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Aggiornato: 1 settimana 1 giorno fa

Daspo, in Senato gli ultras per cambiare

Gio, 07/04/2016 - 23:05
Chissà chi ha provveduto, all’ultimo momento, a infilargli la giacca e cravatta che il protocollo del Senato impone e che al suo arrivo davanti a Palazzo Madama ancora non indossava. Ma alla fine c’era anche Claudio Galimberti detto Bocia, capo degli ultras dell’Atalanta, a prendere parte a una conferenza stampa fuori dal consueto.

Ultras, politici e avvocati a invocare – insieme – una revisione della normativa del Daspo che sanziona i comportamenti violenti o antisportivi con l’inibizione temporanea dalle manifestazioni sportive. Obiettivo dichiarato di tutti riportare la gente allo stadio, superando l’attuale minimo storico che vede l’Italia precipitare all’ultimo posto in Europa per percentuali di posti riempiti in serie A (54 per cento, con dati ancor più bassi nelle serie minori). Un flop sancito dall’ultimo derby della Capitale, con le curve desolatamente vuote per la protesta dei tifosi.

Ed ecco il primo miracolo, seduti fianco a fianco nella sala Caduti di Nassirya del Senato ci sono “Bocia” e il capo degli ultras del Brescia Diego Piccinelli superando una storica rivalità che innescò 100 metri di memorabile ricorsa del sanguigno Carletto Mazzone fin sotto la curva atalantina che lo dileggiava al tempo in cui sedeva sulla panchina delle rondinelle bresciane. Con loro ci sono altri due rappresentanti del tifo organizzato, Frank Pennisi, dell’Avellino che mostra maggiore dimestichezza con l’abbigliamento di ordinanza (“di professione faccio l’agente immobiliare, sono abituato”, spiega) e Giacomo Fantoni della curva della Sampdoria.

Ma il fronte è ampio, include i supporters di 25 club di calcio, comprese molte grandi, come Napoli, Milan, Lazio, Palermo e Bologna, oltre al San Donà per il rugby e alla Fortitudo Bologna per il basket. Tutti a chiedere di poter fare i tifosi, "che lo sappiamo fare bene, ma ci viene impedito, e a pagare è lo spettacolo", sostengono. Un altro piccolo miracolo, anche questo, nella disponibilità di un fronte così ampio del movimento ultras a dialogare con le istituzioni, come mai accaduto prima.

Il terzo lo regala il colpo d’occhio della sala che vede insieme, seduti, a sponsorizzare la proposta, esponenti politici che a stento si parlerebbero. C’è l’ex capogruppo di M5S Vito Crimi per l’occasione si mostra molto meno riottoso del tempo in cui accettò il dialogo con l’allora segretario del Pd Pierluigi Bersani imponendogli la “gogna” dello streaming. Ma c’è anche Gian Marco Centinaio, capogruppo della Lega Nord, per Sel c’è Loredana De Petris e l’ex deputato Paolo Cento, nelle vesti di tifoso e opinionista della Roma. Per Fratelli d’Italia c’è l’eurodeputato Carlo Fidanza. Più defilato c’è anche Mario Tullo, del Pd.

La proposta, in effetti, è minimale. A spiegarla gli avvocati Giovanni Adami e Lorenzo Contucci. Consiste in due modifiche che andrebbero apportate agli articoli 8 e 9 della legge Amato del 2007. Si chiede di evitare per chi incorra nel Daspo per decisione del questore, in caso di condanna, che veda sommarsi ad esso il periodo di divieto di ingresso allo stadio deciso dal magistrato. Il tutto sulla scorta di un recente pronunciamento dalla Corte di Cassazione che con una sentenza recente (la 17712 del 2013) ha imposto il principio del “ne bis in idem”. Ma si chiede anche di cambiare la norma che vieta le trasferte per tre anni dopo la conclusione del Daspo, quasi un prolumgamento del Daspo stesso, che gli avvocati definiscono “incomprensibile”.

Piccola modifiche, per riaprire un dialogo con le istituzioni e salvare il giocattolo del calcio malato in Italia, con sempre meno spettatori, meno abbonati anche alla pay tv e risultati sportivi sempre meno soddisfacenti a sancire la crisi che attraversa tutto il movimento. Nel mirino c’è la tessera del tifoso, con gli aggravi burocratici e le incongruenze che contiene. Fra queste l’esclusione dall’obbligo per i ragazzi fino a 14 anni, accordata ma che fatica a diventare operativa, e la disciplina territoriale che proprio non funziona. Il senatore Centinaio esibisce la sua tessera del tifoso di sostenitore del Parma che però – essendo residente a Pavia – non gli consente di entrare nelle curve ospiti in trasferta – lamenta il capogruppo leghista - anomalia che chi frequenta gli stadi conosce molto bene.

Uno dei tanti inghippi burocratici che la tessera del tifoso ha introdotto, anche se non si può dimenticare da quali tragici fatti di cronaca sia scaturita quella normativa restrittiva che poi non ha dato buona prova di sé. Nel mondo politico c’è però anche chi mostra forti perplessità per l’anomalo incontro del Senato. Nel mirino finisce proprio la presenza del più noto fra gli esponenti ultrà presenti, Claudio Galimberti, detto Bocia. Noto, purtroppo anche alle cronache giudiziarie.

“Il Senato - lamenta il Responsabile Sport del Pd Luca Di Bartolomei, figlio del compianto capitano della Roma Agostino Di Bartolomei - ha ospitato una conferenza stampa sul Daspo cui ha partecipato, tra gli altri, una persona che a quanto leggo dai giornali risulta sottoposta a sorveglianza speciale”. Misura cautelare ancora in vigore a seguito di una precedente condanna per atti violenti e ingiurie. Per cui Di Bartolomei esprime solidarietà e vicinanza a Giovanni De Biase, dirigente della Digos da lui minacciato, e al Pm Laura Cocucci che aveva chiesto una condanna a tre anni di sorveglianza, poi ridotti dal giudice a 18 mesi. Il dialogo fra ultras e istituzioni, come si vede, è ancora irto di ostacoli.

Panama papers: Cameron ammette in tv

Gio, 07/04/2016 - 23:05

Cresce col passare dei giorni il clamore legato al caso delle "Panama papers", le carte di Panama. Un elenco di centinaia di nomi, anche famosi, di tutto il mondo che avrebbero beni di varia natura nei paradisi fiscali. Pratica, questa, di solito legata la desiderio di occultare ricchezze al fisco della propria nazione.

Il caso Cameron. Dopo giorni di risposte imbarazzate sullo scandalo Panama Papers il premier britannico David Cameron alla fine ha ceduto. In un'intervista esclusiva al canale Itv news ha ammesso di possedere una quota della società offshore creata dal padre Ian (scomparso nel 2010), precisando tuttavia di averla venduta per "30.000 sterline" poco prima di diventare primo ministro. Una scelta strategica, quella del primo ministro britannico, probabilmente dettata dalla necessità di uscire al più presto dal pantano panamense che rischiava di sommergerlo alla vigilia del referendum sulla Brexit.

La "confessione" di 13 minuti arriva alla fine di una giornata in cui il terremoto innescato dalla fuga di notizie più grande della storia finanziaria e politica ha continuato a far tremare leader e vip di mezzo mondo.

"Sì possedevo delle azioni nella società di mio padre", sono le parole pronunciate da Cameron durante l'intervista "e le ho vendute nel 2010 proprio perché se fossi diventato primo ministro non volevo che qualcuno pensasse che avessi un'agenda segreta", scandisce il primo ministro insistendo di "non avere nulla da nascondere". In un chiaro tentativo di mettere fine alle pressione dei giornali e dell'opposizione, che dopo l'intervista ha cominciato a chiedere le sue dimissioni, Cameron snocciola numeri e date.

"Io e Samantha avevamo un conto in comune e possedevamo 5.000 azioni della Blairmore Investment Trust (la società del padre, ndr) che abbiamo venduto a gennaio 2010. Valevano circa 30.000 sterline". A proposito di quelle stesse quote, ha quindi dichiarato di aver "pagato tasse sui dividendi", ma non sui "capital gain", dato l'ammontare dei profitti ricavati. In ogni caso, ha assicurato, "sono stato soggetto in tutto e per tutto alla tassazione britannica, normalmente". Fin qui tutto chiaro.

Il problema è che Cameron nell'intervista si è rimangiato l'affermazione secondo cui né lui né la sua famiglia avrebbero mai beneficiato del fondo offshore paterno. E ha ammesso anche di aver incassato 300.000 sterline di eredità alla morte del padre - un facoltoso broker finanziario - aggiungendo di "non sapere" se parte di questo denaro fosse transitato in precedenza in paradisi fiscali. Il premier ha però ribadito l'impegno di rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi, impegno che l'opposizione laburista gli rimprovera d'aver finora disatteso. Una richiesta rinnovata anche dal Guardian oggi che pubblica "10 domande" a Cameron, mentre il Financial Times rivela come il premier sarebbe intervenuto in sede Ue in materia fiscale, favorendo "scappatoie" pro-elusione.

David Cameron pubblicherà le sue dichiarazioni dei redditi "al più presto possibile". Lo ha annunciato un portavoce di Downing Street, dopo che il premier britannico ha rivelato di aver avuto una quota della società offshore creata dal padre Ian (scomparso nel 2010) a Panama.
Cameron in passato aveva promesso la trasparenza sui suoi introiti ma non era poi passato ai fatti, nonostante le critiche dell'opposizione laburista.


In Italia. Tra i nomi italiani coinvolti risultano, secondo l'Espresso on line, anche Barbara D'Urso, Carlo Verdone, Luca Cordero di Montezemolo, lo stilista Valentino.

Il settimanale del Gruppo Editoriale L'Espresso, che possiede anche La Repubblica e numerosi quotidiani locali, ha annunciato sul sito la pubblicazione di questi nomi, insieme ad altri, nell'edizione in edicola venerdì 8 aprile. In un'inchiesta - spiega lo stesso settimanale -, saranno pubblicati i primi 100 nomi di italiani che compaiono nell'archivio ottenuto dall' International Consortium of Investigative Journalists (Icij).

In questa lista, quindi, spiega l'Espresso, compare anche Maria Carmela D'Urso, nome all'anagrafe della presentatrice tv, che, si afferma, "risulta come 'director' della società Melrose Street Ltd, registrata nel 2006 alle isole Seychelles".

Barbara d'Urso, "informata alcuni giorni fa dell'inchiesta condotta da L'Espresso, aveva diffidato formalmente a mezzo del proprio legale tale settimanale dal divulgare notizie che apparivano lacunose e gravemente lesive della sua immagine" E "in particolare, nella lettera inviata aveva chiarito a L'Espresso che la società in questione era stata aperta ai fini di un'operazione immobiliare che intendeva compiere all'estero; che tale operazione non si era poi concretizzata; che la società era conseguentemente sempre rimasta inattiva; e che la società era stata ufficialmente chiusa nel 2012". È quanto spiega il legale della presentatrice tv, Enrico Adriano Raffaelli, in una nota.

"Nella diffida si rilevava, pertanto - prosegue l'avvocato - che la funzione cui era destinata la società e la non attualità dei fatti in questione rendeva del tutto illegittima sotto ogni profilo la loro divulgazione da parte del L'Espresso, vieppiù in un contesto in cui la posizione della d'Urso sarebbe stata strumentalmente ed in modo suggestivo accostata a condotte totalmente diverse, attuali e molto gravi, se non persino illecite". Il settimanale ha invece qualificato "suggestivamente nel titolo come 'affari off-shore' quella che invece era, molto semplicemente, una società che non è stata mai operativa e che è stata chiusa da alcuni anni ufficialmente ed in piena trasparenza", sottolinea il legale, aggiungendo che Barbara D'Urso "deve riservarsi ogni azione nelle competenti sedi per tutelare la propria immagine e vedere riaffermata la verità dei fatti rispetto al gravissimo danno arrecatole da L'Espresso".

C'è poi anche Carlo Verdone tra gli italiani citati nell'archivio dello studio legale panamense Mossack Fonseca al centro delle rivelazioni 'Panama Papers', sempre secondo quanto scrive L'Espresso online. Secondo il settimanale il popolare attore e regista romano risulta titolare di una offshore registrata a Panama, la Athilith Real Estate. Interpellato attraverso il suo avvocato, Verdone si è detto "sorpreso di essere accostato a una società con sede a Panama", e che "non ha idea dei motivi per cui sia stata costituita". I legali di Verdono poi scrivono: "Naturalmente Carlo Verdone tutelerà la propria rispettabilità in tutte le sedi giudiziarie".

Lo stilista Valentino, insieme con il suo socio Giancarlo Giammetti, è invece associato a due sigle delle Isole Vergini britanniche, la Jarra Overseas e la Paramour finance, scrive ancora il settimanale. Dal canto suo Valentino ha però fatto sapere attraverso i suoi legali di essere residente a Londra da oltre 10 anni.

Luca Cordero di Montezemolo ha replicato in merito al suo coinvolgimento nel caso "Panama papers", intervendo al Consiglio di amministrazione di Unicredit: "In merito alla società panamense e al conto associati al mio nome, ho avuto modo di ricostruire, trattandosi di nove anni fa, periodo in cui ero fortemente impegnato, tra l'altro, in Confindustria, Fiat e Ferrari, che mi furono proposti dai miei consulenti finanziari di allora in vista di investimenti che non furono poi mai realizzati. Posso quindi confermare che non possiedo alcuna società off shore né alcun conto estero e, soprattutto, che non ho commesso alcun illecito".

"Panama papers", le reazioni nel mondo.

Panama. Il governo di Panama ha annunciato la creazione di una commissione di esperti per cercare di migliorare la trasparenza nel settore della finanza offshore del Paese: lo riporta la Bbc online. La decisione segue la pubblicazione di documenti interni dello studio di avvocati panamense Mossack Fonseca, utilizzato dai super-ricchi del pianeta per nascondere al fisco ingenti somme di denaro.

"Il governo panamense, attraverso il nostro ministero degli Esteri, creerà una commissione indipendente di esperti nazionali e internazionali", ha detto in un discorso tv il presidente Juan Carlos Varela, aggiungendo che Panama lavorerà con altri Paesi sulle informazioni contenute nelle rivelazioni. Gli esperti, ha spiegato Varela, esamineranno le pratiche del settore con l'obiettivo di proporre misure che possano rafforzare la trasparenza dei sistemi finanziario e legale".

Argentina. La procura argentina ha chiesto alla magistratura di aprire un'inchiesta sul presidente Mauricio Macri che non ha dichiarato la sua partecipazione alla gestione della Fleg Trading Ltd, una società offshore appartenente al padre.

Regno Unito. Nella polemica contro David Cameron il Financial Times, organo di riferimento della City, sostiene che il primo ministro conservatore britannico intervenne personalmente tre anni fa in sede Ue per limitare l'impatto di norme anti-riciclaggio e anti-elusione.

La vicenda risale al 2013 ed è testimoniata da una lettera (che il quotidiano inglese riferisce di aver potuto ora vedere) nella quale Cameron si rivolse all'allora presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, per invocare un alleggerimento della direttiva che mirava a sollevare il velo di riservatezza sui beneficiari di trust e fondi offshore. Alleggerimento destinato secondo il giornale a creare di fatto "possibili scappatoie", utilizzabili a parere di altri governi europei anche dagli evasori.

Il Financial Times nota che sebbene Cameron si sia sempre presentato come un campione della trasparenza sul fronte delle tasse, nella lettera a Von Rompuy chiese apertamente un trattamento di favore su una norma pensata a Bruxelles per contrastare il fenomeno del riciclaggio di denaro, argomentando che un certo tipo di trust era usato largamente in Gran Bretagna per questioni ereditarie e non andava penalizzato oltre misura.

"È importante - scriveva Cameron all'epoca - riconoscere una differenza fra aziende e trust. Ciò significa che una soluzione disegnata per colpire potenziali abusi relativi alle aziende, come i registri pubblici centrali, possa non essere appropriata a livello generale". Parole scottanti, se lette ora alla luce del sospetto che lo stesso Cameron abbia potuto magari ereditare quanto depositato nella società offshore creata a suo tempo dal padre Ian.

Francia. Una delle sedi parigine della Société Générale, una delle banche francesi coinvolte nell'inchiesta dei Panama papers, è stata presa di mira questa mattina da Attac, un'associazione francese no-global. I militanti hanno bloccato le porte d'accesso alla banca sulla rue Réaumur, nel cuore della capitale, e hanno lanciato un appello affinché vengano bloccate tutte le 103 agenzie di SocGen specializzate in investimenti finanziari presenti sul territorio della République. L'associazione chiede, tra l'altro, "il divieto alle banche impiantante in Francia di proseguire le loro attività nei paradisi fiscali". La Société générale è nella 'top 5' delle banche che hanno creato il più grande numero di società offshore attraverso lo studio panamense Mossack Fonseca. L'inchiesta dei Panama Papers ha rivelato che l'istituto transalpino ha fatto immatricolare 979 strutture ripartite in Paesi come Lussemburgo, Svizzera, Bahamas e Principato di Monaco.

Due milioni di euro e lingotti d'oro? "È tutto folklore". Così Jean-Marie Le Pen, ex presidente e fondatore del Front National, intervistato dal Corriere della Sera per il suo coinvolgimento nello scandalo dei Panama Papers per un presunto "tesoro" nascosto nei conti offshore. "Nego tutto in blocco", "non ho neanche una linea di difesa su questo cosiddetto scandalo di Panama. Non rispondo a insinuazioni, calunnie, pettegolezzi", dice. "Con i conti digitali si trasferiscono miliardi con un clic, ma i lingotti colpiscono di più l'immaginazione", sottolinea. "A proposito, ma non si era detto che la modernità era la libera circolazione delle persone, dei capitali?". Anche in Europa abbiamo "paradisi fiscali", prosegue, "Da Londra a Guernsey al Lussemburgo... Se ci sono dei paradisi fiscali è perché ci sono degli inferni fiscali. La Francia ne è uno, con il 46% di tasso di prelievo". "Comunque, finora la gente ha nascosto i soldi, adesso nasconderà anche se stessa. Dopo l'evasione avremo l'emigrazione fiscale".

E a proposito della condanna a pagare 30mila euro di multa per le affermazioni sulle camere a gas (le ha definite "un dettaglio della Storia", ndr), Le Pen dice che "la libertà di espressione in Francia è estremamente limitata". "La volontà persecutoria è evidente", prosegue. "Sono oggetto di cinque ingiunzioni fiscali. Sono venuti qui a perquisire il mio ufficio, hanno spaccato la cassaforte, mi hanno sequestrato il computer. Poi c'è la denuncia del Parlamento europeo, che vuole 360mila euro per il mio assistente che avrebbe lavorato tre settimane su 5 anni. È un mondo in decomposizione, che se la fa addosso mentre i barbari non sono alle porte, sono già entrati".

Profughi, Vienna: Brennero  chiuso se flussi incontrollati

Gio, 07/04/2016 - 23:05

Secondo le stime dell'Austria, il numero dei profughi che attraverso il Mediterraneo raggiungono l'Italia potrebbe raddoppiare dai 150mila dello scorso anno a 300mila. Lo ha detto la ministra dell'Interno austriaca Johanna Mikl-Leitner, in un'intervista all'agenzia austriaca Apa, in vista dell'incontro dell'8 aprile con il ministro dell'Interno italiano Angelino Alfano.

«Lungo questa rotta - ha aggiunto Mikl-Leitner - non arrivano siriani, in Europa, ma soprattutto nordafricani che non hanno diritto all'asilo», aggiungendo che «come accaduto coi Paesi della rotta balcanica, Slovenia, Croazia e Macedonia, vogliamo informare anche l'Italia delle misure che intraprenderemo, se vi sarà un flusso incontrollato di migranti dall'Italia all'Austria».

Il riferimento è alla possibile chiusura del valico del Brennero, al confine tra Austria e Italia e ai controlli che partiranno, stando a quanto riportato dalla Tiroler Tageszeitung  a «inizio giugno».
Il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz ha precisato però che «la chiusura del confine al Brennero da parte dell'Austria dipende dagli sviluppi legati ai flussi di migranti e non c'è una data fissata».

Sono previsti - aveva scritto il giornale tirolese - un centro di registrazione sulla strada statale e quattro corsie di controllo sull'autostrada. «Non sono felice che al Brennero ci saranno dei controlli, ma non abbiamo altra scelta», ha affermato il governatore del Land austriaco Tirolo, Günther Platter, alla Tiroler Tageszeitung.

«L'Italia deve comprendere che il lasciapassare dei migranti non risolve i problemi ma li aumenta» ha aggiunto il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz che a Bolzano ha incontrato i governatori Arno Kompatscher (Alto Adige), Ugo Rossi (Trentino) e Günther Platter (Tirolo). «È necessaria una messa in sicurezza dei confini esterni, la rotta del Mar mediterraneo deve essere chiusa così come quella balcanica e quindi è necessario un accordo con la Libia, sebbene esso non possa essere paragonabile a quello con la Turchia», ha affermato Kurz.

Il sottosegretario Bubbico: «Dichiarazioni Austria campate in aria»
«Mi sembrano discorsi singolari e campati in aria perché finon'ora i flussi sono in senso inverso, sono dall'Austria in Italia e non il contrario». Così il sottosegretario all'Interno, Filippo Bubbico, ha commentato l'intervista della Mikl-Leitner che minaccia la chiusura del Brennero se ci fossero flussi incontrollati di migranti dal Mediterraneo.
I migranti, spiega Bubbico, «arrivano in Italia e noi li stiamo accogliendo» come deciso con l'Unione europea «se poi l'Austria non vuole condividere le decisioni europee è un problema che riguarda l'Austria. Noi non dobbiamo rendere conto a nessuno» perché «adempiamo ai nostri doveri nei confronti delle convenzioni internazionali e delle decisioni dell'Unione europea».


Turchia: Erdogan avverte stop all'accordo se Ue dovesse  rimangiarsi le promesse 
Ankara vuole l'abolizione dei visti per i turchi da giugno. «Se l'Ue non manterrà le sue promesse, la Turchia potrà non attuare l'accordo» sui rifugiati, avviato lunedì con il rinvio di 202 migranti dalle isole greche. Lo ha affermato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Guidi sentita dai pm. «Sono persona offesa»

Gio, 07/04/2016 - 23:05
"Dal punto di vista giuridico ho appreso definitivamente di essere persona offesa". L'ex ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, dice poche parole al termine del colloquio con i pm di Potenza, che l'hanno sentita per circa tre ore al quarto piano del Palazzo di Giustizia del capoluogo lucano. E dopo aver risposto a tutte le domande dei magistrati, li ha ringraziati, quasi sollevata, per averle dato "la possibilità, in tempi così brevi, di chiarire questa vicenda così spiacevole per me".

"Il ministro Guidi ha fatto un errore. Non c'è niente di illecito ma ha fatto un errore e ne va preso atto. In Italia adesso chi sbaglia va a casa", ha ribadito il premier Matteo Renzi, mentre il ministro Delrio, tirato in ballo dalla "cricca" del compagno dell'ex ministra, taglia corto: "mai ricevuto pressioni o ricatti". Ma vuole sapere, e per questo presenterà un esposto alla procura.

Quella in cui è stata coinvolta, è una vicenda "spiacevole" per Federica Guidi, che utilizza un solo aggettivo per riassumere una storia che dallo scorso giovedì l'ha travolta. Che l'ha spinta alle dimissioni dalla guida del dicastero. Ma che soprattutto le ha fatto scoprire tutto quello che le è girato intorno - e che ha come fulcro l'ormai ex compagno Gianluca Gemelli - dalle intercettazioni degli investigatori. "Cricche", "combriccole" "furbetti", "quartierini romani" e intrecci politico-economici che hanno colpito non solo il suo ruolo di ministro, ma anche la sua sfera privata.

Guidi è arrivata poco prima di mezzogiorno a Potenza accompagnata dal suo staff composto da quattro persone, su una monovolume "Mercedes" con i vetri oscurati che si è infilata in un ingresso secondario del Tribunale per evitare l'assalto di giornalisti e di telecamere. E, cercando di rimanere il più lontana possibile da occhi indiscreti e da curiosi, è salita al quarto piano, dove ha sede la Procura. Vi è rimasta quasi tre ore, al netto di qualche brevissima pausa. Uscendo poi poco dopo le ore 15 dallo stesso cancello laterale del Palazzo di Giustizia.

Sono giorni che hanno provato l'ex ministro, che ha avuto conferma di essere stata usata dal suo compagno: un grimaldello per le mire di grandezza di quest'ultimo e come "passepartout" per aprire porte e porticine nelle stanze "che contano". Gemelli spesso cita "Federica", che ha visto i suoi sfoghi buttati nel tritacarne mediatico. Ma, ovviamente, non è stato solo il legame tra i due il tema della conversazione con i pm. Tanti sono gli argomenti in ballo. Dall'ormai noto emendamento, al "viaggio fatto a Torino per cercare di risolvere un problema lavorativo del compagno", ai rapporti di Gemelli con i lobbisti, con la "cricca" del petrolio e con i nuovi "furbetti". E che hanno riempito le pagine di un verbale secretato nelle mani dei pm.

La vicenda del petrolio in Basilicata continua comunque ad accendere il dibattito politico, anche per le ultime indiscrezioni apparse sui quotidiani. E così in serata il Ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, ha detto di essere "interessato a sapere se esiste o è esistita un'attività di dossieraggio nei miei confronti, volta a screditarmi, basata su presupposti totalmente infondati. Attività che considererei molto grave non solo nei miei riguardi, ma anche verso ogni cittadino italiano che possa esser oggetto di tali attenzioni".

"Per questo motivo presenterò un esposto alla Procura - ha continuato Delrio -. Ho letto oggi da articoli di stampa che - ha aggiunto Delrio - sono al centro degli interessi di un comitato d'affari che non conosco, da cui non ho mai ricevuto pressioni o condizionamenti e tantomeno ricatti ai quali evidentemente non mi sarei mai sottoposto".

La senatrice del Pd, Anna Finocchiaro, ha invece detto di "non aver mai avuto rapporti con Gianluca Gemelli e non ho nulla a che vedere con Tempa Rossa, di cui non mi sono mai occupata, né con altre vicende interessate da questa indagine", mentre il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Luca Lotti, non ha commentato gli ultimi sviluppi dell'inchiesta: "c'è tutto sui giornali", ha detto.

Riina jr. da Vespa: racconto insopportabile

Gio, 07/04/2016 - 23:05
«Non ci possiamo arrendere a un mondo diviso in due: noi e loro, Occidente e islam. Non possiamo accettare una contrapposizione così netta, così illogica... Il mondo spaccato a metà». Un sorriso amaro 'taglia' il volto di Monica Maggioni. «C’è un’altra strada per togliere ossigeno ai terroristi: raccontare il mondo con uno sguardo complesso. Riflettendo sulle differenze e respingendo le radicalizzazioni. Non steccati, non muri, non 'noi e loro'. Non sono belle frasi; è la strada giusta, direi obbligata... ». Una pausa leggera, poi un nuovo messaggio.


«...Per chi fa informazione lo sforzo è raccontare la complessità di ciò che accade sul terreno. Senza slogan, senza certezze, solo con tanti punti interrogativi». Siamo al settimo piano di viale Mazzini per parlare con il presidente della Rai delle questioni che scuotono il mondo e interrogano le società. Solo di questo. Terrorismo, immigrazione, temi etici, temi sociali. Poi, quasi all’improvviso, un nuovo fronte scuote viale Mazzini: il figlio di Totò Riina nel salotto tv di Porta a porta. Monica Maggioni intuisce subito la portata del caso, e riflette a voce alta. «Credo sia importante fare una distinzione. Da giornalista le notizie sono notizie, le storie sono storie. E avere di fronte un mafioso che spiega la vita quotidiana dei mafiosi è certamente un documento. Ma poi ci sono le responsabilità e i contesti...».


Si ferma su quelle due parole e, partendo da queste, scandisce un messaggio destinato a fare titolo: «... C’è il servizio pubblico. E c’è la storia del nostro Paese e la ferita che la mafia rappresenta. Nel servizio pubblico, e per i giornalisti del servizio pubblico, la vittima e l’aguzzino non possono avere stessa dignità di racconto a meno di non considerare sullo stesso piano la mafia e chi lotta contro la mafia». Ancora una pausa. Ancora una frase per indicare un obiettivo. «Sentire quel racconto in cui il figlio non giudica e non condanna il padre è difficile da sopportare. Vorrei vedere, invece di ascoltare le sue elucubrazioni, molta più attenzione quotidiana per le storie - quelle sì eroiche - dei cronisti minacciati dalla mafia, quelli che tutti i giorni sono su quelle stesse strade, sentono quegli stessi linguaggi di minaccia che oggi il figlio del boss fa cinicamente finta di non considerare. Vorrei che a fare quelle domande a Riina junior potessero essere i figli delle vittime della mafia, i protagonisti delle storie spezzate, perché il servizio pubblico non ha incertezze e non subisce fascinazioni; è dalla loro parte».


La riflessione sul caso Riina prende la scena. Maggioni parla, riflette, si interroga. «La Rai racconta da sempre le storie dell’antimafia e continuerà a farlo», ripete sottovoce. Poi, resta dieci secondi silenziosa, e ci gira una proposta: «Mi piacerebbe che i diritti del libro di questo signore potessero essere sequestrati dallo Stato come beni di provenienza mafiosa e destinati alla lotta contro la mafia». Sono passati lunghi minuti. E la presidente della tv pubblica riprende da dove si era interrotta. Da quella riflessione alta. Dal dovere di dare spazio a «voci dissonanti». Di dire no a una «lettura in bianco e nero della realtà».


È un messaggio netto. A evitare schemi 'facili', scontati. «Raccontare l’immigrazione come la grande invasione è la strada facile. È lo slogan. La sfida, invece, è spiegare che un’immigrazione controllata è una risorsa. E così l’islam. Soffiare sulle paure è facile, ma inutile. Raccontare i musulmani come una minaccia è un errore, un terribile errore». Sfidiamo Monica Maggioni con una domanda netta: il nostro Paese capisce la complessità, vuole letture complesse? «Assolutamente si. Capisce la complessità e ha a cuore l’integrazione. Anche oggi che soffiano forte i venti del peggior populismo». Un’altra pausa leggera. «Ma se succede, se i populismi prendono spazio, la colpa è anche mia e forse anche sua. Credo sia capitato sia a me sia a lei di scegliere una scorciatoia, di non esserci presi un po’ più di tempo per raccontare le cose con uno sguardo 'largo'».


Che intende per 'sguardo largo'?
Ripensavo al video di Salah, il terrorista ripreso in discoteca a Parigi. Alla sua maglia arancione. Alla sua gestualità. La sigaretta tra le dita mentre flirta con una giovane donna bionda. Mentre balla con il fratello Brahim sulle note del loro rapperpreferito, Lacrim. Era l’8 febbraio del 2015; il 13 novembre Brahim si farà saltare in aria negli attentati di Parigi... La loro vita non ha nessun rapporto con l’islam puro, con la religione. Molti di loro non sono nemmeno passati dalle moschee. Sono ragazzi, con una vita buia, che nel loro cammino verso la radicalità hanno utilizzato i simboli dell’islam, ma soprattutto i folli messaggi di al-Baghdadi: dietro questi si agita e prende forma la narrativa più comoda. E così i troppi Salah diventano i grandi eroi del male. E il suicidio la forma estrema di realizzazione.


Lei cancellò i video del Daesh, ora dice di cancellare i proclami di al-Baghdadi?
Non si trattava di una semplice cancellazione. Avevo tentato di dire una cosa complessa e, invece, è passata una cosa semplice. E poi nell’era di Internet non ha senso l’idea della censura.


Che voleva dire sui video?
Daesh costruisce storie capaci di esercitare un grande appeal. Entra nelle teste di giovani. Li trasforma in terroristi anche usando i video. Allora, noi facciamo vedere tutto, ma non accettiamo il loro gioco, il loro racconto. Ecco quello che volevo dire. Togliamo le grandi musiche, i pezzi al rallentatore; frammentiamo i video in fotogrammi: raccontiamo come diciamo noi, non come vogliono loro.


Matteo Renzi ha una sua strategia per sfidare il terrorismo: investire in sicurezza e, parallelamente, in cultura. 
Credo profondamente che la sfida sia sul piano culturale. In uno degli ultimi vertici della Ebu (l’ente europeo che associa diversi operatori radio-tv, ndr) i colleghi stranieri avevano capito la forza del messaggio del premier. Ricordo in particolare il capo della tv belga. Ne abbiamo riflettuto insieme: il fronte del terrore vuole distruggere i terreni comuni, vuole dividere, alzare muri; noi dobbiamo fare un lavoro di costruzione di percorsi, di contatti, noi dobbiamo cucire.


Il canone in bolletta vuol dire più risorse, ma anche più responsabilità e più idee.
E magari anche più forza per raccontare il mondo come dicevamo: con le sue sfumature e le sue complessità. Penso a quello che si aspettano i nostri editori: gli italiani. Vogliono capire. Vogliono storie, approfondimenti, idee. E penso al modo di informarsi dei più giovani. Rai, per troppo tempo, non è stata dove erano loro. I nostri ragazzi non sono davanti alla tv e noi dobbiamo essere servizio pubblico anche dove sono loro: sui tablet, sugli smartphone. Dobbiamo provare a spiegar loro che il mondo è più complesso degli slogan che vincono in rete. E ingaggiare, prima che sia troppo tardi, un dialogo con loro.


Far passare gli slogan è nettamente più facile.
Donald Trump è il campione di questo modo di raccontare il mondo in bianco e nero, della semplificazione. E la cosa più angosciante è vedere che le sue politiche fatte proprio di slogan diventano spesso modello. C’è una scorciatoia per quasi ogni cosa; una comunicazione senza più il rapporto con la realtà e con le persone. Bianco e nero. Noi e loro. Una comunicazione dove le sfumature sono bandite e le cose difficili da spiegare non hanno diritto di cittadinanza.


La brutale esecuzione di Regeni ha toccato i nostri giovani: Giulio era giovane come loro e aveva i loro sogni e la loro voglia di verità...
Mi ha colpito il dolore assoluto di una famiglia, di una mamma, ma anche di un Paese. Un dolore che impone risposte. Non voglio fare ipotesi dietrologiche, dico però che c’è un grande bisogno di verità. Ecco il tema centrale: cercare verità continuamente, fino in fondo, senza permettere che una nuova storia spenga l’attenzione su una vecchia storia.


Regeni ha avuto giustamente tante prime pagine. Ma ci sono storie ignorate. Storie di cristiani perseguitati. Asia Bibi. Meriam. Le atrocità di Boko Haram. Avvenire le racconta, mentre tv e media hanno troppo spesso chiuso gli occhi.
No, assolutamente no. La Rai ha raccontato tutto quello che lei dice. Forse non siamo riusciti a fare mainstream, opinione corrente. Fa ascolto il resto, ma non ci si può arrendere alla logica dello share. Chi fa informazione ha obblighi precisi, ma serve una volontà di sguardo anche da chi riceve l’informazione. Spesso manca, e la strada è un lavoro culturale sul Paese; è capire che bisogna 'costruire' insieme persone con sguardo complesso sulla realtà.


Eppure sulle unioni civili Galli della Loggia ha denunciato un pensiero dominante e proprio poca capacità di approfondire.
Vale per le unioni civili, ma non solo per le unioni civili: la gente deve capire e noi dobbiamo spiegare. E non possiamo affidare sempre solo ai politici la rappresentazione della società italiana. Ci sono altre voci da affiancare alla politica per rendere il quadro più pieno, più completo. Ci sono grandi temi sui quali tutti quanti dobbiamo fare uno sforzo in più per dare ai cittadini un punto di domanda e non uno slogan. Io sulle questioni etiche ho più punti di domanda di certezze.


Insisto: i grandi media non sanno raccontare il Paese reale. E subito penso alla forza e alle difficoltà delle famiglie...
Non so se sia parziale la rappresentazione o l’approccio ai temi. Magari c’è un altro modo per raccontare la famiglia. Magari altre idee. Altre chiavi di lettura. C’è un grande racconto di chi costruisce, di chi non si rassegna, di chi non si ferma. Da anni lavoro, studio, scambio materiali con i colleghi europei. È giornalismo costruttivo. È guardare il mondo e raccontare anche le pagine luminose.


Le 'giro' una domanda di una giornalista Rai: non è necessario un asilo nido per i figli dei dipendenti della tv pubblica?
È una domanda giusta, è un problema vero, è una cosa sulla quale io che non ho figli ho insistito sempre. Ogni volta che ho potuto. E non riguarda solo colleghe, solo donne, solo mamme. Ci sono anche i papà che tante volte, davanti a una vicenda giornalistica che si allungava fino a tardi, mi dicevano 'vorrei lavorare ma devo andare a prendere i bambini'. Bisogna far ripartire questo discorso che tante volte in Rai è arrivato fino alla superficie per poi fermarsi.


'Domenica in' senza cronaca nera: bene o no?
Non bene, molto bene. Se dicendo 'togliere la cronaca nera dai programmi Rai' intendiamo eliminare lo sguardo compiaciuto, l’atteggiamento voyeuristico, il gusto per il dettaglio scabroso. L’inutile ritorno ossessivo su storie dolorose senza saper aggiungere nulla. Perché la tv pubblica deve servire prima di tutto a capire di più il mondo in cui viviamo.

Il Papa sarà a Lesbo il 16 aprile

Gio, 07/04/2016 - 23:05
Papa Francesco compirà sabato 16 aprile la sua visita a Lesbo per incontrare i profughi. L'annuncio è stato dato oggi da padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede.

Il viaggio sarà compiuto su invito del patriarca ecumenico Bartolomeo I e del presidente della Repubblica di Grecia. Ad affiancare Francesco e Bartolomeo vi sarà anche l'arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Hierominus II.

Nei giorni scorsi si era parlato di venerdì 15 come data della possibile visita. Padre Federico Lombardi ha spiegato che il viaggio del Papa, che avverrà in giornata, rappresenta un forte richiamo «alla responsabilità e alla solidarietà su un'emergenza tanto drammatica» quale è quella sui migranti.

«La visita a Lesbo di Papa Francesco, con il Patriarca Bartolomeo I e l’arcivescovo Hieronimus II il 16 aprile prossimo è un’altra tappa dei viaggi della misericordia che il Papa ha realizzato a partire dal viaggio di Lampedusa nel 2013, con un’attenzione particolare al mondo dei migranti e dei rifugiati» ha affermato monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes dopo l’annuncio della visita dato oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede.

Dopo Lampedusa, nel luglio del 2013, il Papa ha incontrato e condiviso le sofferenze dei rifugiati e richiedenti asilo al Centro Astalli di Roma, al confine tra Messico e Stati Uniti, al Cara di Castelnuovo di Porto, alle porte di Roma, «richiamando sempre il dovere dell’accoglienza, del rispetto e della tutela della dignità di ogni persona costretta a migrare, ricordando anche le cause di chi oggi è in fuga e bussa alle porte dell’Europa: le guerre, i disastri ambientali, le persecuzioni politiche e religiose, la miseria».

«Oltre che una tappa dei viaggi della speranza - ha aggiunto monsignor Perego -, la visita del Papa a Lesbo è anche una tappa importante nel cammino ecumenico, che negli ultimi decenni ha sempre trovato una rinnovata forza a partire da temi e attenzioni sociali come le migrazioni, la pace, la salvaguardia del creato».

«L’augurio è che questa visita contribuisca a portare l’attenzione di migliaia di persone, tra cui molti bambini, ammassati alla frontiera greca e promuova un’azione nuova dell’Unione europea, perché esca da una grave battuta d’arresto nella gestione dei rifugiati - fortemente militarizzata e con nuovi luoghi di reclusione dei migranti che sbarcano sulle coste italiane e greche - e stimoli la disponibilità di ogni paese all’accoglienza di numeri significativi di richiedenti asilo e rifugiati» ha concluso il direttore generale della Migrantes.

«Il Papa tra i profughi, contatti in corso»

Mar, 05/04/2016 - 23:17

Papa Francesco potrebbe andare presto sull'isola greca di Lesbo, addirittura forse già il 15 aprile, per portare la sua vicinanza e il suo sostegno ai profughi e ai migranti.

È quanto sostengono media greci, citando come fonte una nota del Santo Sinodo della Chiesa ortodossa di Grecia.

Secondo quanto riportato dal sito internet Sismografo, solitamente ben informato, Papa Francesco potrebbe recarsi assieme al patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I sull'isola di Lesbo il prossimo 15 aprile, a seguito di una proposta da parte di Hyeronimus, arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, che ha avuto il sostegno del Santo Sinodo della Chiesa ortodossa greca.


(Foto Lapresse)

Anche fonti del governo greco hanno confermato la notizia.

Interpellato dall'agenzia Ansa, padre Federico Lombardi ha affermato: «È un argomento di cui si sta parlando, ci sono contatti in corso. Non smentisco le voci ma al momento non posso dichiarare altro perché non ci sono decisioni, date né programmi definiti».

Stando a quanto riportato dal sito Vatican Insider: «La cifra del viaggio papale, che può essere iscritta tra le "trasferte mensili" in luoghi della sofferenza che Papa Francesco ha deciso di realizzare una volta al mese durante l’Anno Santo della Misericordia, è ovviamente connessa alla tragedia dei migranti che cercano di attraversare il Mare Nostrum per raggiungere l’Europa».

I precedenti viaggi
Se queste informazioni dovessero essere confermate e Papa Francesco dovesse recarsi su Lesbo, si tratterebbe del secondo viaggio compiuto assieme a Bartolomeo, dopo quello in Terra Santa del maggio 2014.

Da ricordare anche che si tratterebbe del secondo viaggio di un Pontefice in Grecia (dopo Giovanni Paolo II nel 2001) e il secondo viaggio di Papa Francesco in un'isola del Mediterraneo per incontrare profughi e rifugiati dopo quello dell'8 luglio 2013 a Lampedusa dove celebrò la Messa nel campo sportivo "Arena".

L'attenzione ai migranti
Oltre al viaggio a Lampedusa, ci sono stati innumerevoli gesti che Papa Francesco ha compiuto per testimoniare la sua prossimità al dramma dei migranti: l'ultimo il 24 marzo scorso, Giovedì Santo, con la lavanda dei piedi ai richiedenti asilo ospitati nel Centro richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto. Il 6 settembre 2015, inoltre, durante l'Angelus il Papa rivolse una appello a tutte le parrocchie d'Europa affinché ciascuna accogliesse una famiglia di profughi "a iniziare da Roma e dal Vaticano". Un invito che è stato accolto: a oggi sono transitati per le strutture ecclesiastiche in Italia 45 migranti, e 22mila di questi sono accolti al momento.

Figlio da utero in affitto, Cassazione assolve

Mar, 05/04/2016 - 20:50
Una nuova sentenza di assoluzione per un caso di maternità surrogata all’estero di cui è protagonista una coppia di italiani. A emetterla è la Corte di Cassazione, la cui quinta sezione penale ha confermato un verdetto assolutorio del gip di Napoli (luglio 2015).

Il caso è quello di una coppia napoletana di cinquantenni, infertile, che è andata in Ucraina per ottenere un figlio – nato a fine agosto 2014 a Kiev – grazie al seme del marito e ovociti femminili di una "donatrice" acquistati sul libero mercato, e all’affitto del grembo di una donna che ha sottoscritto un contratto con la coppia italiana in cui – a norma della legge ucraina, per la quale la maternità surrogata è legale – si impegnava a consegnare il bambino subito dopo la nascita dichiarando il bimbo come figlio degli italiani e non suo.

La pratica, vietata in Italia per effetto della legge 40, è però consentita in molti Paesi (inclusi vari Stati Usa): e questo fa sì che gli italiani che tornano in patria con un figlio in braccio che non possono aver generato loro siano sistematicamente assolti dall’accusa di aver violato la nostra legge. La Cassazione va oltre le ripetute sentenze dei tribunali italiani che sinora si sono succedute, e ricorre ad alcuni argomenti. A cominciare proprio dal fatto che c’è una prassi giurisprudenziale ormai invalsa (si assolve la coppia italiana committente "nell’interesse del minore") e che nessuna legge in Italia prevede un esplicito divieto per una pratica come la surrogazione di maternità consumata all’estero: «La legge – scrive la Suprema Corte – deve definire chiaramente i reati e le pene che li repirmono».

Una conferma ulteriore, e a questo punto davvero stringente, che si fa indispensabile un intervento normativo del Parlamento per fermare efficacemente l’orrendo mercato della vita umana a pagamento sulla pelle di donne povere ridotte in schiavitù al punto da farsi incubatrici di figli altrui strappati alla loro mamma un istante dopo il parto.

La Cassazione a questo aspetto etico non presta la minima attenzione linitandosi a ragionamenti giuridici nei quali però richiama la sentenza 162 della Corte Costituzionale datata 10 giugno 2014 (quella che aprì alla fecondazione eterologa): rileggendola non è difficile rilevare che i giudici costituzionali, aprendo un varco nella legge 40, elencarono a scanso di equivoci le pratiche che restavano vietate. E in quell’elenco risultava la surrogazione di maternità. Perché allora legalizzare per sentenza un atto del quale a livello internazionale si sta cercando di ottenere la messa al bando e che resta chiarissimamente vietato dalla legge?

Addio Cesare Maldini, papà buono del pallone

Mar, 05/04/2016 - 19:40
Ogni volta che ripenseremo a Cesare Maldini, prima che al calciatore, alla bandiera del Milan anni ’60, all’allenatore e al ct azzurro (e perfino del piccolo Paraguay), la prima cosa che ci verrà da dire sarà sempre: «È stato un galantuomo, una gran brava persona».

A 84 anni infatti ci ha lasciati prima di tutto una gran bella figura di uomo, di padre di famiglia e di nonno esemplare. In una domenica triste di primavera (ma qui dopo Cruijff continuano a cadere i fiori più belli del calcio) specie per il Milan, è stato un po’ come rivivere il giorno in cui ci ha salutati - precocemente, dieci anni fa - Giacinto Facchetti.
 
Ecco, Cesare e Giacinto, due giganti della difesa, due esemplari di un’umanità che hanno fatto di Milano una capitale morale anche del pallone, almeno quello di ieri. Oggi, il vuoto che lascia il “Cesarone” nazionale, stimatissimo e amato da tutto il popolo degli stadi e “dileggiato” solo per copione comico oltre che per eccesso di affetto nelle sue imitazioni da Teo Teocoli, è proprio un vuoto etico. Perché con Maldini senior se ne va la figura dell’educatore di campo e del buon padre dei calciatori, e non solo di «Paolino», ma di tutta una generazione di campioni come Buffon, Cannavaro, Pippo Inzaghi, Bobo Vieri, Albertini, Nesta, Totti, ecc... che al momento oltre che inarrivabile sembra addirittura una stirpe di talenti irripetibile.
 
Cesare con il figlio Paolo

Formidabili sono stati quegli anni in cui Cesare il gladiatore aveva portato il Milan sul tetto d’Europa. Lui, capitan Maldinone elegante e forte (con qualche «maldinata» ogni tanto, diventata letteraria nelle pagine della Vita Agra di Luciano Bianciardi) il primo capitano italiano ad alzare al cielo di Wembley la Coppa dalle grandi orecchie.

Era il 22 maggio del 1963 e quel Milan lo allenava un triestino come lui, il “Paròn” Nereo Rocco. «Con Rocco non c’era bisogno di parlare, ci capivamo con uno sguardo», mi disse l’ultima volta che avevo incontrato Cesarone nel suo ufficietto di via Turati. Ultimo scampolo di riconoscenza milanista verso quel numero 5 leggendario che oltre a dare tutto in campo al Milan gli aveva donato un figlio fuoriclasse, «Paolino».

I nipoti, i valori dello sport: l'intervista ad Avvenire (Pdf, 2008)

Paolo Maldini, il numero 3 per antonomasia, uno dei rarissimi figli d’arte che è stato in grado di superare il maestro. «Quando vinsi la mia prima Champions mi scrisse un sms. “Paolo sono orgoglioso di te. Papà”. Non mi aveva mai fatto un complimento. Era fatto così lui. Pensai, se papà ha perso due minuti della sua vita per scrivermi questo, vuol dire che ho fatto veramente qualche cosa di importante». Cesare è stato un grande giocatore in campo, Paolo un campionissimo che avrebbe meritato di vincere quel Mondiale che suo padre conquistò da vice del “Vecio” Enzo Bearzot a Spagna ’82.


Paolo ha avuto anche l’onore di essere allenato da papà Cesare che è stato il suo ct al Mondiale di Francia ’98, il sogno infranto sulla traversa del rigore calciato da Gigi Di Biaggio. Un altro allievo di Maldini senior, Di Biagio, ora ct di quell’Under 21 con cui Cesarone vinse tre titoli Europei. Altro record forse irripetibile, portato a casa con il solito profilo basso e in rispettoso silenzio del ruolo. Ma dei tanti risultati raggiunti il vero capolavoro di una vita, il Cesare l’ha sempre detto, «è stata la mia famiglia».

Sei figli, tre maschi: Paolo, Piercesare e Alessandro e altrettante femmine, Donatella, Monica e Valentina. Una famiglia non solo nel sport, «Alessandro e Donatella giocavano a basket», oltre che nel pallone, dove si è vista a sentita la mano dell’allenatore. «A dire la verità io ero sempre in giro per il mondo e quindi il direttore tecnico in casa è stata mia moglie Marisa. Senza di lei lo spogliatoio di famiglia sarebbe saltato. E lo stesso ruolo adesso in casa di Paolo ce l’ha sua moglie Adriana», diceva divertito Cesarone,al quale se gli parlavi di successi e di Palloni d’Oro sfumati per il suo Paolo, lui ci pensava su un attimo e poi sbuffava sincero: «Il riconoscimento più importante... È quello che ti arriva dalla gente. E allora oggi non c’è stadio o paese del mondo in cui Paolo non venga accolto e rispettato come un vero ambasciatore dello sport italiano. E questo è un grande onore per tutti noi Maldini». Onore a te caro “vecio” Cesare e che la terra ti sia davvero lieve.

Messico, l'esodo invisibile dei baby migranti

Mar, 05/04/2016 - 19:40
«È stata mia madre a dirmi: scappa negli Stati Uniti o ammazzeranno  anche te, come tuo cugino. Ha tirato fuori del denaro, nascosto sotto una trave di legno, mi ha portato al bus e mi ha salutato con la mano, senza piangere ». Il giorno prima, Josué, 16 anni, si era imbattuto in una cellula della Mara Salvatrucha (Ms), una delle tante gang criminali che controllano buona parte del Centroamerica. Tornava a casa dalla spiaggia di San Vincente, nel Salvador, dove si era recato a pescare tartarughe. «Mi hanno detto: “Scegli: o sei con noi o sei nostro nemico”. Ho risposto che ci avrei pensato. Non volevo entrare nella banda, non mi piace uccidere. Ma non volevo nemmeno morire. Per questo sono fuggito», racconta ad Avvenire il ragazzino, mentre tormenta con le mani il cappellino nero.
 
Di tanto in tanto, guarda di sbieco gli uomini radunati intorno a un improvvisato tavolo da domino. Ha imparato a giocarci nella casa-rifugio “Hermanos en el Camino” di Ixtepec, dove è approdato dopo otto mesi di peregrinazione per il Messico, come migliaia e migliaia di coetanei. «Ho passato il confine dal Guatemala e sono arrivato a Tapachula, per prendere il treno». Josué è salito sul tetto della Bestia, il convoglio merci impiegato dagli irregolari per raggiungere il Nord, ed è sfuggito alla “migra” – la polizia di frontiera –, due volte, lanciandosi dal treno in movimento. Nel tentativo di aggirare i controlli, ha proseguito dal Chiapas all’Oaxaca a piedi, sulla strada più remota: quella che passa per La Ventosa e la maxi-discarica di Juchitán. Là lo attendevano i criminali. «Mi hanno portato via tutto, anche i pantaloni. Non potevo più proseguire il viaggio».
 
Ad Alfredo, honduregno di 17 anni, è andata peggio: nel salto da La Bestia per eludere gli agenti ha perso il braccio destro. «E ora come posso andare negli Usa? Che lavoro farei?  », dice, livido. L’ondata record di baby ir- regolari centroamericani alla frontiera statunitense è finita, ufficialmente, da un anno e mezzo. Lo ribadiscono le autorità. E i media hanno smesso di parlarne. In effetti, i minori soli non arrivano più in massa sulle rive del Rio Bravo, che divide Nord e Sud del Continente americano. La “grande fuga” dei ragazzini dalla violenza record del Triangolo Nord – El Salvador, Honduras e Guatemala –, però, non si è fermata. Non potrebbe: le maras hanno intensificato il reclutamento di minori. Questi ultimi hanno tre scelte: accettare, morire o scappare. Decompagnati, cine di migliaia di adolescenti non accompagnati, tra i 12 e i 17 anni, continuano, dunque, ad attraversare il Messico. Come raccontano le case rifugio per migranti.  «L’anno scorso, ne abbiamo accolto almeno 500», afferma fra Tomás González, direttore del centro “Los 72”, di Tenochique, nel Tabasco, una delle porte d’entrata nel Paese dal Centro America. Anche “Hermanos en el Camino” riporta cifre simili. «Ogni mese, passano più o meno quaranta minori soli», dice il direttore, padre Alejandro Solalinde. Man mano che si sale verso Nord, però, il numero di ragazzini centroamericani cala, mentre, per la prima volta, si notano baby migranti messicani, in fuga dalla narco-violenza di Michoacán e Guerrero. La ragione si chiama “Plan Frontera Sur”. Da quando, il 7 luglio 2014, il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha dato via al nuovo pacchetto – grazie a un finanziamento di Washington —, i controlli sugli irregolari si sono moltiplicati.
 
Nel solo tratto da Tapachula a Ixtepec si incontrano 21 posti di blocco di polizia e militari. «È in corso una vera e propria “caccia” agli irregolari – afferma padre Solalinde –. Questi ultimi sono, dunque, costretti a inoltrarsi nei sentieri meno battuti, dove diventano facile preda della criminalità, organizzata e comune. Il Plan Frontera ha trasformato il viaggio dei migranti in un incubo». Il piano, però, ha raggiunto l’obiettivo che Città del Messico – e Washington – si erano prefisse: intercettare il maggior numero possibile di “indocumentados”, soprattutto minori, riducendo la pressione sul confine Usa. Nel 2015, il Messico ha catturato e rispedito indietro 107.814 centroamericani, oltre 37mila in più rispetto al vicino settentrionale, in media 11 ogni ora. Di questi – sottolinea Unicef – 18.593 erano minori non ac- rimpatriati al ritmo di 51 al giorno: là rischiano la vita, perché le maras condannano i fuggiaschi a morte. In teoria, molti avrebbero avuto diritto all’asilo.
 
Di fatto, però, solo 57 l’hanno ottenuto nel 2015, secondo Human Right Watch. Perché le autorità non danno loro né tempo né modo di chiederlo. Altre volte, gli stessi baby migranti hanno paura di presentare istanza. Perché, anche se venisse accolta, fino a 18 anni verrebbero rinchiusi in luoghi drammaticamente simili alle prigioni. Per sopperire a tale mancanza e dare una chance ai piccoli centroamericani in fuga, da novembre, l’équipe del rifugio di Ixtepec ha creato “Menores en el Camino”. Situata alla periferia di Oaxaca, la struttura dà vitto, alloggio e, soprattutto, scuola e corsi professionali ai baby migranti in attesa dell’asilo. Carlos, 16enne salvadoregno, ad esempio, sta imparando a fare il panettiere. Brian, honduregno, sfoga nelle lezioni di rap i brutti ricordi delle maras. Mentre Margarita studia  inglese nella speranza di diventare segretaria. Per ora, a “Menores en el Camino” c’è una decina di ragazzini.
 
«Si tratta di un progetto pilota, unico nel Paese. Speriamo di crescere», dice padre Alejandro mentre indica Josué. «Lui è il prossimo della lista», aggiunge. Daniel, invece, è determinato ad andare avanti, per raggiungere la Carolina del Nord. «Per la neve…», afferma. «Ho visto un documentario su Discovery Channel: c’era tanta neve e la gente sorrideva, sotto i fiocchi, con una tazza di caffè caldo. Dove abitavo, a San Pedro Sula, fa sempre caldo e non nevica mai. Ma le persone della tv erano felici, al sicuro. Volevo provare anche io quella sensazione».

Non è una battuta del pluripremiato film “La gabbia dorata”, di Diego Quemada Diez, sul dramma dei baby migranti centroamericani in fuga verso l’El Dorado Usa. È il racconto di questo honduregno di 16 anni, seduto nel cortile della Casa del migrante di Ciudad Juárez, nell’estremo nord del Messico, dove è arrivato sfidando i narcos e i controlli. Eppure, quando Quemada Diez volle inserire un dialogo simile nella pellicola, tanti lo accusarono di eccessiva poesia. «Perché non conoscono i migranti. Ho raccolto le loro storie per sette anni – racconta il regista ad Avvenire –. Sono vere e proprie epopee. E loro, i protagonisti, sono eroi coraggiosi che lottano per la vita, propria e delle loro famiglie. Con una sola arma a disposizione: la poesia».

Gp Bahrain, in pista accelerano i baby-piloti

Mar, 05/04/2016 - 19:40
Prime gare e primi bilanci di stagione. La Mercedes vince ancora in Bahrain con Rosberg, quinto successo di fila considerando gli ultimi dell’anno passato, Hamilton fatica a stare al passo del collega e forse si è perso nei meandri della popolarità con selfie scattati nei bagni degli aerei o con atteggiamenti da rock star. Fatto sta che i tedeschi son sempre davanti, al punto che Niki Lauda teme qualche scherzo: “Di solito si inventano qualcosa per rallentare chi vince troppo, se lo fanno con noi mi arrabbio, non ce lo meritiamo”.

La Ferrari ha minacciato sfracelli, per ora il secondo posto di Raikkonen migliora il terzo di Vettel in Australia, ma il cedimento del turbo compressore sulla macchina del tedesco, nel giro di formazione… mette la Ferrari nella scomoda situazione di dover tirare al massimo ma di rompere anche. Erano anni che non si vedevano situazioni simili e questo campanello d’allarme fa temere il peggio, per la semplice ragione che il regolamento attuale impedisce di modificare subito quello che non va, per cui il rischio di altre rotture fino a quando non arriverà il turbo nuovo (GP Spagna, metà maggio) è molto alto.

Un peccato ma è lo scotto da pagare per il recupero contro la Mercedes. A occhio non sono tanto i 4 o 5 decimi di distacco, quanto l’anno di lavoro che manca alla rossa rispetto ai rivali. La gestione fallimentare di Mattiacci, anno 2014, la stanno pagando ancora adesso, visto che si sono persi con decisioni assurde, faide interne, discussioni e un progetto sbagliato su cui si è dovuto intervenire d’urgenza dopo che il manager fu allontanato a fine anno. Da quel momento la Ferrari ha lavorato a rincorrere i tedeschi e per quanto la nuova macchina sia migliore della vecchia, il divario non accenna a diminuire, per cui i rischi presi a Maranello danno questo contraccolpo.
 
Speriamo la situazione si ribalti presto, ma per le prossime gare non cambierà molto: ”Abbiate pazienza, vedrete cosa faremo fra qualche gara”, diceva un Arrivabene fiducioso nel recupero della Ferrari. In Bahrain però si è visto come la generazione di baby piloti abbia un futuro. Verstappen sesto ha corso benissimo e confermato le sue qualità, ma ha stupito Stoffel Vandoorne, un ragazzino belga che era in Giappone, chiamato d’urgenza in Bahrain per sostituire Alonso, arrivato al mattino senza dormire il pomeriggio ha scoperto la macchina, non l’aveva mai provata.

E sorpresa delle sorprese, in gara è stato l’unico McLaren a tagliare il traguardo raccogliendo anche il primo punto della stagione. Non si tratta di miracolo, ma di qualità innate. Peccato che per lui non ci sia posto in F.1 visto che tutti i sedili sono bloccati, ma il ragazzino merita di essere seguito. E’ un altro Hamilton con una caratteristica che farà sognare: Lewis ricorda Senna, Stoffel pare il sosia di Prost per come guida.

Sarebbe bello vederli in azione insieme. Questione di tempo. Bravi anche alla Haas, con Grosjean quinto. La squadra americana con telaio Dallara fatto a Parma, motori e cambio Ferrari fatto a Maranello, un team manager di Bolzano, gomme Pirelli fatte a Milano e cucina fatta a Modena, con cuochi e staff emiliano, hanno partorito un gran bel risultato. E’ il made in Italy da esportazione.

Transgender e bagni pubblici, non solo guerra

Mar, 05/04/2016 - 19:40
Lo Stato americano del North Carolina potrebbe perdere fondi federali per miliardi di dollari, destinati a scuole, trasporti e alloggi, perché ha appena approvato una legge in cui si stabilisce che i maschi devono andare nei bagni pubblici per i maschi, e, analogamente, le femmine in quelli destinati alle femmine.

È solo l’ultimo, surreale salto di qualità della "guerra dei bagni" negli Usa, guerra in cui è impegnatissima l’amministrazione Obama che, per la prima volta, arriva a minacciare pesanti tagli a finanziamenti di opere pubbliche di primaria importanza a chi non condivide la linea della Casa Bianca sui "nuovi diritti civili" per la comunità Lgbt.

Ma andiamo per ordine. Abbiamo già scritto su "Avvenire" della "guerra dei bagni" scoppiata lo scorso anno negli States, e che prometteva di slancio nella campagna per la presidenza americana (come sta accadendo).
 
I soggetti sono le persone transgender, cioè coloro che, pur con un sesso assegnato alla nascita e riportato nei documenti (carta d’identità, passaporto), si percepiscono come appartenenti al sesso opposto, e perciò si vestono e si comportano secondo come "sentono" di essere.

Sono persone "in transizione" da maschi a femmine e viceversa, che hanno cambiato aspetto e stili di vita, e magari si sono anche sottoposti a trattamenti ormonali di vario tipo e intensità, ma che non hanno subito una trasformazione chirurgica irreversibile del proprio apparato riproduttivo, e che forse non la subiranno mai.

Sono quindi persone, ad esempio, dall’apparenza e dai comportamenti di donna che però conservano l’apparato riproduttivo maschile, e probabilmente rimarranno in questa condizione sempre, perché non vogliono sottoporsi a interventi chirurgici.

Di solito le leggi che regolano il cambio di sesso prevedono che queste persone possano modificare anche il nome e il sesso all’anagrafe solo quando la transizione è completata, e questo avviene generalmente dopo l’intervento chirurgico, che assicura l’irreversibilità del percorso (in Italia la Consulta ha da poco stabilito che va sempre accertata la definitività del cambio di sesso, ma che questo non implica un intervento chirurgico).

La "guerra" di cui ci occupiamo di nuovo nasce quando i transgender utilizzano bagni e spogliatoi in luoghi pubblici (scuole, cinema, palestre, etc.): gli attivisti Lgbt chiedono l’accesso ai bagni a seconda del genere percepito, indipendentemente da quello anagrafico, e cioè indipendentemente dal proprio apparato riproduttivo. I militanti Lgbt chiedono cioè che, ad esempio, un uomo che si sente donna e si veste e comporta come tale – un transgender donna, secondo il lessico Lgbt – possa andare nel bagni delle donne.

Il presidente Obama ha fatto di questa richiesta un "diritto civile" esigibile: la "guerra dei bagni" suona sicuramente meno romantico del "love is love" con cui il capo della Casa Bianca ha festeggiato il riconoscimento federale delle nozze gay, ma segna un passo molto importante nell’agenda politica dei "nuovi diritti".
 
L’accesso al bagno a seconda della percezione di sé e non del sesso anagrafico assegnato alla nascita, equivale al riconoscimento pubblico della percezione soggettiva di sé come criterio per la propria identità di essere umano, a prescindere dal corpo sessuato: sono un uomo o una donna a seconda di come "sento" di essere, il dato biologico è accidentale e può essere modificato a volontà.

Per Obama non riconoscere il diritto ad autodeterminare il proprio essere uomo o donna equivale a discriminare i transgender, e di conseguenza la sua amministrazione – i dipartimenti dell’educazione, dei trasporti, dello sviluppo urbano... – può prendere in considerazione l’idea di togliere fondi pubblici a chi approva leggi che discriminano i cittadini. E se compagnie come American Airlines, Apple, PayPal, Biogen, Dow Chemical, Red Hat sono a fianco di Obama, criticando duramente la legge del Nord Carolina, e se è il "New York Times" a scrivere le cronache di questa nuova frontiera della cosiddetta "gender war", a supporto del presidente, è difficile non pensare a un fatto che riguarda proprio tutto anche fuori dagli Usa. Qui non si tratta di bagni pubblici, ma dell’umano.

Sulle trivelle scontro alla direzione Pd

Mar, 05/04/2016 - 19:40
Una direzione Pd decisamente vivace, con una discussione anche ruvida, che comunque si è conclusa a tarda sera con l'approvazione della relazione del segretario Matteo Renzi con 98 voti a favore e 13 contrari (e nessun astenuto).

"Milioni di italiani non ne possono più delle nostre dispute interne", ha detto Renzi, dopo essere stato attaccato da Gianni Cuperlo, leader della corrende SinistraDem, che lo ha accusato di non essere all'altezza del ruolo ricoperto. "Ti manca la statura del leader anche se coltivi l'arroganza del capo". "È un giudizio politico che rispetto - risponde Renzi - ma io ho l'ambizione, Gianni direbbe l'arroganza, di proporre una sinistra credibile, possibile e riformista. Credo non sia la stessa di Gianni. Per me oggi la sinistra è creare posti di lavoro in un Paese in cui la disoccupazione giovanile è al 39%", ha aggiunto.

Divisiva la linea di Renzi sul referendum sulle trivelle, che gli è valso il voto negativo alla relazione dei suoi due predecessori, Pierluigi Bersani e Guglielmo Epifani. Altri no sono arrivati da altri esponenti delle minoranze, come Gianni Cuperlo, Roberto Speranza, Davide Zoggia, Nico Stumpo, Margherita Miotto, Roberta Agostini, Barbara Pollastrini, Veronica Tentori, Sergio Lo Giudice. Un "no" anche dal governatore della Puglia, Michele Emiliano (che non fa però parte della minoranza).

REFERENDUM TRIVELLE: ERRORE POLITICO
Emerge chiara la linea del premier sul referendum del 17 aprile: "Avere insistito su questo referendum è un errore politico, ora si esprimano gli italiani. Se vincerà il sì rispetteremo il giudizio degli elettori, se fallirà e non ci sarà il quorum ne prenderemo atto e continueremo con la norma attualmente in vigore: il mio auspicio è che gli italiani possano studiare la norma".

"Se siamo al 20% di rinovabili e spero che saliremo ancora, il resto dove lo prendiamo? Questa è la domanda, quando dico che vorrei non sprecare ciò che abbiamo. Ed è il punto del referendum, che non è sulle antipatie o le simpatie nel Pd, ma se a fronte di una concessione che scade si chiude o si continua ad estrarre. Poi - aggiunge Renzi - ciascuno faccia quel che vuole, ma l'astensione non è disinteresse, è un modo per dire no. Chi vuole dire sì o no lo dica, ma chi vuole l'astensione non lo fa per ingrossare le fila dell'antipolitica ma perchè ritiene quel referendum sbagliato e lo vuole far fallire".

 

IL DISSENSO SUL REFERENDUM
Una linea che trova in disaccordo la minoranza Pd: in 24 chiedono di cambiare indicazione e di invitare gli italiani al voto, ma l'ordine del giorno non viene votato. Renzi tiene ferma la linea dell'astensione. Per chi andrà a votare, assicura, "non ci saranno scomuniche". Ma alla sinistra Dem chiede "l'onestà intellettuale" di ammettere che l'astensione è "legittima". Non andare a votare, ribadisce, serve a bocciare il quesito che il Pd ritiene sbagliato.

Questa volta, però, le tre aree della sinistra Dem consumano uno strappo rispetto alla linea del partito. L'accusa di fondo è di metodo: non ci sono spazi di discussione e condivisione delle decisioni nel partito. È stato sbagliato, attaccano Speranza e Cuperlo, inserire nella manovra l'emendamento su Tempa Rossa finito tra le carte dell'inchiesta di Potenza. "Avrei voluto discuterne", dice Speranza. Più in generale, dice Cuperlo a viso aperto al segretario ("in faccia, come piace a te"), Renzi non si sta rivelando "all'altezza" del suo ruolo.

Ma il dato politico è che sulle trivelle una parte del Pd si sgancia dalla linea del partito. E se i governatori De Luca e Pittella si allineano al governo, Michele Emiliano tiene ferma la linea del sì al referendum: "Gli argomenti di Renzi sono uguali a quelli dei petrolieri".   LA DELUSIONE DEI MOVIMENTI AMBIENTALISTI
I movimenti ambientalisti, che hanno chiesto un incontro pubblico al premier per parlare del referendum sulle trivelle. "Abbiamo ritenuto doveroso - spiega Marica Di Pierri, dell'associazione 'A Sud' - scrivere al segretario del Pd per dirgli che siamo sconcertati dall'invito all'astensione, perché pensiamo che gli istituti democratici vadano rispettati e promossi. Chiediamo un confronto aperto per discutere di questa questione". Il Comitato 'Vota sì per fermare le trivelle'", che riunisce più di duecento tra associazioni nazionali, comitati, sindacati. Comitato che si aggiunge al gruppo delle nove Regioni che hanno promosso il referendum.

LA MOZIONE DI SFIDUCIA DEI 5 STELLE
Intanto il Movimento 5 stelle depositerà domani al Senato la mozione di sfiducia nei confronti del governo Renzi. Dalle prime anticipazioni sulla bozza del documento, diffuse dalle fonti parlamentari stellate, emerge la tesi di fondo alla base della campagna lanciata dopo l'esplosione dello scandalo sul petrolio in Basilicata legato all'inchiesta della Procura di Potenza: secondo il principale gruppo di oppposizione è tutto il governo a portare la responsabilità dei rapporti con i petrolieri e non bastano le dimissioni del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi a chiudere il caso.

Ecco che cosa è in gioco sulle trivelle

Mar, 05/04/2016 - 19:40
Il referendum popolare del 17 aprile è come l’innesco di una bomba. Se fa cilecca non succede nulla. Se invece si attiva, le conseguenze sono ben superiori a quelle promesse dal quesito. Tra due settimane, agli elettori maggiorenni di tutta Italia che si recheranno alle urne dalle 7 alle 23 verrà chiesto infatti di rispondere alla seguente domanda: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, 'Norme in materia ambientale', come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 'Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)', limitatamente alle seguenti parole: 'per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale »? Più chiaramente: volete che, al termine delle concessioni già rilasciate, le società petrolifere che attualmente estraggono gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane, non possano continuare a farlo fino ad esaurimento del giacimento, senza limiti di tempo? Come sempre, il referendum sarà valido se verrà raggiunto il quorum (50% + 1 degli aventi diritto); vince chi si aggiudica la maggioranza dei voti validi.

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Se vince il 'sì'.
Questo referendum abrogativo è stato promosso da nove Regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) e produce effetti giuridici solo in caso di vittoria del 'sì'. In ogni caso, non sono in discussione tutte le concessioni petrolifere e – sul piano strettamente giuridico – il voto non avrà effetti sull’intera politica energetica del Paese: condizionerà solo alcune delle concessioni marine già riconosciute, ossia quelle ubicate entro le 12 miglia dalla costa o dalle aree protette (poiché le altre continueranno a durare al massimo 30 anni), che, diversamente dal passato e da tutte le altre concessioni pubbliche, in base alla legge di Stabilità sono rinnovate oltre la loro scadenza fino a che il giacimento non è più considerato remunerativo. Se tutta la questione si esaurisse qui, una vittoria del 'sì' imporrebbe unicamente di interrompere quelle perforazioni o di trattare nuovamente royalties e scadenze con le società minerarie (italiane e straniere). Quindi, nessuno stop immediato alle piattafor- me attive né la perdita di posti di lavoro. Tuttavia, in caso di vittoria del 'sì' alla scadenza delle concessioni governative, decine di giacimenti dovrebbero essere abbandonati, con una perdita economica e occupazionale certa ancorché difficile da stimare, perché, come accade spesso in politica, i numeri vengono piegati alle convenienze di parte.

LO SCENARIO SE VINCE IL SI', SE VINCE IL NO

Quante piattaforme 'rischiano'.

I numeri sono sufficientemente chiari se ci si ferma alla fotografia delle concessioni su cui impatta il referendum. Rispetto all’intera industria estrattiva, che conta, secondo il ministero dell’Ambiente, più di 1.200 pozzi che coprono il 10% del fabbisogno nazionale di gas e il 7% del petrolio, la consultazione popolare, stando ai dati di Legambiente, mette a repentaglio il 27% del totale del gas e il 9% del greggio estratti in Italia che rappresentano però lo 0,95% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di gas. Più analiticamente, il voto popolare condizionerà, in caso di vittoria del 'sì' il futuro delle 35 concessioni di coltivazione che si trovano entro le 12 miglia; di queste, 3 sono inattive, 1 è in sospeso e 5 non risultano produttive. Pertanto, sono 26 le concessioni attive (79 piattaforme e 463 pozzi) che rischiano di veder saltare il proprio piano industriale in caso di vittoria dei referendari e, di queste, 9 concessioni (38 piattaforme) sono già scadute o si trovano in scadenza e hanno già presentato una richiesta di proroga, mentre 17 (41 piattaforme) scadranno tra il 2017 e il 2027 e andranno alla normale scadenza anche in caso di vittoria dei 'sì'.


Soldi e lavoro. 
Ben più complessa la stima degli effetti economici del referendum. Il ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti, nei giorni scorsi ha parlato di «ricadute oc- cupazionali pesantissime» quantificando in «10mila posti più l’indotto e miliardi di investimenti» il costo di una vittoria del 'sì'. Valutazioni che Nuova Ecologia smonta così: «Assomineraria parla di 13mila occupati nel settore estrattivo in tutta Italia, tra attività a terra e a mare (dentro e fuori le dodici miglia) e 5mila posti di lavoro a rischio con il referendum (...). Le stime ufficiali riguardanti l’intero settore di estrazione di petrolio e gas in Italia (fonte Isfol - Ente pubblico di ricerca sui temi della formazione, delle politiche sociali e del lavoro) parlano invece di 9mila impiegati in tutta Italia e di un settore già in crisi da tempo. Secondo l’ultimo rapporto della società di consulenza Deloitte, il 35% delle compagnie petrolifere, a causa del crollo del prezzo del greggio, è ad alto rischio di fallimento nel 2016, con un debito accumulato complessivamente di 150 miliardi di dollari».


Le ragioni del sì.
Il fronte del 'sì' è composito, perché va dalle Regioni ai comitati No Triv. Semplificando, chiede agli italiani di recarsi a votare il 17 aprile e di votare 'sì' perché le ricerche di petrolio e gas mettono a rischio gli habitat marini e non danno un beneficio durevole al Paese; in particolare, teme un incidente come quello avvenuto nel 2010 nel Golfo del Messico. Propone di convertire i lavoratori dell’industria mineraria nella produzione di energie rinnovabili da cui dipende più del 40% della nostra energia elettrica e che dà già lavoro a 60mila addetti, con una ricaduta di 6 miliardi di euro.


Le ragioni del no.
Anche il 'no' rappresenta una galassia complessa, che va dal governo, che ha negato l’accorpamento del referendum alle elezioni amministrative per disincentivare la partecipazione, al comitato Ottimisti e Razionali, l’alter ego 'industriale' dei No Triv. Chi chiede agli italiani di non andare alle urne o di votare 'no' avanza motivi economici e ambientali: secondo gli Ottimisti e Razionali, se si limita la durata delle concessioni – oltre a perdere lavoro e ricchezza nazionale – ci saranno meno investimenti e quindi anche meno si- curezza degli impianti, la cui sostenibilità, comunque, è garantita dalla rigidità delle procedure autorizzative e dal fatto che questo tipo di industria produce meno rifiuti rispetto ad altre, come la chimica e la siderurgia.


La posta in gioco. 
Su un punto sono tutti sinceri. Dal premier che cercherà di imporre la linea del 'no' alla direzione Dem di domani, che si preannuncia infuocata, al ministro Galletti, secondo cui il referendum significa solo «farsi del male»; da Legambiente, la quale annuncia che «il tempo delle fonti fossili è scaduto », al coordinamento nazionale No Triv, secondo cui «far esprimere gli italiani sulle scelte energetiche strategiche è la vera posta in gioco di questo referendum». La vera posta in gioco è politica. L’esito del referendum può indicare l’adesione degli italiani a un modello di sviluppo diverso da quello che ispira il governo e che i fautori del 'sì' giudicano eccessivamente piegato alle logiche del mercato e poco partecipativo. In questa logica, si comprende anche il ruolo delle Regioni, soggette, da tempo, a un ridimensionamento politico e finanziario.


I cattolici.
La Chiesa italiana in questi anni ha lavorato intensamente sui temi ambientali, una sensibilità catalizzata dalla 'Laudato si’': nelle scorse settimane alcuni vescovi, organismi diocesani e comunità si sono pronunciati in favore del sì al referendum. Esprimendo la posizione della Conferenza episcopale italiana, il segretario generale, monsignor Nunzio Galantino, ha spiegato che «non c’è un sì o un no da parte dei vescovi al referendum» ma ha invitato a «coinvolgere la gente a interessarsi alla questione». Manca il confronto ed invece bisogna «parlarne, non fermarsi al sì o al no, perché manca un sufficiente coinvolgimento delle persone. E non si tratta – ha sottolineato – del solo problema delle trivelle, domani ci sarà quello del nucleare, poi altri ancora. Manca piuttosto l’approccio culturale, il ragionare sulle cose».

Corridoi umanitari, altri 150 siriani in Italia

Mar, 05/04/2016 - 19:40
Corridoi umanitari: una scelta possibile
Per una piena integrazione delle persone l'accoglienza deve passare non dai centri ma dalle parrocchie e dalle comunità. Lo ha ribadito la Comunità di Sant'Egidio che ha rilanciato e offerto un primo bilancio del progetto «Corridoi umanitari», che ha sostenuto e finanziato autonomamente assieme alla Federazione delle Chiese Evangeliche Italiane e alle Chiese Valdesi e Metodiste.

Dopo i primi 97 profughi portati in Italia attraverso i corridoi umanitari, altri 150 siriani sono pronti ad arrivare nel nostro Paese entro la fine aprile con un volo di linea, provenienti da un campo profughi in Libano. Lo ha spiegato Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant'Egidio, sottolineando che l'articolo 25 del Regolamento dei visti dell'Unione Europea è stato il grimaldello per aprire una via legale a chi cerca protezione umanitaria in Europa. In questo senso, l'iniziativa ecumenica, che ha ricevuto anche il plauso di Papa Francesco, rapppresenta un modello replicabile anche da altri Stati europei e proprio per questo è necessario che «l'Europa ascolti la società civile»: «stiamo salvando persone in condizioni di vulnerabilità: donne soprattutto con bambini, anziani e disabili».

L'accordo su Ue e Turchia e il piano contestato sui profughi
All'alba sono iniziati primi trasferimenti previsti nell'ambito dell'accordo tra Ue e Turchia per limitare gli arrivi di migranti in Europa: 202 persone, sono state fatte imbarcare dalle isole greche di Lesbo e Kios per essere riportate in Turchia, sono partite all’alba su due traghetti diretti a Dikili, sulla costa turca. Le autorità greche hanno fatto sapere che sulla barca da Lesbo c'eranosoprattutto pachistani (124) con bengalesi (2), srilankesi (4), indiani (2),un iraqueno e due siriani, quest'ultimi avevano richiesto di partire. Sull'imbarcazione da Chios 42 erano afghani, 10 iraniani, 6 pachistani, 1 indiano, 1 somalo, 5 congolesi e 1 ivoriano. Simultaneamente i primi profughi che hanno ricevuto il diritto alla protezione internazionale sono stati trasferiti in Germania e Finlandia.
(Foto Twitter)

I punti controversi dell'accordo tra Ue e Turchia
L'applicazione pratica dell'accordo tra Ue e Turchia non è ancora chiara: uno dei punti oscuri riguarda il futuro dei migranti che in questo momento sono bloccati a Idomeni. Dove sono in corso anche proteste e blocchi di alcune delle principali strade di scorrimento da parte dei profughi.


Restano dubbi anche sulla quota di 72mila siriani che verrebbero accolti nel cosiddetto scambio «uno per uno» dall'Unione Europea. Si tratta di un numero basso rispetto a quelli ai flussi migratori degli ultimi mesi.
Oltre al fatto che moltissime organizzazioni internazionali hanno sottolineato come questi trasferimenti assomiglino a respingimenti in quanto rappresentano una violazione del diritto europeo alla protezione internazionale e della Convenzione di Ginevra sulla protezione dei rifugiati.

«Credo che la soluzione che l'Europa ha trovato sui migranti con l'accordo con la Turchia difficilmente funzionerà sul piano pratico e ha già creato una macchia sulla reputazione dell'Unione europea come Continente dei diritti umani» ha aggiunto la presidente della Camera Laura Boldrini, intervenendo a Isoradio.

Qualche decina di attivisti a Chios ha protestato scandendo la parola
"libertà", sotto striscioni dove si leggeva "fermate l'accordo
sporco", "stop deportazioni" "svegliati Europa".


(Foto Twitter)


L'appello del Centro Astalli per i visti umanitari
«Assistiamo al primo atto di una messa in scena gravissima ai danni dei migranti. Il traffico di esseri umani non si combatte colpendo le vittime - ha commentato padre Camillo Ripamonti, direttore del Centro Astalli -. Si tratta di violazioni inaccettabili ai danni di persone che vengono respinte perchè colpevoli di aver tentato di giungere in Europa».

Secondo Ripamonti, anzichè respingimenti di massa, servirebbe l'apertura di canali umanitari. «L'Unione Europea continua a non rispondere alla domanda principale: come è possibile oggi arrivare a chiedere asilo in Europa senza affidarsi ai trafficanti? - aggiunge -. Al momento non ci sono alternative legali. Ci pare ampiamente dimostrato che innalzare muri non basta e soprattutto non serve. Oggi si calpestano 60 anni di lavoro sui diritti umani».

Il Centro Astalli chiede ancora una volta l'attivazione immediata di visti umanitari per chi scappa da guerre e persecuzioni e ribadisce l'urgenza di creare vie alternative al traffico di esseri umani nel rispetto dei diritti dei migranti: «Rimane fondamentale che la gestione dei rifugiati sia fatta al livello europeo in maniera unitaria e organizzata, mettendo da parte egoismi e interessi nazionali». 
 

Lefebvriani, Francesco ha incontrato Fellay

Mar, 05/04/2016 - 19:40
Il Papa ha incontrato la settimana scorsa monsignor Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità San Pio X. Un incontro definito «cordiale» dagli stessi lefebvriani e confermato ieri dalla Sala Stampa vaticana, senza l’aggiunta di ulteriori commenti. A quanto si è appreso Francesco ha visto Fellay nel pomeriggio di venerdì 1° aprile a Casa Santa Marta. Un segnale che incoraggia un cauto ottimismo sul progressivo riavvicinamento tra la Chiesa cattolica e la comunità fondata a suo tempo da monsignor Marcel Lefebvre, il quale era incorso nella scomunica latae sententiae per aver ordinato nel 1988 quattro vescovi senza mandato papale. 


Le scomuniche ai quattro vescovi (il fondatore era scomparso nel 1991) erano poi state rimesse da Benedetto XVI all’inizio del 2009. E da allora sono continuati i contatti, anche tramite la Commissione Ecclesia Dei, costituita all’indomani della scomunica da Giovanni Paolo II e incaricata del dialogo con la Fraternità. L’incontro di venerdì scorso non è stato il primo tra Fellay e papa Bergoglio. Il 13 dicembre 2013 c’era stato un breve saluto, sempre a Casa Santa Marta, e precisamente nel refettorio, dove era stato Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, a presentare Fellay al Pontefice. Cordiale, come già ricordato, anche la seconda occasione, quella della scorsa settimana. Come sottolinea la Casa generalizia della Fraternità San Pio X, l’incontro si è tenuto presso Santa Marta venerdì 1° aprile alle 17. Un incontro definito «privato e informale», che «è durato 40 minuti e si è svolto in un clima cordiale».


«Dopo l’incontro – aggiungono i lefebvriani –, è stato deciso che gli scambi in corso continueranno ». Il comunicato ricorda inoltre che «non è stata affrontata direttamente la questione dello status canonico della Fraternità. Papa Francesco e il vescovo Fellay – si fa notare – ritengono necessario continuare questi scambi, senza decisioni precipitose». La Curia generalizia della Fraternità informa infine che il giorno successivo, sabato 2 aprile, il vescovo Fellay ha incontrato monsignor Pozzo. Dopo la remissione delle scomuniche, in effetti, tra i principali nodi da svolgere vi sono proprio la questione dello status e quella dell’accettazione del Concilio Vaticano II.


Quanto alla prima, la “soluzione canonica” che secondo alcuni la Santa Sede avrebbe proposto alla Fraternità San Pio X sarebbe quella della prelatura personale internazionale, ma solo a determinate condizioni, cioè con l’accettazione, da parte della Fraternità, del documento dottrinario redatto a seguito dei colloqui che si erano tenuti nei mesi precedenti. In pratica con l’accettazione del Concilio. Accettazione che finora continua a mancare, come anche le dichiarazioni di ieri sembrano confermare. 


Ad ogni modo, anche Francesco, come Benedetto XVI, continua nella politica della mano tesa, come si è visto anche e soprattutto nella lettera di indizione del Giubileo, nella quale il Papa scrive: «Per mia propria disposizione stabilisco che quanti durante l’Anno Santo della misericordia si accosteranno per celebrare il sacramento della Riconciliazione presso i sacerdoti della Fraternità San Pio X, riceveranno validamente e lecitamente l’assoluzione dei loro peccati». Del resto lo stesso Fellay, in un’intervista pubblicata sul sito ufficiale della Fraternità, pur ribadendo che non si può accettare tutto il Concilio, riconosce che «il Papa è molto umano» e gli dà atto di «una certa benevolenza» nei loro confronti.


Non mancano nelle parole del superiore della Fraternità gli accenti critici. «Certamente – afferma – dietro a tutto ciò c’è la Divina Provvidenza. La Divina Provvidenza che – aggiunge – opera per mettere dei buoni pensieri in un Papa che, su molti punti, ci spaventa enormemente, e non solamente noi; si può dire che tutti quelli che sono più o meno conservatori nella Chiesa sono sbigottiti da ciò che succede, da ciò che dice». Tuttavia, prosegue Fellay, «e, malgrado ciò, la Divina Provvidenza si adopera per farci passare attraverso questi scogli in un modo molto sorprendente.


Molto sorprendente, perché è chiaro che papa Francesco vuole lasciarci vivere e sopravvivere. Ha perfino detto, a chi lo vuole sentire, che non farebbe mai del male alla Fraternità. Ha anche detto che noi siamo cattolici. Ha rifiutato di condannarci per scisma, dicendo: “non sono scismatici, sono cattolici”, anche se dopo ha usato un termine un po’ enigmatico, cioè che noi siamo in cammino verso la piena comunione » (in particolare è l’aggettivo piena a suscitare problemi, secondo Fellay, ndr). Un cammino che comunque, al di là di qualche asprezza retorica, sembra proseguire.

Mafia e imprese, il giogo da spezzare

Mar, 05/04/2016 - 19:40
«Questo è solo l’inizio. I segni di riscatto ci sono. Da questo territorio nasce un messaggio di speranza, ma va coltivato dalle istituzioni». Così il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, conclude, tra gli applausi, il suo intervento nell’affollatissmo Teatro Giordano di Foggia.
Ad invitarlo è stato l’arcivescovo Vincenzo Pelvi che insieme alla Fondazione antiusura Buon Samaritano e alla Camera di commercio ha promosso l’iniziativa 'Foggia reagisce', quasi una chiamata alle armi contro la violenza mafiosa che colpisce questo territorio con attentati a ripetizione, ma anche per risvegliare la città dall’indifferenza e dalla rassegnazione.

«Contro i condizionamenti perversi della criminalità – è l’appello dell’arcivescovo –, la diffusione di comportamenti asociali, la nuova aggravata incidenza delle illegalità diffuse, l’impoverimento del potenziale umano giovanile costretto a emigrare e investire altrove le proprie attese e capacità, il nostro grido si fa più eloquente: Foggia reagisci!». Non ci sono scuse perche qui forze dell’ordine e magistratura sono più che presenti. Proprio nel giorno dell’evento un’operazione di Polizia e Guardia di Finanza, coordinate dalla Dda di Bari, ha portato all’arresto di 11 persone legate all’organizzazione mafiosa 'Società foggiana'. Avevano estorto un importante imprenditore del comparto agroalimentare, pretendendo somme e assunzioni. Per coprire queste attività illegali come consulenze, avevano costituito addirittura un consorzio.

«Un salto di qualità della mafia foggiana», l’ha definito il procuratore di Bari, Giuseppe Volpe, ma che è stato individuato senza alcuna collaborazione da parte dell’imprenditore che «ha assunto un contegno reticente, fuorviante e omertoso, che ha determinato nei suoi confronti la contestazione del reato di favoreggiamento». Un comportamento non isolato. Che Roberti denuncia con forza. «Se l’imprenditore paga è perché la mafia offre un servizio e lui è ben felice. Ma questo ha a che fare con l’estorsione? Spesso è invece un vero accordo tra imprenditore, mafioso e rapprentanti delle istituzioni. Come c’è il patto di scambio politicomafioso, previsto dal Codice penale, ci dovrebbe essere quello imprenditorialemafioso. Se ne era parlato qualche anno fa, poi non più. Sarebbe il caso di tornare a parlare».

Raccoglie l’appello il presidente della Camera di commercio, Fabio Porreca. «Noi imprenditori dobbiamo stare lontani dalla zona grigia, dobbiamo denunciare. Non ci possono essere comportamenti ambigui e contraddittori». Ma c’è qualcosa che possono fare anche i cittadini, come sottolinea il presidente onorario della Fai, Tano Grasso. «Contro una situazione paludosa nel mondo delle imprese non basta la solidarietà verso chi denuncia, ma serve che i cittadini facciano avvertire la loro riprovazione forte e rigorosa contro chi paga il pizzo, è acquiesciente verso le mafie o addirittura colluso».

È il 'noi' che fa la differenza. «Per ricostruire una cultura della legalità – dice ancora monsignor Pelvi – occorre cominciare dal basso promuovendo un’opera di rigenerazione collettiva di nuovi rapporti sociali, a cui tutte le componenti della società sono chiamate a dare il loro apporto ». Ma, aggiunge, «qui ci vuole il coraggio della profezia; il coraggio di alcuni aggettivi della fede, come la trasparenza, il radicalismo, il servizio». Come Francesco Marcone, direttore dell’Ufficio del registro di Foggia ucciso il 31 marzo 1995. La figlia Daniela, vicepresidente nazionale di Libera ricorda. «Ventuno anni fa bisognava lottare coi denti, se parlavo di mafia mi dicevano che sporcavo la città. Oggi abbiamo detto chiaramente cosa è la mafia a Foggia. La città sta cambiando, sta reagendo. Non si deve tornare indietro. Forse nella nostra città fare il proprio dovere è rivoluzionario. E allora facciamola questa rivoluzione».

«Libia, servono economia e sicurezza»

Mar, 05/04/2016 - 19:40
«Queste prime giornate sono sorprendenti: con l’eccezione dei primi scontri all’arrivo di Sarraj a Tripoli, poi non si è più sparato un colpo», commenta Claudia Gazzini. «Certo siamo ai primi giorni e nelle prossime settimane ci si può aspettare qualche scontro nelle periferie di Tripoli con i gruppi armati che non riconoscono il premier. I problemi maggiori sono fuori Tripoli dove l’esercito di Khalifa Haftar pare non voglia riconoscere l’esecutivo di unità nazionale»


Le prime richieste di Sarraj sono aiuti economici e sanitari, non militari. Ma come consolidare dal basso istituzioni non ancora ben definite?
In primo luogo serve una legittimità all’interno della Libia, e non solo quella internazionale del Consiglio di Sicurezza. Il primo passo è risolvere le tensioni con il parlamento di Tobruk. Diversamente ci potrebbero essere ripercussioni legali che bloccherebbero l’accesso ai fondi libici. Risanare i rapporti con Tobruk è fondamentale anche dal punto di vista simbolico perché nell’Est del Paese ancora molti considerano legittimo solo quel parlamento.


Un passaggio ineliminabile. Una volta ottenuto questo riconoscimento, come costruire il consenso sociale. Si parla molto, al riguardo, della gestione dei proventi petroliferi...
Ci sono due priorità per il governo: risanare la condizione economica allo sfascio e ridare sicurezza. Oggi in Libia non si riesce ad accedere ai conti in banca, manca il contante, mentre il cambio avviene solo al mercato nero che costa tre volte quello ufficiale, in un Paese che dipende, anche per i beni di consumo, per il 90% dall’estero. Questo già creerebbe un grandissimo sostegno dei cittadini. A più lungo termine Sarraj deve riavviare la produzione petrolifera, ai minimi storici, riattivando i due poli petroliferi chiave: quello del bacino di Sirte e l’oleodotto che porta il petrolio al porto di Zawiya. Una produzione di un milione di barili al giorno è il minimo per portare i conti in pari: al momento la Libia ha per il 2016 una previsione di deficit di 25 miliardi di dollari.


E le priorità per la sicurezza?
La Libia oggi è divisa in vari gruppi armati con diverse fonti di legittimità: sarà essenziale riuscire a farli dialogare. La chiave è il rapporto fra Sarraj e Haftar perché agli occhi di molti libici il Libian national army di Haftar è il solo vero esercito nazionale, mentre Sarraj vuole crearne uno del tutto nuovo.


Lo sforzo della diplomazia è stato di evitare soluzioni militari affrettate: quale metodo usare in un contesto così complesso?
Uscire da una analisi militare limitata a Tripoli. Il team dell’Onu si è concentrato sulla sicurezza nella capitale per far arrivare Sarraj. Ora si deve aumentare lo staff che lavora al comando del generale Serra – sette persone non sono sufficienti – e creare dei gruppi di lavoro con le fazioni armate dell’Est e del Sud. Liberata Tripoli, si deve aprire un dialogo nazionale ad ampio raggio. Si deve pure evitare che gruppi di comando stranieri operativi in Libia si associno con gruppi militari sono contrari al governo di unità nazionale. Si è parlato molto di forze speciali francesi a Bengasi che forniscono intelligence e logistica al Libian national army di Haftar mentre il governo francese sostiene ufficialmente Sarraj. Bisogna evitare di allearsi semplicemente con chi è presente sul campo, ma stringere alleanze coordinate con il governo nazionale.


Ci sono altri casi simili?
L’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti sono presenti sul tereno con modalità simili. Non so di altri Paesi europei che appoggiano forze al di fuori del governo di unità.

Dopo la campagna del 2011 con i bombardamenti aerei si sta affermando un nuovo modello di intervento nella regione da parte della comunità internazionale?
Bisognerà aspettare l’evoluzione delle prossime settimane. Comunque noi auspichiamo un intervento straniero limitato ad azioni mirate, di sostegno all’evoluzione del quadro politico interno. Certo esiste una forte tensione in Libia, in molti ancora percepiscono il governo Sarraj come una ingerenza straniera.


Grande frammentazione e complessità. Con in più il Daesh da contrastare. Con quale strategia? 
Non esiste un’unica strategia: a Sirte controlla da solo la città: qui si deve creare una coalizione di forze anti-Daesh. A Bengasi opera assieme ad altri gruppi islamisti: questo chiede di spezzare la coalizione. A Derna, poi, Daesh è combattuto dagli stessi gruppi che a Bengasi lo combattono. Qualsiasi strategia richiede prima una corretta analisi di come Daesh vive ed esiste nelle diverse realtà.

Molestie, archiviazione per mons. Antonazzo

Mar, 05/04/2016 - 19:40
Una bolla di sapone era e come una bolla di sapone, puf, è scoppiata. Domenica Luciano D’Emmanuele, procuratore di Cassino comunicava di aver chiesto l’archiviazione per monsignor Gerardo Antonazzo, vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, per «difetto di querela», ossia perché non c’era stata alcuna querela. Inoltre, «al fine della tutela di una corretta informazione e della posizione dell’indagato», correggeva la notizia data sabato da un’agenzia di stampa: i seminaristi accusatori del vescovo non sarebbero sette o otto ma molti di meno, uno o forse due.

Scoppia la bolla, ma scoppia soprattutto la solidarietà nei confronti del vescovo. Domenica , con Antonazzo impegnato nelle cresime – secondo programma e senza alcuna variazione: prima a Cassino, poi a San Giorgio a Liri – in diverse chiese della diocesi i sacerdoti hanno invitato i fedeli a pregare per lui. C’è anche una nota ufficiale in cui l’Azione cattolica esprime «vicinanza e affetto al vescovo e assicura la preghiera di tutta l’associazione invitando tutti a unirsi a essa». Solidarietà giunge anche dalla comunità civile e politica. Il sindaco di Sora, Ernesto Tersigni ieri commentava amaramente: «Viviamo in un mondo difficile, dove prevalgono l’invidia e l’ingratitudine. Esprimo seria preoccupazione per il grado di ferocia delle calunnie messe in piedi per colpire la nostra guida spirituale». Parole lusinghiere e non di circostanza: «Esprimo al vescovo Antonazzo tutta la vicinanza mia e di tanti cittadini che, in questi giorni, gli stanno manifestando la loro piena solidarietà. E ringrazio il nostro caro vescovo per le opere che in questi anni ha compiuto sul territorio diocesano».

Il candidato sindaco Augusto Vinciguerra si univa al coro: «Sono sempre più convinto che esiste una lobby di potere che vuole fermare i cambiamenti e le persone che tentano di attuarli in qualsiasi luogo e situazione. La destabilizzazione di un territorio, il buttar fango su una persona, è un’arte sottile e schifosa». A Cassino, infine, anche il sindaco Giuseppe Golini Petrarcone spiegava di aver espresso al vescovo al telefono la solidarietà sua e della comunità cassinate per una vicenda che «sembra artatamente confezionata».

Una bolla caricata a fango, dunque, della cui confezione si cominciano a conoscere i dettagli. Alcuni li ha rivelati domenica Angela Nicoletti, collaboratrice di un quotidiano romano, con una lettera al direttore in cui spiega di aver ricevuto lei la lettera di un ex seminarista con le accuse ad Antonazzo, accuse cui ha subito dato ampio credito. A quel punto, però, anziché condurre lei l’indagine e fare scoppiare lo scandalo sul suo quotidiano, ha preferito passare la lettera al procuratore di Cassino, affinché fosse lui a indagare. La giornalista è prodiga di dettagli sulle «indagini certosine» condotte dalla procura, e le insinuazioni su Antonazzo sono pesanti, con una tecnica collaudata: ammiccamenti, allusioni, sapienti virgolettati, tutto teso a gettare fango sulla vita di Antonazzo. Un tentativo di character assassination, direbbero gli americani.

Ce n’era abbastanza per far partire sul web l’immancabile teoria del complotto. Nessuno in Ciociaria dà credito alle accuse nei confronti di un vescovo conosciuto e stimato. Ma qualcuno avanza ipotesi su chi e perché avrebbe caricato a fango la bolla. Si fa notare come la diocesi, con il recente accorpamento delle parrocchie di Cassino, sia la più popolosa del Lazio dopo Roma; e della stima di cui Antonazzo gode anche in Vaticano dove, secondo fonti d’agenzia, il dossier con le accuse è stato bollato come «costruito ad arte da persone respinte dal seminario», secondo un copione purtroppo non nuovo: candidati al sacerdozio ritenuti inadatti, e quindi allontanati, covano risentimento e si prendono la loro vendetta. Se così fosse, miserabili loro, ma ancor più miserabile che se ne fa altoparlante.
LA VICENDA, LA DIFESA DI ANTONAZZO

A Milano l'ultimo saluto a Cesare Maldini

Mar, 05/04/2016 - 19:40
Con tre brevi applausi che hanno rotto un composto silenzio, un migliaio di persone ha accolto il feretro di Cesare Maldini alla basilica di Sant'Ambrogio, dove questa mattina si sono svolti i funerali di uno degli sportivi più amati in Italia.

L'umanità di Cesare Maldini, preponderante rispetto alla dimensione di sportivo popolare, e l'unità della sua famiglia, "una grande, bella squadra, vincente e orgogliosa del suo capitano, che ha accompagnato ricambiando la sua tenerezza anche negli ultimi tratti della lunga malattia". Si è concentrato su questi due aspetti monsignor Erminio De Scalzi nella sua omelia, celebrando il funerale della bandiera del Milan ed ex ct della Nazionale.

Ad ascoltarla anche un migliaio di persone che non sono potute entrare e che hanno seguito la celebraione all'esterno grazie agli altoparlanti. De Scalzi ha sottolineato che "dietro il personaggio pubblico, lo sportivo, il volto noto della tv, c'era un uomo con la sua profondità di affetti, l'attaccamento alla famiglia, e le sue fragilità. Ma guardando Cesare Maldini - ha aggiunto - non si può dire che c'era anche un uomo: c'era soprattutto un uomo, nel senso più bello. Un marito, un papà, un nonno. Un volto che tutti collegano ad autentiche e sincere gioie dello sport. Era un esempio di signorilità, uno scopritore di talenti fra cui quello del figlio Paolo".

De Scalzi ha anche citato un ricordo scritto da Angelo Casati, il parroco che ha battezzato alcuni dei sei figli di Cesare Maldini e sua moglie Marisa: "Mai il ruolo pubblico aveva soffocato la sua umanità, mai i traguardi sportivi l'avevano incrinata o oscurata".

Un lungo e srosciante applauso ha accompagnato anche l'uscita del feretro di Cesare Maldini dalla basilica di Sant'Ambrogio. "Grande Cesare" e "Forza Paolo e siamo tutti con te" le grida che si sono alzate dalla folla. Paolo Maldini visibilmente commosso e con gli occhi lucidi ha raccolto l'abbraccio e il saluto di decine di persone. Tra i più commossi anche Teo Teocoli, il comico che fece di Cesare una celebre imitazione, molto popolare.