per bocca del viceministro francese Frekl, che è praticamente impossibile che il negoziato sul Ttip (il trattato transatlantico sul commercio in discussione con gli Stati Uniti, avversato da molte forze sociali) arrivi in porto nei tempi stabiliti. Questa "sconfitta" è maturata anche per la distanza su alcuni capitoli cruciali tra sensibilità e regole della Ue e approccio americano. E non è necessariamente una cattiva notizia, anzi. Segna, infatti, un ripensamento delle stesse classi dirigenti Ue che finalmente, dopo la Brexit, sembrano essersi accorte della scollatura con tanta parte dell’opinione pubblica degli Stati membri.

I fatti sono evidenti. La globalizzazione ha profondamente squilibrato i rapporti tra grandi gruppi industriali e finanziari, istituzioni politiche e cittadini. Le istituzioni politiche invece di "mettere una zeppa" a un tavolino a tre gambe che traballa per via della gamba più corta, quella della cittadinanza, si sono "compiaciute" del consenso delle lobby e hanno scelto politiche e strategie che sono andate ad aumentare lo squilibrio, producendo diseguaglianze e malcontento sociale. Hanno messo tra parentesi, però, un particolare di non poco conto: le lobby non votano, o hanno pochi voti, mentre la grande maggioranza dei ceti medi e bassi dei Paesi europei al momento del voto può esprimere tutto il proprio dissenso per questo tipo di scelte politiche.

La vicenda del Ttip, da questo punto di vista, è esemplare. Nei migliori degli scenari realizzati dagli studi d’impatto esso prevede una crescita del Pil europeo dello 0,5% entro il 2027. Chi fa ricerca sa quali e quante sono le assunzioni "eroiche" su cui si reggono tali studi (e il loro tendenziale eccesso di ottimismo) e, dunque, è in grado di capire perfettamente che una previsione di questo tipo è meno attendibile del responso della Sibilla Cumana. Vendere questo micro-beneficio potenziale come motivo chiave per essere favorevoli all’approvazione del trattato è un insulto all’intelligenza di chi dovrebbe convincere e di chi dovrebbe essere convinto. Non dimenticando che le stesse analisi di previsione degli effetti indicano una forte riallocazione dei flussi commerciali a favore degli Stati Uniti e cospicue perdite di lavoro in Europa nel breve periodo, solo in Italia si stimano ad esempio circa 300mila addetti del settore agricolo.

A fianco di questi incerti e contraddittori "benefici" economici esistono pesanti incognite. In primo luogo, il Ttip propone che la soluzione delle controversie tra imprese e Stati venga affidata al cosiddetto Isds, ovvero a un arbitrato privato così come accade nei Paesi poveri o emergenti dove le aziende temono di non poter vedere riconosciute le più elementari regole del diritto. Pensare che si dovesse fare lo stesso con Paesi dalla grande tradizione giuridica come quelli europei è una vera e propria umiliazione. Gli arbitrati internazionali si sono contraddistinti nel recente passato per essere "luoghi" dove grandi multinazionali hanno chiesto (e spesso ottenuto) risarcimenti miliardari contro Stati che (come nel caso dell’Uruguay) si sono permessi di fare pubblicità antifumo o (come nel caso dell’Egitto) di alzare il salario minimo "pregiudicando" gli scenari di profitto atteso dalle stesse multinazionali. Ancora maggiori sono state le preoccupazioni, suscitate dal timore di un accordo al ribasso verso il modello di regole oggi in vigore negli Stati Uniti, per le possibili conseguenze del Ttip sul fronte della salute, dell’ambiente e della tutela del lavoro.

Sulla salute, la prospettiva poteva essere quella di passare dal 'principio di precauzione' alla possibilità di intervenire solo in caso di conclamati danni alla salute dimostrati scientificamente (una differenza che, oggi, a svantaggio degli Usa produce effetti tangibili in termini di numeri di vittime di sofisticazioni alimentari sulle due sponde dell’oceano). Sul lavoro, si profilava lo scivolamento verso standard americani, che non tengono conto di fondamentali convenzioni Oil in materia di diritti del lavoro e non contemplano il diritto di associazione sindacale. Se dunque il Ttip faceva tendenzialmente fatica a passare l’«esame del Pil», quanto appena illustrato basta per rendersi conto di come sarebbe stato sonoramente bocciato all’«esame del Bes» (il benessere equo e sostenibile), vero indicatore della qualità e soddisfazione di vita dei cittadini.
 
Il sospetto è che il Ttip avrebbe finito per essere l’ennesimo anello di una globalizzazione sbilanciata verso i grandi gruppi, dove piccole e medie imprese e cittadini finiscono troppo spesso dalla parte dei perdenti. È un sospetto mai fugato e che è stato persino ingigantito dalla procedura 'quasi segreta' seguita nelle trattative. Solo dopo una tenace insistenza della società civile è stato possibile per i membri dei Parlamenti nazionali accedere (e soltanto per un tempo molto limitato!) in speciali stanze dove, sotto sorveglianza, gli stessi hanno potuto leggere alcune delle 800 pagine relative ai negoziati senza poter prendere appunti o fotografare il testo. Un fatto simbolico che parla da sé di una 'democrazia sotto sequestro'.
 
Nessuno (o quasi) degli oppositori al Ttip è anacronisticamente contrario per principio agli scambi commerciali, che sono fondamentali per il funzionamento dell’economia e per la fratellanza dei popoli. Più semplicemente, come hanno avuto modo di affermare i nobel Stiglitz e Krugman, il commercio è già abbastanza libero e il vero problema da affrontare è quello di invertire la crescita delle diseguaglianze e la corsa al ribasso sulla dignità della persona e del lavoro. E proprio in questa materia il Ttip poteva segnare un ulteriore passo indietro, con conseguenze che non sarebbero state certo favorevoli ai popoli interessanti e alla sopravvivenza in carica di chi li governa. Sembra – sembra! – che questo sia stato compreso.

Buttare via il cibo? Costa 13 miliardi

Gio, 07/07/2016 - 20:32

Cultura del riuso in famiglia e leggi debbono andare di pari passo per invertire la rotta. E ridurre il più possibile quella montagna di cibo – il valore stimato è 8,4 miliardi di euro – che ogni anno dalla dispensa o dai fornelli degli italiani finisce nel secchio, spesso senza passare nemmeno per la tavola. Da un lato, il Parlamento sembra intenzionato a «portare ad approvazione definitiva entro l’anno», conferma il sottosegretario al ministero dell’Ambiente  Barbara Degani, il ddl sullo spreco alimentare licenziato alla Camera a marzo scorso. Il testo ha l’obiettivo di ridurre gli sprechi alimentari e farmaceutici in qualsiasi fase della produzione, distribuzione e utilizzo, favorendone il recupero e la donazione delle eccedenze.

Calendarizzato in aula a Palazzo Madama per il 14 luglio, molto probabilmente non finirà però all’esame dell’assemblea prima della pausa estiva, anche se «c’è una forte spinta, trasversale nei partiti – continua – per votarla nel minor tempo possibile», senza modifiche rispetto a Montecitorio. Tuttavia è tra le mura domestiche che bisogna fare il lavoro più impegnativo. L’oscar degli spreconi in Italia, infatti, va proprio ai consumatori finali. Il cibo buttato ogni anno difatti è pari all’1% del nostro Pil, cioè circa 13 miliardi di euro, e la metà dello spreco complessivo avviene appunto in casa. Ma questa non è necessariamente una cattiva notizia, perché il rovescio della medaglia, quindi, è che per voltare pagina bisogna puntare sul singolo cittadino. Piccolo o grande che sia.

Parte da qui la sesta campagna europea  Spreco zero 2016  lanciata da Last minute market e ministero dell’Ambiente, per coinvolgere ancora di più le scuole e attraverso il progetto Reduce, le famiglie con la quantificazione su campione rappresentativo del cibo che finisce in pattumiera. Attraverso 'i diari di famiglia' e l’analisi del waste sorting, ovvero l’effettiva quantità gettata nell’immondizia, si arriverà così ad un calcolo reale (non solo percepito, che porta ad uno scarto nei risultati tra il 20 e il 40%) dello spreco alimentare. Ridurre gli scarti «è un dovere morale, economico e ambientale». E «se molto si è cambiato lungo la filiera di produzione per non sprecare, tanto resta da fare a livello domestico», dove la «maleducazione alimentare» e «la perdita del valore del cibo», ricorda il fondatore di Last minute market Andrea Segré, portano a gettare alimenti ancora buoni, in Ue quasi 47 milioni di tonnellate.

Non a caso la richiesta «pionieristica » è sempre quella di «indire l’anno europeo sullo spreco alimentare » e avviare una «vera educazione alimentare nei programmi scolastici». La parola d’ordine così, conclude Segré, «dovrà essere prevenzione, perché anche lo smaltimento dei rifiuti alimentari ha un costo», che si unisce a quello utilizzato per produrre quel cibo. Ma la campagna di sensibilizzazione ed educazione alla corretta gestione degli avanzi porta con sè anche la terza edizione del premio Vivere a zero spreco, il riconoscimento per la sostenibilità rivolto a Comuni, aziende e scuole. Nella categoria testinomial, a novembre a Padova, verranno premiati il giornalista Paolo Rumiz e lo chef Moreno Cedroni. E infine si scenderà in piazza, celebrando il 16 ottobre il World food day 2016e l’8 e il 15 dello stesso mese, a Milano e Bologna, con l’appuntamento In the name of Africa, un evento di pixel art urbano formato da 10mila piatti vuoti per denunciare il dramma della fame e sostenere Africa Hand Project in Mozambico. Anche i cittadini potranno partecipare, condividendo le buone pratiche, con il contest #sprecozero in 140 caratteri e con i tweet #sprecozero #contest inviati fra il 15 settembre e il 15 ottobre.

Vittime di Dacca, le autopsie confermano torture

Gio, 07/07/2016 - 20:32
Ferite causate da proiettili e ordigni esplosivi, ma anche mutilazioni e altri colpi inferti per far soffrire gli ostaggi senza ucciderli subito. Segni inequivocabili di tortura. Emergono particolari strazianti sulla morte dei nove italiani coinvolti nell'attentato di Dacca in Bangladesh. Le autopsie sulle salme effettuate oggi al policlinico Agostino Gemelli di Roma hanno messo in luce una vera mattanza durante la quale i terroristi hanno infierito sulle vittime per straziare senza senza dare il colpo di grazia.   Secondo quanto si apprende in ambienti investigativi il modo atroce in cui sono stati uccisi gli ostaggi rappresenterebbe una anomalia negli attentati jihadisti nei quali, solitamente gli omicidi sono più rapidi. E un'altra circostanza apparentemente insolita è legata al fatto che nessuno degli attentatori, che hanno usato diverse armi dai macete ai kalashnikov, si sarebbe fatto esplodere.   Intanto stasera il pm Francesco Scavo, che indaga per la procura di Roma sulla vicenda, ha firmato il nulla osta per il rilascio delle salme ai famigliari che potranno organizzare i funerali dei defunti. Le esequie saranno in forma privata nei rispettivi luoghi di origine.   I carabinieri del Ros che indagano sulla strage hanno sentito anche Gian Galeazzo Boschetti. L'uomo scampato alla carneficina, nella quale è stata uccisa tra gli altri sua moglie Claudia D'Antona. Boschetti ha ripercorso quanto accaduto la sera dell'attentato al quale l'imprenditore è uscito indenne solo grazie a una telefonata ricevuta pochi istanti prima dell'irruzione dei terroristi nel locale della strage. Boschetti, uscito nel giardino del ristorante per parlare al telefono, quando ha visto gli uomini armati si è nascosto dietro una siepe dove è rimasto per ore prima di scappare.   Nel frattempo l'Isis avverte in un video in cui si vede un combattente identificato come il bengalese Abu Issa al-Bengali. "Quel che avete visto in Bangladesh è un assaggio. Ciò si ripeterà, ripeterà e ripeterà, sino a quando voi avrete perso e noi avremo vinto, e la sharia sarà applicata in tutto il mondo". E mentre l'Italia piange i suoi morti domani il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, riferirà domattina in Senato sul macabro attentato di Dacca.

Emmanuel, ultrà fermato per omicidio Alfano: «Aggravante razzismo»

Gio, 07/07/2016 - 20:32

È stato fermato per omicidio Amedeo Mancini, l'aggressore di Emmanuel Chidi Namdi, il nigeriano pestato a morte il 5 luglio a Fermo. L'uomo fino ad oggi era indagato a piede libero. Per lui l'accusa è di "omicidio preterintenzionale con l'aggravante della finalità razziale". Lo ha detto il ministro dell'Interno Angelino Alfano oggi a Fermo.

Emmanuel, 36 anni, aveva reagito a epiteti razzisti rivolti alla sua compagna. L'uomo, un richiedente asilo fuggito con la fidanzata 24enne dall'orrore di Boko Haram (in una drammatica traversata in cui la donna ha anche perso un bimbo) e ospitato da settembre scorso dal seminario vescovile della cittadina marchigiana, martedì sera stava passeggiando con la fidanzata in via XX settembre quando un fermano ha iniziato a provocare la coppia, chiamando "scimmia" lei e insultando pesantemente anche lui.

Emmanuel ha reagito alle provocazioni, e l'italiano, 40enne noto ultrà della squadra locale, ha sradicato un palo segnaletico per usarlo a mo' di spranga, e ha colpito il nigeriano riducendolo in fin di vita. Dopo un giorno di agonia, attaccato al respiratore, ieri sera Emmanuel è morto.

IL SINDACO: NON C'È SPAZIO PER RAZZISMO. "Da sindaco di una città accogliente e aperta da sempre all'integrazione, mi sembra di precipitare in un incubo con quanto accaduto", ha commentato il sindaco di Fermo Paolo Calcinaro. "È d'obbligo, ma non per questo taciuta, la ferma condanna non solo per quanto accaduto ma per quanto emerge dall'episodio, ovvero lo strisciante razzismo che non può e non deve trovare spazio nel modo più assoluto nella nostra città. La mia vicinanza va anche a don Vinicio Albanesi e a chi opera nelle strutture di accoglienza, per il loro lavoro quotidiano, perchè il germe del razzismo non può in alcun modo proliferare in questa comunità".

SECONDO NOI Sono responsabili anche i maestri del coro xenofobo

IL VIAGGIO DELLA COPPIA VERSO L'ITALIA. Emmanuel e la sua compagna Chinyery, di 24 anni, erano arrivato al seminario vescovile di Fermo, che accoglie profughi e migranti, lo scorso settembre. I due se ne erano andati dalla Nigeria dopo l'assalto di Boko Haram ad una delle chiese cristiane del posto: nell'esplosione erano morti i genitori dell'uomo e una figlioletta. Passando dalla Libia, erano sbarcati a Palermo. Un viaggio difficile ancora una volta costellato di lutti: in Libia erano stati aggrediti e picchiati da malviventi del posto e lei aveva subito un aborto durante la traversata. All'episodio di martedì hanno assistito la 24enne, che è stata anche malmenata e ha riportato escoriazioni alle braccia e a una gamba guaribile in sette giorni, e un altro uomo che era con l'ultrà fermano ed è entrato nella vicenda finora come testimone. La giovane studia medicina e chi la segue in Italia ha promesso che farà di tutto per farla diventare medico. Lei ed Emmanuel, in attesa di documenti, avevano di recente celebrato il rito della benedizione degli anelli.



DON ALBANESI: LEGAME CON ATTACCHI A CHIESE. Tra l'aggressione al nigeriano di 36 anni e gli ordigni trovati nei mesi scorsi davanti a parrocchie attive al fianco di immigrati "credo che qualche collegamento diretto o indiretto ci sia". È quanto afferma don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco. "È un'aggressione razzista e sta crescendo un clima di aggressività e di razzismo", sottolinea. "Una provocazione gratuita, a freddo" ha ricostruito ieri in conferenza stampa don Albanesi. "Ci costituiremo parte civile, nella veste di realtà a cui i due ragazzi sono stati affidati". Ieri sera si è tenuta una veglia di preghiera. Don Albanesi avverte: "Non accettiamo vendette".

INTERVISTA Don Albanesi: «Stessa mano delle bombe alle chiese»

 

I MESSAGGI DI RENZI E LORENZIN. Ieri sera è arrivata a don Albanesi la telefonata del premier Matteo Renzi, che lo aveva conosciuto quando faceva parte degli scout. Stamani Renzi scrive su Twitter: "Il governo oggi a Fermo con don Vinicio e le istituzioni locali in memoria di Emmanuel. Contro l'odio, il razzismo e la violenza". Anche il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, affida i suoi pensieri a un tweet: "#Emmanuel, ucciso dall'odio razzista, dona gli organi ai fratelli di ogni colore. Non ci sono se, ma e però che giustifichino tale violenza". Riguardo alla donazione degli organi in verità la buona intenzione non ha potuto andare a buon fine perché nessun familiare ha potuto dare l'autorizzazione: la famiglia di Emmanuel è stata decimata in Nigeria e la sua compagna, Chynery, non poteva farlo perché non aveva potuto sposarlo legalmente in quanto senza documenti quando sono arrivati in Italia.

IL DISCORSO DI ALFANO. Stamani il ministro dell'Interno Angelino Alfano si è recato a Fermo, dove ha presieduto in Prefettura il comitato provinciale per l'Ordine e la Sicurezza pubblica. "Il gesto di convocare il Comitato provinciale ordine e sicurezza a Fermo - ha detto Alfano - ha il senso di una comunità nazionale che si unisce per la cosa più importante: sostenere ancora la libertà, la vita e l'antirazzismo". "Siamo qui per scongiurare un fenomeno di contagio a livello nazionale, per dire che gli italiani sono un grande popolo che si sta dimostrando campione del mondo dell'accoglienza. Ci sono troppe tentazioni in molti ambiti di seminare odio nei confronti degli immigrati che arrivano per cercare un rifugio. Diciamo oggi che il confine dei nostri valori ha un passaggio invalicabile che è l'antirazzismo e il contrasto a ogni violenza che possa essere alimentata dall'odio razziale", ha detto il ministro.

ALLA DONNA STATUS DI RIFUGIATA. "La commissione competente ha concesso alla compagna del migrante ucciso a Fermo lo status di rifugiata" ha detto il ministro dopo il comitato per l'ordine e la sicurezza in Prefettura. Alfano ha ricordato che la donna aveva sostenuto l'esame per il riconoscimento dello status lo scorso maggio.

PEREGO (MIGRANTES): EMMANUEL È VIVO. “Hanno ammazzato Emmanuel, Emmanuel è vivo”, scrive monsignor Perego, presidente della Fondazione Migrantes. "Alla notizia del brutale gesto, trasformato in omicidio di Emmanuel, giovane sposo nigeriano, richiedente asilo, cristiano, da parte di un coetaneo italiano, nelle strade di Fermo ho ripensato e parafrasato le parole di una famosa canzone di Francesco De Gregori. Le parole condannano un omicidio, frutto certamente di un clima intollerante, purtroppo diffuso non solo nelle Marche, ma anche in altre regioni d’Italia e d’Europa, che sta trasformando le discriminazioni e le conflittualità addirittura in atti di morte. Una morte assurda, ma preparata da questo clima sociale e politico che si nasconde dietro la mano omicida. Al tempo stesso, 'Emmanuel è vivo', nella sua famiglia, in sua moglie e nella sua figlia morta in grembo, negli altri giovani richiedenti asilo accolti nel seminario vescovile di Fermo, nei tanti giovani che sono arrivati o stanno arrivando in Italia e in fuga soprattutto dall’Africa violentata e offesa da terrorismo, guerre, sfruttamento. Tocca a noi ora responsabilmente aiutare a guardare a questi volti e a queste storie con occhi diversi, con parole diverse, con una cura diversa".

ACNUR: DOLORE E SGOMENTO. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur) esprime profondo dolore e sgomento ed esprime "la propria sentita vicinanza e solidarietà alla moglie". "Quello che è successo è sconvolgente e scuote dal profondo il principio stesso di protezione internazionale che, al di là degli obblighi internazionali degli stati, dovrebbe essere radicato nelle coscienze di tutti noi come espressione di umanità ed empatia" ha commentato Stephane Jaquemet, delegato Acnur per il Sud Europa. "Trovare la morte in Italia, dopo aver subito violenze e abusi in Libia ed essere sopravvissuti al traversamento del Mediterraneo è gravissimo ed insopportabile", aggiunge.

MATTARELLA: ADDOLORATO. E LA POLITICA SI INTERROGA
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, "addolorato dal gravissimo episodio di intolleranza razziale" che è costato la vita al rifugiato nigeriano, Ha chiesto al Prefetto di Fermo di esprimere alla
compagna, signora Chinyery, la sua piena solidarietà e di prestarle ogni necessaria forma di assistenza.

Anche la politica si interroga sul grave episodio. Lo sdegno è unanime: "È un episodio terribile che ci dà la misura di come non si è mai vaccinati, in nessun paese, da qualcosa che pensavamo di non vedere mai più", ha detto il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, commentando l'omicidio del giovane migrante nigeriano a Fermo.  "Pensavamo che in Italia non potesse succedere qualcosa di così orribile come uccidere di botte qualcuno che difendeva la sua sposa. Ma non dobbiamo pensare che questo orrore che abbiamo visto sia finito, dobbiamo sempre rimanere vigili".

Usa, due neri uccisi da poliziotti in due giorni

Gio, 07/07/2016 - 20:32
​Due afroamericani sono stati uccisi nel giro di poche ore da poliziotti bianchi in Usa; e i due episodi - l'uno accaduto a Baton Rouge, in Louisiana, l'altro in Minnesota - riaprono la ferita razziale negli Stati Uniti. Per la seconda notte consecutiva centinaia di persone, tra i quali amici e parenti, si sono riuniti nel luogo dive Alton Sterling è stato ucciso martedì; ma nelle stesse ore si è saputo dell'altro episodio in Louisiana.

"Questo è un linciaggio legale. La giustizia deve prevalere", ha detto sul suo account Twitter il reverendo Jesse Jackson, icona del movimento per i diritti civili degli afroamericani tra gli anni '50 e '60 del secolo scorso. Jackson echeggiava le proteste, la rabbia e l'indignazione seguite alla morte di Alton Sterling, un uomo nero di 37 anni, padre di quattro bambini e che ha avuto un alterco con due poliziotti bianchi. Sull'accaduto indagheranno il Dipartimento di Giustizia e l'Fbi.

Ma intanto si sono registrate proteste anche a Falcon Heights (Minnesota) dopo la morte di un altro nero, un giovane, Philando Castile, ucciso anche lui da un poliziotto. A scatenare le proteste un video della fidanzata di Castile, Diamond Reynolds, fatto circolare sui social network e che Avvenire ha deciso di non rilanciare per la sua estrema crudezza: si vede la ragazza seduta al posto accanto al pilota, in un'auto vicino al suo fidanzato, ancora vivo e al posto di guida, ma con una camicia bianca macchiata di sangue.

Nel video, Reynolds spiega che Castile, 32 anni, stava cercando il suo portafoglio per mostrare un documento all'agente e che lo aveva avvisato di avere un'arma da fuoco, ma regolarmente denunciata; dopodichè la polizia gli chiede di portare le mani alla testa. A quel punto, secondo la versione della fidanzata del morto, il poliziotto gli ha sparato "quattro o cinque volte".
 
Le immagini mostrano le mani di un agente, visibilmente nervoso, che punta una pistola a Castile, rimasto in silenzio all'interno del veicolo, con la cintura di sicurezza allacciata e il busto all'indietro.)
dove Seconda notte di proteste