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La “vetrina” di Avvenire.it: le notizie principali, gli approfondimenti, le nostre inchieste, multimediaL'Iran ha impiccato ReyhanehÈ stata impiccata a mezzanotte Reyhaneh Jabbari, la giovane iraniana condannata a morte nel 2009 per avere ucciso l'uomo che tentava di stuprarla. Inutile la mobilitazione internazionale per salvarla, che ha visto in prima linea Amnesty International. Proprio ieri, venerdì, la madre aveva lanciato un ultimo appello disperato. "Intervenite al più presto - aveva detto Sholeh Pakravan - fate qualcosa per salvare la vita di mia figlia".

Reyhaneh, 26 anni, era stata arrestata nel 2007 per l'omicidio di Morteza Abdolali Sarbandi, un ex dipendente dell'intelligence di Teheran, che l'avrebbe attirata nel suo appartamento con la scusa di offrirle un incarico e poi avrebbe tentato di abusare di lei. Nel 2009 il tribunale aveva deciso la condanna a morte. Il relatore dell'Alto commissariato per i diritti umani dell'Onu aveva denunciato che il processo era stato viziato da molte irregolarità e non aveva tenuto conto che si era trattato di legittima difesa di fronte a un tentativo di stupro.

Il 30 settembre scorso la madre della ragazza aveva lanciato un appello anche alle autorità italiane per la salvezza della figlia. All'appello avevano risposto il ministro degli Esteri Federica Mogherini e altre autorità politiche e religiose. Una campagna per salvarla era stata lanciata su Facebook e Twitter il mese scorso e, in un primo momento, sembrava che avesse portato a una sospensione temporanea dell'esecuzione.

Il perdono della famiglia della vittima avrebbe salvato Reyhaneh dalla forca, ma il figlio dell'uomo ha chiesto che la ragazza negasse di aver subito un tentativo di stupro e lei si è sempre rifiutata di farlo.

Proprio ieri, venerdì, Reyhaneh ha visto la madre in carcere, Shole Pakravan, la quale ha riferito che la figlia aveva la febbre e stava male.

Secondo l'Onu dall'inizio dell'anno in Iran sono già state giustiziate 250 persone.

Il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, in una nota ha espresso il suo dolore. "L'uccisione di Reyhaneh è un dolore profondissimo", si legge. "Avevamo sperato tutti che la mobilitazione internazionale potesse salvare la vita di una ragazza che invece è vittima due volte, prima del suo stupratore poi di un sistema che non ha ascoltato i tanti appelli", aggiunge il ministro, "a conferma che è proprio sulla difesa dei diritti fondamentali che il dialogo tra i Paesi resta più difficile. Eppure la difesa dei diritti umani e l'abolizione della pena di morte sono battaglie fondamentali che l'Italia non rinuncerà mai a portare avanti in tutte le sedi"./Mondo/Pagine/iran-Reyhaneh-Jabbari-impiccata.aspx25/10/2014 12.36.56Il Papa ai disoccupati: vi sono vicinoSiate testimoni di speranza anche nella precarietà. E’ l’esortazione che Papa Francesco rivolge a tutti i giovani senza lavoro. L’occasione è il messaggio inviato al Convegno Cei, in corso a Salerno, sul tema “Nella precarietà la speranza”.
 
Forti del Vangelo, non perdete la speranza anche “in un tempo segnato da incertezze, smarrimento e grandi cambiamenti”. Papa Francesco ha parole di incoraggiamento per i giovani senza lavoro. Nelle visite compiute in Italia, sottolinea, “ho potuto toccare con mano la situazione di tanti giovani disoccupati, in cassa-integrazione o precari”. E ribadisce che questo “non è solo un problema economico, è un problema di dignità”.

E aggiunge che “dove non c’è lavoro, manca la dignità, l’esperienza della dignità di portare a casa il pane!” E purtroppo, annota, “in Italia sono tantissimi i giovani senza lavoro”. Davvero, prosegue con rammarico il Papa, “si ha la sensazione che il momento che stiamo vivendo rappresenti la passione dei giovani. È forte la cultura dello scarto: tutto ciò che non serve al profitto viene scartato”. E ancora una volta ammonisce che scartando i giovani si scarta “il futuro di un popolo”.

Questa è la “precarietà”, scrive il Pontefice. “Ma poi – aggiunge – c’è l’altra parola: speranza. Nella precarietà, la speranza”. “Come fare a non farsi rubare la speranza nelle sabbie mobili della precarietà?”, si chiede Francesco. “Con la forza del Vangelo – è la sua risposta - Il Vangelo è sorgente di speranza, perché viene da Dio, perché viene da Gesù Cristo che si è fatto solidale con ogni nostra precarietà”.

Voi, si legge ancora nel messaggio, “siete giovani che appartenete alla Chiesa, e perciò avete il dono e la responsabilità di mettere la forza del Vangelo in questa situazione sociale e culturale”. Il Vangelo, conclude, “genera attenzione all’altro, cultura dell’incontro, solidarietà. Così con la forza del Vangelo sarete testimoni di speranza nella precarietà”./Chiesa/Pagine/papa-messaggio-disoccupati.aspx25/10/2014 12.24.33Kurdistan, arriva il progetto-famiglia"Non possiamo rassegnarci a pensare al Medio Oriente senza i cristiani". Il grido di Papa Francesco non ha lasciato indifferente il mondo delle associazioni cattoliche. Così la Cei e la Caritas Italiana lanciano un appello agli italiani per sostenere le comunità cristiane in Iraq, rifugiate in Kurdistan dopo gli attacchi dell'Isis e ancora bisognose di tutto. La prima iniziativa, denominata "Progetto Famiglia", riguarda la realizzazione di gemellaggi con famiglie di profughi, finalizzati ad assicurare un minimo dignitoso a una famiglia di 5 persone. Ci si può impegnare - spiega in una nota la Conferenza Episcopale Italiana - per un giorno (5 euro), un mese (140 euro), per un trimestre (420 euro), per un semestre (840 euro) o per un anno (1.680 euro).

La seconda ("Progetto Casa") riguarda l'acquisto di 150 container per l'alloggio di altrettante famiglie. In questo caso, il costo è di 3.140 euro per unità. Infine, la terza iniziativa ("Progetto Scuola") riguarda l'acquisto di 6 autobus per il trasporto dei bambini in otto scuole a Erbil e a Dahuk: ogni pullman costa 40.720 euro.   

Per sostenere gli interventi, le offerte vanno inviate - indica la Cei nella nota - a Caritas Italiana, via Aurelia 796 - 00165 Roma, tramite C/C Postale N. 347013, specificando nella causale: Gemellaggi l’Iraq / Progetto Famiglia (oppure Casa oppure Scuola).

Offerte sono possibili anche tramite altri canali, tra cui: UniCredit, via Taranto 49, Roma - Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063119; Banca Prossima, piazza della Libertà 13, Roma - Iban: IT 06 A 03359 01600 100000012474; Banco Posta, viale Europa 175, Roma - Iban: IT91 P076 0103 2000 0000 0347 013; Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma - Iban: IT 29 U 05018 03200 000000011113; on line su www.caritas.it.

Questi aiuti si aggiungeranno al milione di euro messo a disposizione dalla Cei per la prima emergenza che ai due milioni e trecentomila euro destinati alla costruzione di un'Università cattolica, entrambi stanziati dai fondi otto per mille. /Mondo/Pagine/Caritas-galantino.aspx25/10/2014 12.24.34Così le giovani lasciano Londra per il jihad​Sono almeno sessanta le donne del Regno Unito che hanno abbandonato famiglia e studi per recarsi in Siria e arruolarsi nell’esercito dello Stato Islamico. La più giovane, Yusura Hussein, una ragazzina di 15 anni di Bristol con un futuro da dentista, è partita neanche un mese fa lasciando ai genitori una nota con poche spiegazioni.

«Non vi preoccupate, sarò felice». Eppure, il giorno prima della fuga, a scuola, «Yusura sembrava quella di sempre», hanno commentato le sue compagne. La nazione è sbigottita e non riesce a spiegarsi il perché queste giovani musulmane – proprio mercoledì scorso la polizia ha arrestato una 25enne sospettata di preparare un attentato – abbiano scelto di abbandonare un Paese ricco di opportunità, un Paese che le rispetta, che le incoraggia a studiare e a emanciparsi per rischiare la vita in Siria al fianco di terroristi.

«All’inizio – spiega Katherine Brown, professore di Studi Strategici al King’s College di Londra – la maggior parte di queste donne si recava in Siria per raggiungere i mariti che combattevano per lo Stato Islamico o per sposarsi in matrimoni combinati dalla famiglia. Ma oggi è diverso, vengono indottrinate dai social media, idealizzano uno stile di vita regolamentato dalla sharia dove ricoprono un ruolo importante e indipendente, rincorrono un’utopia». L’influenza dei social media, continua la Brown, «non è indifferente». «Questi offrono alle donne ogni sorta di consiglio pratico e non, da come recarsi in Siria a come passare inosservate all’occhio delle autorità e rappresentano uno strumento perfetto per fare propaganda».
È vero, conferma Melanie Smith, ricercatrice dell’International Centre for the Study of Radicalisation (ICSR), che «il desiderio di diventare "sposa jihadista" non è più il solo a spingere le donne ad abbandonare l’Occidente. Quello a cui ambiscono di più oggi è partecipare alla creazione di un nuovo stato islamico. Recarsi in Siria e lasciarsi alle spalle una società dalla quale si sentono ignorate, le fa sentire improvvisamente importanti». Khadijah Dare, una ventiduenne del sud di Londra sembrava che all’inizio fosse stata costretta ad andare in Siria dalla famiglia per sposare un militante islamico di origini svedesi, Abu Bakr. Ma poco dopo è salita alla ribalta delle cronache per aver scritto su Twitter che voleva essere la prima donna jihadista a uccidere un ostaggio occidentale. Perché, viene naturale chiedersi, una donna nata, cresciuta ed educata in un Paese civile come il Regno Unito, arriva a voler commettere un atto così barbarico?
La religione musulmana è la seconda più grande del Regno Unito dopo quella cristiana e la popolazione musulmana è quella che sta crescendo più velocemente delle altre. Secondo l’ultimo censimento del 2011 sono quasi tre milioni, (due milioni e 786mila) i musulmani del Regno Unito, il 4,4% dell’intera popolazione. Ma oggi più che mai la vecchia filosofia e pratica del multiculturalismo appare irrimediabilmente superata e non si può parlare di Gran Bretagna come modello di perfetta integrazione tra fedi e culture diverse. «Le comunità musulmane nella maggior parte delle città britanniche – spiega David Thomas, professore di Cristianesimo e Islam dell’Università di Birmingham – non hanno più di cinquant’anni. Le prime due generazioni di immigrati hanno mantenuto legami molto forti con il proprio Paese d’origine, soprattutto Pakistan e India e di conseguenza molte comunità sono rimaste chiuse tra di loro».

Così chiuse che la maggior parte dei ragazzi musulmani britannici frequenta ancora oggi scuole islamiche, ce ne sono 170 sparse nel regno tra pubbliche e private e oltre a queste ci sono circa settecento madrasse, solitamente localizzate all’interno di moschee, che insegnano part-time.
Le comunità musulmane del Regno Unito sono a volte così isolate che non solo vivono, imparano e pregano a parte, ma cercano il più possibile di gestirsi da sole anche a livello legale e giudiziario. Per risolvere le dispute interne non si rivolgono solo alle autorità ufficiali ma anche e più volentieri alle corti locali musulmane, conosciute come "sharia courts". Ce ne sono sparse ovunque e nei posti più improbabili: la più controversa si trova a Dewsbury, nel West Yorkshire, all’interno di un vecchio pub, ed è registrata come ente di carità per sgravarsi di alcune tasse. «Se si prende in considerazione il fatto che la Gran Bretagna è molto lontana dall’immagine di multiculturalismo con cui viene dipinta nel resto d’Europa – prosegue il professor Thomas – diventa più facile capire perché queste ragazze decidono di lasciarla e recarsi in Siria. Molte di loro non sentono di appartenere a questa nazione, hanno bisogno di trovare la loro identità altrove e l’idea di partecipare alla costruzione di un nuovo stato diventa per loro estremamente allettante. Soprattutto quando sono così ben indottrinate dai leader dello Stato Islamico attraverso i social network».

Recentemente i jihadisti hanno chiesto a medici, ingegneri e architetti di unirsi a loro per la costruzione di un nuovo stato. «Lo hanno fatto anche per far capire al resto del mondo – spiega la Brown – che non sono solo un gruppo di combattenti ma che stanno facendo sul serio, che vogliono costruire uno stato da zero.
Un concetto che fa particolarmente colpo sulla sensibilità femminile. C’è, infatti, molto romanticismo nei racconti delle giovani donne che intendono aderire all’Is sui social network. Le si sente spesso parlare di un nuovo progetto politico, di una "vita idilliaca" regolata dalla legge islamica». Ma la realtà in cui si trovano una volta arrivate in Siria è ben diversa. Nella al-Khansaa brigade, una forza di polizia nella città di Raqqa tutta al femminile dove finisce la maggior parte delle giovani britanniche, la funzione delle jihadiste non ha niente di eroico; per lo più si occupano di faccende domestiche, di far rispettare la sharia alle colleghe e di perquisire, ogni tanto, un nemico sospetto travestito da donna. «Sui social network si fa molto sensazionalismo – conclude la Brown –. Si vedono spesso donne in posa aggressiva, vestite in tuta mimetica con il kalashnikov in spalla e una cintura esplosiva legata in vita, ma molto più spesso queste donne sono vittime di abusi sessuali perpetrati dalle stesse persone che avevano promesso di proteggerle e renderle importanti».
La maggior parte delle donne britanniche che si recano in Siria ha tra i 16 e i 24 anni: molte lasciano alle spalle una famiglia disperata che avrebbe voluto per loro un futuro diverso da quello della jihadista. Zahra e Salma Halane, due gemelle di 16 anni di Manchester, sono scappate di casa lo scorso luglio per raggiungere il fratello in Siria. Avevano appena passato la maturità con ottimi voti e si erano già iscritte al college. Ora sono sposate con combattenti dell’Isis. Le donne britanniche che decidono di aderire all’Isis dicono spesso che lo fanno perché si sentono tradite dalla società occidentale, che in Occidente non possono esprimere la loro identità senza essere giudicate, che non possono praticare l’Islam come vorrebbero e spesso criticano il sistema politico. Ma una volta arrivate in Siria si rendono presto conto di essere state strumentalizzate.

«Molte di queste ragazze – spiega Shaista Gohir dell’UK Muslim Women’s Network – sono ingenue, non capiscono il conflitto, non sanno in realtà in cosa credono, e così vengono facilmente manipolate. Alcune portano con se figli piccoli, altre credono di andare a far parte di una missione umanitaria. Ma non è affatto così: nella maggior parte dei casi finiscono vittime di abusi e violenze sessuali da parte dei jihadisti». Una triste realtà che è stata confermata anche dai risultati di un’indagine, pubblicata un mese fa delle Nazioni Unite, secondo la quale i militanti dell’Is hanno già costretto alla schiavitù sessuale oltre mille e 500 tra donne, bambine e bambini./Mondo/Pagine/cosi-le-giovani-musulmane.aspx25/10/2014 12.24.34Ebola, superati i 10.000 casi di contagio

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha emesso, da Ginevra, il consueto bollettino periodico sui dati dell'epidemia di ebola, che sta sconvolgendo tre Paesi dell'Africa occidentale e rischia di seminare il panico anche negli Stati Uniti. Il bilancio aggiornato registra 4.922 decessi, dallo scoppio dell'epidemia, e 10.141 casi di contagio provato o sospetto.

Il triste record. I Paesi nell'occhio del ciclone restano quelli tristemente noti: Liberia, Sierra Leone e Guinea, che da soli registrano 4.912 vittime e 10.114 contagi. Nella cifra totale sono inclusi i casi registrati negli scorsi mesi in Nigeria e in Senegal, dove la diffusione della malattia è stata fermata (l'Oms ha dichiarato entrambi i Paesi "liberi dal virus"), e i noti casi isolati in Spagna, Stati Uniti, nonché la prima vittima in Mali.

I Paesi "a rischio". E proprio il Mali, con la Costa d'Avorio, è ad alto rischio di "importazione" del virus letale. La vittima, una bambina di due anni, proveniva infatti dalla confinante Guinea. E l'Oms informa che, degli 8 distretti di Liberia e Guinea confinanti con la Costa d'Avorio, due hanno riportato casi di ebola sospetti o confermati.

Le rassicurazioni di Obama. "L'ebola non si prende facilmente. Non ci si ammala con il contatto casuale di una persona. L'unico modo è il contatto diretto con i fluidi corporei di qualcuno che ha i sintomi". Lo ha ribadito il presidente Usa, Barack Obama, nel discorso settimanale. "Dobbiamo farci guidare dalla scienza, dai fatti, e non dalla paura. Il presidente ha quindi fatto riferimento ai casi sospetti registrati a New York. "Ieri i newyorchesi hanno fatto quello che fanno tutti i giorni: preso il bus, la metropolitana, sono andati al lavoro. Quello spirito, quella determinazione di andare avanti è parte di ciò che rende New York una delle grandi città del mondo", ha aggiunto. Obama ha ricordato che 7 americani sono stati ricoverati per aver contagiato il virus dell'ebola e sono tutti guariti. Venerdì il presidente aveva incontrato alla Casa Bianca l'infermiera di Dallas, Nina Pham, e l'aveva salutata con un abbraccio.

/Mondo/Pagine/ebola-oms-vittime-supera-4900.aspx25/10/2014 12.48.47Oggi Cgil in piazza a RomaLa Cgil invade la Capitale con due cortei. La segretaria generale Susanna Camusso non ha voluto dare numeri sulla manifestazione che si conclude a Piazza San Giovanni (mentre il corteo dell’Ugl sfila fino Piazza Santi Apostoli). Ma un’indagine commissionata dal sindacato rivela che si attendono più di un milione di persone. Di certo ci sono le cifre fornite dall’organizzazione: 2.500 pullman da tutta Italia e dall’estero, dieci treni straordinari, una nave e due voli charter dalla Sardegna. «Il governo – afferma Camusso – deve ascoltare la voce delle grandi organizzazioni sindacali non da una certa soglia di numeri in su, deve ascoltare la voce del lavoro e di chi propone il tema di creare lavoro e non togliere diritti».

«È scattata tra le persone  – sottolinea il leader della Fiom, Maurizio Landini – la necessità di rendere evidente che su lavoro ed economia non c’è più consenso con le politiche del governo. Nei prossimi giorni decideremo per lo sciopero generale». Anche il governatore della Puglia Nichi Vendola ritiene «che lo sciopero sia maturo nei confronti del governo Renzi».

Al di là degli esponenti politici di Pd (con Gianni Cuperlo alla guida di un drappello della minoranza del partito), Sel e altri partiti, la macchina organizzativa della Cgil ha lavorato a pieno ritmo per coinvolgere vasti strati di popolazione: studenti universitari dell’Udu, con la partecipazione di lavoratori del Cnr e dei dottorandi. Secondo la vicesegretaria del Pd Debora Serracchiani «è legittima la partecipazione della minoranza del Pd, così come è legittimo il confronto, all’interno del partito e altrettanto legittima l’azione di governo».

Da notare l’assenza di M5S: «Il problema è la credibilità ormai azzerata dei sindacati confederali», affermano i deputati M5S membri della commissione Lavoro.
Un’apertura al dialogo arriva infine dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi: «Questo non è il momento degli scontri. Sarebbe il momento di unire le forze»./Politica/Pagine/cgil-oggi-in-piazza.aspx25/10/2014 12.24.34Rifiuti tossici, il Molise è una polverieraAncora lo scorso gennaio erano state trovato altre conferme alle parole pronunciate nel 1997 dal solito Carmine Schiavone, pentito di camorra, sulle destinazioni dei rifiuti tossici trafficati e sversati clandestinamente: «Tutto il Matese fino alla zona di Benevento... Fino al 1992 noi arrivavamo come clan (dei casalesi, ndr) nel Molise fino a Isernia e zone vicine». Conferme saltate fuori durante gli scavi nel terreno di Strada di Cupra, zona del venafrano, con quei rifiuti scoperti a cinque metri di profondità. Insomma, sembra notte abbastanza fonda anche in questa piccola regione e sembra che anche qui nessuno se ne preoccupi troppo.

Molte cose effettivamente non tornavano. Molte preoccupazioni stavano prendendo corpo e troppi bambini si ammalavano di tumore. Così le "Mamme per la salute e l’ambiente" di Venafro, paese molisano a cavallo fra Lazio e Campania, si mossero già sei anni fa. Raccolsero una foglia di fico e la spedirono alla "Nanodiagnostic" di Modena perché fosse analizzata. Risultato: «L’inquinamento sulla foglia induce a prendere precauzioni per l’ingestione dei prodotti dell’orto o dell’agricoltura cresciuti nella zona in cui tale inquinamento esiste», zona che «dovrebbe essere determinata con un grado accettabile di precisione».

Racconta Bartolomeo Terzano, presidente molisano dei "Medici per l’ambiente" (Isde), come «nella nostra regione ci siano due localizzazioni ad alto rischio». Una di queste è proprio Venafro, dove «la situazione industriale è stata mal controllata e mal gestita», tant’è che adesso è stato quasi tutto chiuso, ma «passando la mano a due grossi "camini" (le ciminiere, cioè il sistema di evacuazione industriale dei fumi, ndr), uno di un cementificio che ha avuto l’autorizzazione a bruciare circa 40mila tonnellate annue di cdr ("combustibile derivato dai rifiuti", ricavabile dal trattamento di quelli urbani e non), l’altro che nasce come biomassa e si trasforma negli anni in inceneritore che brucia circa 144mila tonnellate l’anno di cdr, cioè assai più di quanto produca il Molise non facendo raccolta differenziata». Morale, quella venafrana è «la situazione più drammatica che abbiamo in Molise», sintetizza senza giri di parole Terzano.

E del resto in tutta la regione esistono pesantissime situazioni dal punto di vista ambientale: da Campomarino ai fusti di Venafro, dai pozzi di Cercemaggiore, allo scantinato di Castelmauro con migliaia di bidoni tossici, alla discarica Guglionesi II. Ma torniamo a quella foglia di fico. Vi trovano varie sostanze e in «particolare» particelle di ferro, «la cui forma sferica le identifica come provenienti sicuramente da una combustione» e la cui combinazione con titanio e manganese «può provenire solo da una fusione casuale e non controllata». Con la conseguenza che «potrebbe prendere corpo l’ipotesi di un mescolamento di ceneri da inceneritore nel cemento della vicina fabbrica».

Non a caso qualche mese addietro Vincenzo Musacchio, presidente della Commissione anticorruzione del Molise e fondatore del Comitato per la difesa della salute pubblica (nel suo "Molise Oscuro", pubblicazione sulla presenza di rifiuti tossici in alto, medio e basso Molise) chiede «un osservatorio regionale tecnico scientifico indipendente che metta in rete associazioni, consorzi, agricoltori, movimenti, comitati, cooperative sociali, economisti, ricercatori, medici, studenti per le decisioni che riguardino la loro sicurezza e salute»./Cronaca/Pagine/molise-polveriera.aspx25/10/2014 12.24.34Egitto, stato d'emergenza nel SinaiPugno di ferro del presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, che ha imposto lo stato d'emergenza nel Sinai dopo il duplice attentato di venerdì che ha ucciso 31 soldati. La misura durerà tre mesi e riguarda alcune città del nord della penisola dove si concentrano gli attacchi dei jihadisti contro i militari. Chiuso anche il valico di Rafah, che separa l'Egitto dalla Striscia di Gaza ed è l'unico posto di confine palestinese non controllato da Israele.

Sabato mattina, nel nord del Sinai, un nuovo attacco contro un camion delle forze di sicurezza ha causato almeno 11 feriti, di cui alcuni in gravi condizioni. Il fatto è avvenuto vicino all'aeroporto di al Arish.

Il duplice attenato di venerdì è l'evento più sanguinoso avvenuto nella penisola dalla deposizione dell'ex presidente Mohammed Morsi, il 3 luglio 2013. ​L'attacco più grave è avvenuto al check point della sicurezza di Karm Alkwadis, nella località di Sheikh Zuweid, dove 28 soldati sono stati uccisi e 30 feriti dall'esplosione di un'autobomba. Poche ore dopo altri 3 soldati sono stati uccisi quando militanti islamisti hanno aperto il fuoco al vicino posto di blocco di al-Arish.

Mercoledì, una bomba è esplosa fuori dall'Università del Cairo, ferendo sei agenti e tre passanti. Domenica scorsa sono rimasti uccisi sette militari nell'esplosione di un ordigno vicino a un veicolo armato davanti a un gasdotto. A settembre, i militanti islamici hanno ucciso 17 poliziotti in due esplosioni. Gli attentati sono stati rivendicati da Ansar Beit al-Maqdis, gruppo terroristico islamico tra i più attivi nel Paese./Mondo/Pagine/Egitto-terzo-attentato-in-Sinai-kamikaze-fa-12-morti.aspx25/10/2014 12.24.34Ue-Italia, intesa quasi certa sullo 0,3%

Intesa raggiunta, di fatto, tra Unione Europea e Italia. Non è ancora ufficiale, ma lo fannoi sapere fonti europee autorevoli. L'accordo prevederebbe una correzione dello 0,3% del deficit strutturale, frutto di una mediazione tra quello 0,1% che l'Italia ha già messo nella legge di stabilità (e che corrisponde a circa 1,6 miliardi di euro) e almeno lo 0,5% che la Commissione voleva incassare. Un avvicinamento che è stato frutto anche dei contatti Roma-Bruxelles di queste ore, tra il ministro Padoan e il commissario agli Affari economici Ue, Katainen, e che, se sarà confermato, dovrebbe quindi vedere aggiornare la manovra con la nuova indicazione. Uno 0,3%, quindi, che si traduce, a spanne, intorno a 4,8 miliardi complessivi, con un surplus rispetto ai previsti 1,6 miliardi, di circa 3.2 miliardi. Guarda caso le riserve di cui aveva parlato Renzi facendo il punto sulla legge di stabilità e relativa manovrfa finanziaria. Il premier Renzi ha di fatto confermato: "Credo che la questione si risolverà e c'è spazio per un punto di intesa".

Non solo tagli. È arrivato il momento in cui l'Europa deve pensare anche allo sviluppo, che vuole dire anche occupazione. Lo si è capito e lo si è anche messo nero su bianco. "L'Europa deve investire nel suo futuro" dove "un basso livello di investimenti oggi erode il potenziale di crescita di domani", per questo "il Consiglio europeo sostiene l'intenzione della Commissione entrante di lanciare un'iniziativa che mobiliti 300 miliardi di investimenti aggiuntivi da fonti pubbliche e private nel periodo 2015-2017". Sono queste le conclusioni del vertice dell'Unione Europa, dove si sottolinea che occorre "incoraggiare il pieno uso di tutte le risorse Ue esistenti e stanziate".

Ma nel documento conclusivo si precisa anche che "Le riforme strutturali e conti pubblici in ordine sono condizioni chiave per gli investimenti". "A questo fine", la Commissione sollecita il Consiglio e gli Stati membri a "tradurre senza indugio questi orientamenti in azioni politiche concrete".

Renzi e la Ue Il governo Renzi "non si ferma davanti a nessuno". Lo ha detto il premier dopo il vertice Ue di Bruxelles. "Ora bisogna risolvere le nostre questioni, che sono la priorità del governo italiano. Un governo che rispetta tutti ma non si ferma davanti a nessuno". Poi il premier ha aggiunto:"C'è una questione Italia in Europa ma c'è anche una questione Europa in Italia. Serve una presenza più forte dell'Italia, più orgogliosa e determinata: ogni anno l'Italia dà 20 miliardi all'Europa e ne prende indietro una decina, è un Paese che ha una forza e un'autorevolezza fuori discussione, quindi non viene a prendere lezioni o reprimende".
A volte - ha affondato il premier - ci sono delle riunioni, certi momenti in cui persino Adenauer e De Gasperi diventerebbero euroscettici: c'è ancora tanto da fare contro la burocrazia e tecnocrazia".

Merkel: ok a Juncker e alla Bce. È "importante prendere misure per stimolare la crescita e migliorare la competitività" e quella di Jean Claude Juncker di anticipare a dicembre la presentazione del piano di investimenti da 300 miliardi "è una buona decisione". Ha detto la Cancelliera Angela Merkel precisando che "il programma per la crescita 2015-2017 avrà risorse aggiuntive pubbliche e private" e che "la Bei giocherà un ruolo". La Cencelliera sottolinea che "si dovrà indicare in che campo si faranno gli investimenti".
"Stimo molto il lavoro di Mario Draghi" che "fa un ottimo lavoro per l'eurozona", la cancelliera Angela Merkel si è detta d'accordo con le proposte del presidente della Bce per l'Eurozona. E ha sottolineato "l'indipendenza della Bce, che apprezziamo molto".
"La zona euro è in una fase critica - aveva spiegato poco prima il presidente della Bce, Mario Draghi, - l'economia ha perso slancio, gli investimenti sono deboli, la fiducia è scesa, la credibilità è a rischio, l'inflazione è ai livelli più bassi mai registrati, molti degli impegni presi non sono stati seguiti da fatti". Draghi aveva quindi sostenuto che "Nel 2011-12 abbiamo evitato il collasso dell'euro con uno sforzo comune, ora dobbiamo farlo di nuovo per evitare di ricadere in recessione, speriamo l'eurozona torni a crescere ma la speranza non è una strategia": serve infatti una "strategia urgente globale" che preveda il "monitoraggio delle misure strutturali", ed ha proposto ai leader di presentare entro il vertice di dicembre "impegni forti e credibili sulle riforme" con un "calendario della loro attuazione". Ma, ha ricordato Draghi, "per il ritorno della fiducia serve una strategia coerente per una ripresa sostenibile e ulteriori passi verso una condivisione di sovranità nella governance economica"

Ma ricapitoliamo le due giornate europee di vertice. Ieri è stato il giorno del braccio di ferro che ha lasciato alle cronache il duro scontro tra il premier Renzi e il presidente uscente della commissione Ue, Josè Manuel Barroso. Oggi si è entrati nel merito tra le pieghe del Vertice Ue. E nel cuore nella mediazione politica, ma anche tecnica, Tesoro e commissione, per avvicinare Roma e Bruxelles sulla legge di stabilità. Il commissario agli affari europei Jyrki Katainen, firmatario della lettera di avvertimento inviata a Roma, ha stamattina spiegato che "tutti vogliamo evitare lo scenario peggiore": la lettera è lì e tutti vedono le nostre preoccupazioni" ma "non abbiamo deciso, stiamo negoziando".
 
Il compromesso sui conti. Una negoziazione che potrebbe portare a un compromesso sulla riduzione del deficit strutturale: Roma parte, lo ha scritto nella legge di stabilità, dallo 0,1%, Bruxelles punterebbe allo 0,5%. Ma tra queste due cifre si è arrivati, appunto, a un'intesa mediana: 0,3%. Come aveva già lasciato intendere ieri lasciando la sede dello Justus Lipsius, il premier Matteo Renzi. "Due Miliardi? li possiamo mettere domani mattina", aveva prima sottolineato per poi spiegare che si tratta di una cifra non aggiuntiva ma già prevista dalla riserva che i tecnici del Tesoro hanno messo in campo.

Anche la Francia sotto esame. La partita però non è solo tecnica ma politica, ha tenuto a precisare il premier: la cosa importante è chi decide cosa perché "dal punto di vista tecnico le risorse per trovare la soluzione sono ampiamente a portata di mano". Una mediazione che vede coinvolta anche Parigi. Hollande non ha voluto pubblicare, coma Roma, la sua lettera: "è molto banale perché contiene solamente richiesta di informazioni". "Noi parliamo continuamente con la Commissione e il dialogo prosegue in un clima positivo", ha aggiunto il presidente francese.

Dal consiglio Ue, intanto, stanotte è arrivato il via libera all'accordo clima-energia 2030. Sul fronte Ebola il vertice Ue, che stanotte ha ufficializzato la nomina del supercommissario all'emergenza Christos Stylianides, ha deciso anche di aumentare ad un miliardo (erano 600 milioni) i fondi per la lotta al virus nei paesi colpiti.

​La lettera della Commissione. La tanto temuta lettera della Ue sui conti pubblici italiani è arrivata ieri mattina. "La Commissione ha chiesto all'Italia informazioni aggiuntive che ne chiariscano le ragioni e i presupposti" scrive il Tesoro nella nota che accompagna la lettera di Bruxelles, spiegando che "gli uffici tecnici del Ministero sono già in contatto con la direzione Ecofin a Bruxelles, così come il Governo italiano è in contatto con la Commissione europea". L'Italia ha deciso di intraprendere "una deviazione significativa" dal percorso di avvicinamento per l'obiettivo di bilancio nel 2015, scrive la Commissione. La Commissione ha inoltre sottolineato la necessità di venire a conoscenza di "come l'Italia potrebbe garantire il pieno rispetto dei suoi obblighi di politica finanziaria" per il 2015. I tecnici di Bruxelles chiedono all'Italia informazioni aggiuntive che chiariscano le ragioni e i presupposti in merito alla deviazione temporanea del percorso di raggiungimento dell'obiettivo di medio termine. "La Commissione - si legge nel testo della lettera - intende proseguire un dialogo costruttivo con l'Italia al fine di arrivare ad una finale valutazione". "Rispetto al programma di stabilità del 2014, il Dbp dell'Italia rinvia il raggiungimento degli obiettivi di medio termine (Mto) al 2017 e rallenta la riduzione del rapporto debito/Pil negli anni a venire - è uno dei passaggi cruciali della lettera - . Come risultato, la bozza del piano di bilancio prevede di violare i requisiti richiesti all'Italia nel braccio preventivo del Patto di stabilità e crescita". "Il governo italiano risponderà alla richiesta di chiarimento entro domani". Così il Tesoro ha risposto alla Ue.

Padoan: risponderemo in tempi brevi. "Abbiamo un rapporto cordiale e assolutamente costruttivo con la commissione europea a livello tecnico e politico". Lo ha detto il ministro dell'Economia,
a
"sarà inviata oggi". Nel testo, ha fatto notare intervenendo
al convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria, "c'è
o dopo: di questo la commissione è già avvertita".

Il monito di Napolitano. Nella bozza di documento finale del
Consiglio europeo la parola austerità non c'e: "qualcuno ha accettato di non menzionarla forse perchè mosso da complessi di colpa". Lo dice Giorgio Napolitano, che aggiunge di aver letto la bozza del documento nei giorni scorsi. L'Europa "non è un mostro che detta leggi inapplicabili e gravide di conseguenze per la nostra società", e al tempo stesso "non appartiene ai governi e agli apparati burocratici che farebbero calare dall'alto decisioni sempre e solo legate alla dimensione economica. L'Europa è nostra, di tutti noi, non è una strana creatura nata fuori di noi" ha detto Napolitano, intervenendo al Quirinale all'iniziativa L'Europa siamo noi, che ha coinvolto oltre cento studenti di tre istituti di scuola secondaria superiore. Il Capo dello Stato ha sottolineato come troppo spesso nel nostro paese vi si a"uno stravolgimento"dell' idea di Unione Europea, "Come qualcosa di nebuloso, ubicato dalle parti di Bruxelles , nelle mani di una schiera infinita di burocrati. Identificazioni riduttive e improprie, queste, dell'idea di Europa"

/Economia/Pagine/lettera-Ue.aspx25/10/2014 12.24.34Prende forma il bonus bebè da 80 euro al mesePrende forma il bonus bebè da 80 euro al mese, che dal 2015 sarà elargito ai nuovi nati (o adottati), per tre anni, a condizione che il reddito dei genitori non superi i 90mila euro lordi. Ma, soprattutto, si fa chiarezza delle cifre che saranno stanziate.

Il ministero dell’Economia e delle finanze ha lasciato capire che non c’è stato alcun taglio rispetto ai 500 milioni promessi dal premier Matteo Renzi. La conferma è arrivata anche dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin (Ncd). Per il 2015, infatti, al bonus bebè basteranno 202 milioni di euro, mentre 298 milioni saranno destinati a un Fondo per le politiche famigliari. In caso nascessero più bambini il bonus sarà erogato attingendo proprio da questo fondo. Lorenzin ha aggiunto che la Legge di Stabilità ha stanziato 3,642 miliardi di euro in 5 anni, «un finanziamento senza precedenti a sostegno delle nascite».

L’assegno andrà richiesto dai genitori, dunque non arriverà in automatico, e ad erogarlo sarà l’Inps. Ancora da vedere, e qui la palla passa al Parlamento, se valuterà il reddito sulla base dell’indicatore Isee oppure se si guarderà semplicemente alla somma dei redditi dei genitori. Inoltre il bonus non concorrerà a far aumentare il reddito famigliare e non rischierà di far scattare aumenti delle tasse o delle rette del nido. Dal quinto figlio in poi, non si guarderà più al reddito per concedere l'assegno. /famiglia/Pagine/famiglia-maternita-prende-forma-il-bonus-bebe-governo-renzi.aspx25/10/2014 12.24.34«Le ostie di Siena sono ancora incorrotte»

Sono ancora incorrotte, da quel 14 agosto 1730 quando vennero rubate dalla basilica di San Francesco, per poi essere ritrovate tre giorni dopo, in pessimo stato, nella cassette delle elemosine di Santa Maria in Provenzano. Le 223 ostie del miracolo eucaristico di Siena – uno dei più noti e venerati al mondo – sono come appena consacrate, «incontaminate», come se il tempo (274 anni) non fosse passato: a rivelarlo è un’analisi scientifica, autorizzata dalla Congregazione per la dottrina della fede, disposta dall’arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino monsignor Antonio Buoncristiani e condotta da una commissione di esperti della quale ha fatto parte anche un ricercatore del Cnr. Le ostie sono state sottoposte con ogni cautela a una serie di test con strumentazione specifica (tra gli altri, è stato usato anche un microscopio digitale) non rilevando alcuna crescita microbica sia dopo 7 giorni dal campionamento sia dopo 14. In altre parole, le particole venerate a Siena sono incorrotte. Un fenomeno scientificamente inspiegabile trattandosi di composti che vanno incontro a una naturale decomposizione per l’attacco di muffe e batteri che, invece, sulle sacre specie senesi sembrano non avere alcun potere. La ricognizione è stata effettuata alla vigilia dell’Anno eucaristico indetto dall’arcivescovo Buoncristiani (1° novembre 2014-4 ottobre 2015), durante il quale Siena si aprirà ai pellegrinaggi. Papa Francesco ha concesso l’indulgenza plenaria a quanti «alle dovute condizioni si recheranno devotamente in adorazione delle SS. Particole – si legge in una nota della Chiesa senese – tanto nella Basilica di San Francesco quanto in tutte le chiese dell'Arcidiocesi nelle quali il Miracolo Eucaristico sarà esposto alla pubblica adorazione».

/Chiesa/Pagine/Le-ostie-di-Siena-sono-ancora-incorrotte.aspx25/10/2014 12.24.34Poveri ed esclusi della Terra in VaticanoI poveri e la giustizia necessaria. Gli "esclusi" della terra si vedranno la prossima settimana in Vaticano per parlare di equità. Senza terra, lavoratori precari, cartoneros e campesinos saranno i protagonisti di un convegno in programma dal 27 al 29 ottobre, voluto da Papa Francesco, durante il quale ci si confronterà sulla globalizzazione e "per trovare soluzioni alternative all'economia dello scarto e dell'esclusione", come ha detto uno degli organizzatori, l'argentino Juan Grabois, responsabile della Confederazione dei lavoratori dell'economia popolare. Verrà in Vaticano per questo incontro anche Evo Morales, ma non in qualità di presidente della Bolivia ma come leader di uno di questi movimenti popolari.

Il cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio per la Giustizia e la Pace ha sottolineato che è importante "ascoltare" questi movimenti di base", "non solo le loro sofferenze, ma anche le loro aspettative, speranze, proposte".

Ai giornalisti che chiedevano il motivo di questa apertura nei confronti di movimenti, molti dei quali di ispirazione marxista, monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, Cancelliere della pontificia accademia delle scienze sociali ha risposto: "È stato il Papa stesso a dire che i marxisti ci hanno rubato le idee perché sono del Vangelo. E sempre il Papa ha detto di non essere trotzkista, ma di avere amici trotzkisti che sono buoni"./Chiesa/Pagine/papa-francesco-movimenti-popolari-in-vaticano-cartoneros-senza-terra.aspx25/10/2014 12.24.34Galantino: Vangelo e mafie incompatibiliVangelo e comportamenti mafiosi sono "non sovrapponibili e non vi può essere alcuna commistione di sorta". La nuova, dura presa di posizione contro la cultura mafiosa è venuta stamane dal segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, che è anche vescovo della diocesi calabra di Cassano Ionico, il quale ha preso la parola nel corso della seconda giornata di lavori di "Contromafie", gli stati generali dell'antimafia promossi a Roma dall'associazione Libera.

Monsignor Galantino, che è stato applaudito dalla platea quando don Luigi Ciotti ha ricordato che si è trattato della prima volta di un vertice della Cei all'apputamento di Libera, ha affermato: "Sogno un momento in cui si smetta di considerare come eroi don Puglisi e don Diana e lo stesso don Luigi Ciotti e questo perché - ha sostenuto - sappiamo tutti che non esiste la possibilità di sovrapposizioni o commistioni tra Vangelo e malavita. Il Vangelo - ha poi aggiunto - quando è preso sul serio e non viene usato come un paravento personale, è lo strumento più adatto per proporre giustizia e dignità della persona".

Il presule ha poi svelato che nella visita di Papa Francesco nella sua diocesi, la dura condanna, fino a usare la parola "scomunica" usata dal Pontefice verso i mafiosi, non era prevista nei primi due testi distribuiti ai giornalisti e che lo stesso Francesco l'ha, quindi, "meditata sul terreno. Questo - ha spiegato Galantino - per riaffermare che col male fatto sistema non si può avere nulla a che fare".

Lo stesso Galantino non si è nascosto, però, che "nella Chiesa non ci siano ancora tiepidezze e paure" nel riaffermare l'incompatibilità tra fede e mafia invitando soprattutto i sacerdoti a non essere timidi nelle condanne "dentro e fuori la Chiesa e a considerare normale quello che fa un'associazione come Libera in una realtà, quella ecclesiale, che come ha chiesto a più riprese il Papa deve essere in uscita e senza elmetto o con mire di conquista ma una Chiesa che impara dalla strada e nella quale il Vangelo si fa vita". /Cronaca/Pagine/Serve-norma-che-introduca-confisca-per-sproporzione.aspx25/10/2014 12.24.34Il Papa: ergastolo, pena di morte nascostaCristiani e uomini di buona volontà “sono chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte”, in “tutte le sue forme”, ma per il miglioramento delle “condizioni carcerarie”. È uno dei passaggi centrali del discorso tenuto da Papa Francesco in Vaticano a un gruppo di giuristi dell’Associazione penale internazionale. La voce del Papa si è levata anche contro il fenomeno della tratta delle persone e della corruzione. Ogni applicazione della pena, ha affermato, deve essere fatta con gradualità, sempre ispirata dal rispetto della dignità umana.

«L’ergastolo è una “pena di morte coperta”, per questo l’ho fatta cancellare dal Codice Penale Vaticano»; L’affermazione a braccio di Papa Francesco si incastona in una intensa, particolareggiata disamina di come gli Stati tendano oggi a far rispettare la giustizia e a comminare le pene. Il Papa parla con la consueta schiettezza e non risparmia critiche a tempi come i nostri in cui, afferma, politica e media incitano spesso “alla violenza e alla vendetta pubblica e privata”, sempre alla ricerca di un capro espiatorio. Il passaggio sulla pena di morte è molto sentito. Papa Francesco ricorda che “San Giovanni Paolo II ha condannato la pena di morte”, come pure il Catechismo, non solo punta il dito contro il ricorso alla pena capitale, ma smaschera in un certo senso anche quello alle “cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali”, che lui chiama “omicidi deliberati”, commessi da pubblici ufficiali dietro il paravento dello Stato: “Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, anche, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte coperta”. Lo sguardo e la pietà di Papa Francesco sono evidenti in tutta la sua esplorazione sia delle forme di criminalità che attentano alla dignità umana, sia del sistema punitivo legale che talvolta – dice senza giri di parole – nella sua applicazione legale non è, perché quella dignità non rispetta. “Negli ultimi decenni – rileva all’inizio il Papa – si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina”.
 
Questo ha fatto sì che il sistema penale abbia varcato i suoi confini – quelli sanzionatori - per estendersi sul “terreno delle libertà e dei diritti delle persone”, ma senza un’efficacia realmente riscontrabile: “C’è il rischio di non conservare neppure la proporzionalità delle pene, che storicamente riflette la scala di valori tutelati dallo Stato. Si è affievolita la concezione del diritto penale come ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. Si è anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con altre sanzioni penali alternative”. Papa Francesco definisce ad esempio il ricorso alla carcerazione preventiva una “forma contemporanea di pena illecita occulta”, celata dietro “una patina di legalità”, nel momento in cui procura a un detenuto non condannato un’“anticipo di pena” in forma abusiva. Da ciò – osserva – deriva sia il rischio di moltiplicare la quantità dei “reclusi senza giudizio”, cioè “condannati senza che si rispettino le regole del processo” – e in alcuni Paesi sono il 50% del totale – sia, a cascata, il dramma della vivibilità delle carceri: “Le deplorevoli condizioni detentive che si verificano in diverse parti del pianeta, costituiscono spesso un autentico tratto inumano e degradante, molte volte prodotto delle deficienze del sistema penale, altre volte della carenza di infrastrutture e di pianificazione, mentre in non pochi casi non sono altro che il risultato dell’esercizio arbitrario e spietato del potere sulle persone private della libertà”.

Ma Papa Francesco va oltre quando, parlando di “misure e pene crudeli, inumane e degradanti”, paragona a una “forma di tortura” la detenzione praticata nelle carceri di massima sicurezza. L’isolamento di questi luoghi, ricorda, causa sofferenze “psichiche e fisiche” che finiscono per incrementare “sensibilmente la tendenza al suicidio”. Ormai, è la desolante constatazione del Papa, le torture non sono somministrate solamente come mezzo per ottenere “la confessione o la delazione”… “…ma costituiscono un autentico plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. In questo modo, si tortura non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e istituzioni di detenzione e pena”. E dalla durezza del carcere, insiste il Papa, devono essere risparmiati anzitutto i bambini, ma anche – se non del tutto almeno in modo limitato –anziani, ammalati, donne incinte, disabili, compresi “madri e padri che – sottolinea – siano gli unici responsabili di minori o di disabili”. Papa Francesco si sofferma con alcune considerazioni su un fenomeno da lui sempre combattuto. La tratta delle persone, sostiene, è figlia di quella “povertà assoluta” che intrappola “un miliardo di persone” e ne vede almeno 45 milioni costrette alla fuga a causa dei conflitti in corso.

Quindi, osserva con durezza: “Dal momento che non è possibile commettere un delitto tanto complesso come la tratta delle persone senza la complicità, con azione od omissione, degli Stati, è evidente che, quando gli sforzi per prevenire e combattere questo fenomeno non sono sufficienti, siamo di nuovo davanti ad un crimine contro l’umanità. Più ancora, se accade che chi è preposto a proteggere le persone e garantire la loro libertà, invece si rende complice di coloro che praticano il commercio di esseri umani, allora, in tali casi, gli Stati sono responsabili davanti ai loro cittadini e di fronte alla comunità internazionale”. Il capitolo sulla corruzione è ampio e analizzato con grande scrupolo. Il corrotto, secondo Papa Francesco, è una persona che attraverso le “scorciatoie dell’opportunismo”, arriva a credersi “un vincitore” che insulta e se può perseguita chi lo contraddice con totale “sfacciataggine”.

“La corruzione – afferma il Papa – è un male più grande del peccato” che “più che perdonato”, “deve essere curato”: "La sanzione penale è selettiva. È come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare. Le forme di corruzione che bisogna perseguire con [la] maggior severità sono quelle che causano gravi danni sociali, sia in materia economica e sociale – come per esempio gravi frodi contro la pubblica amministrazione o l’esercizio sleale dell’amministrazione – come in qualsiasi sorta di ostacolo frapposto al funzionamento della giustizia con l’intenzione di procurare l’impunità per le proprie malefatte o [per] quelle di terzi”. Al tirare delle somme, Papa Francesco esorta i penalisti ad usare il criterio della “cautela” nell’applicazione della pena”.

Questo, asserisce, “dev’essere il principio che regge i sistemi penali”: “Il rispetto della dignità umana non solo deve operare come limite all’arbitrarietà e agli eccessi degli agenti dello Stato, ma come criterio di orientamento per il perseguimento e la repressione di quelle condotte che rappresentano i più gravi attacchi alla dignità e integrità della persona umana”. /Chiesa/Pagine/no-pena-di-morte-papa-ai-penalisti.aspx25/10/2014 12.24.35Tunisia al voto, esame per tutte le "primavere"

Tre anni e mezzo dopo la Rivoluzione dei Gelsomini, che dalla Tunisia travolse le sorti dei vicini nordafricani passando alla storia come Primavera araba, è tempo di bilanci per la classe politica che ha tenuto il timone nella burrasca.
All’esame di maturità si presenteranno, domenica 26 ottobre, Ennahda (La rinascita), partito islamista moderato, al governo in coalizione con altre forze liberali, e Nidaa Tounes (La chiamata della Tunisia), forza laica che raggruppa le diverse anime dell’opposizione, attingendo anche alla vecchia nomenclatura. L’appello alle urne da parte di entrambi i movimenti è forte e determinato: la campagna elettorale ha segnato tutto il territorio, dalla devota Kairouan alla turistica Sfax, dai centri agricoli disagiati al cuore moderno della capitale. E l’elettorato ha seguito i dibattiti con trasporto: Internet è sovraffollata, in queste ultime ore di tournée prima della pausa di domani, da foto e video di manifestazioni gremite. I volti di Rached Ghannouchi, numero uno di Ennahda, e di Beji Caid Essebsi, fondatore di Nidaa Tounes, non abbandonano il cittadino neanche in moschea. Le elezioni legislative di quest’anno saranno decisive, la popolazione lo sa: secondo gli osservatori del laboratorio politico tunisino, l’astensionismo sarà sconfitto. 

E questa è già una buona notizia per chi ritiene che la democrazia, anche in un frangente regionale marcato dal rumore delle armi, possa farsi largo. In Tunisia, molto è cambiato in questi quattro anni. O quasi. 
 
Il 23 ottobre del 2011, quando i tunisini votarono i deputati dell’Assemblea costituente, si trattava di voltare pagina dopo la lunga e avida dittatura del presidente Zine el-Abidine Ben Ali: 23 anni, durante i quali l’ex militare di carriera e il clan della moglie, Leila Trebelzi, 'spolparono' le casse dello Stato. I tunisini cancellarono quell’epoca dando fiducia all’opposizione islamista, esiliata all’estero. Ora, invece, la questione pare differente: non solo la dittatura è cosa passata – eppure qualche nostalgico ha affisso manifesti del Ben Ali dei tempi di gloria –, ma anche la rivoluzione è archiviata. 

Finita l’emergenza, bisogna scegliere quale matrice dare al Paese. Quale direzione prendere mentre tutto intorno vacilla: la Libia, di nuovo nel baratro della guerra civile; l’Egitto, tornato sui propri passi con una dittatura militare; il Vicino Oriente, eroso dal tarlo jihadista. Anche in Tunisia sta andando in scena la battaglia fra visione laica e visione confessionale dello Stato. Ma a tinte pastello: la lezione egiziana è stata imparata dai Fratelli musulmani tunisini, di cui Ennahda è espressione: meglio scendere a patti con le altre forze politiche che sfidare la società, vigile, con colpi di mano irreparabili. Così la Tunisia ha superato lo scoglio della nuova Carta costituzionale: uomini e donne conservano pari diritti, la nazione è ancora aperta al pluralismo religioso. 
 
Eppure, l’islam radicale guadagna punti, soprattutto fra i più giovani: non è solo una reazione a decenni di forzata o quanto meno incoraggiata occidentalizzazione. 

Adolescenti e giovani adulti sono i più delusi dalla Rivoluzione dei gelsomini: loro che hanno cacciato un despota per farsi protagonisti della scena politica, economica e sociale e, per tutta risposta, ne sono stati emarginati. Barbe lunghe per gli uomini, niqab (velo integrale) o hijab (velatura del capo) per le donne anche nella centrale avenue Bourghiba, a Tunisi: lo sguardo del turista fotografa una realtà inedita per un Paese tradizionalmente 'moderno'. La devozione ha radici nella débâcle economica di Ennahda. La crisi morde come e più di quattro anni fa: con un tasso di disoccupazione del 15,3% rilevato alla fine di giugno di quest’anno (13% nel gennaio 2011), la crescita del Pil inferiore al 2%, il deficit al 6%, il 60% della cosiddetta classe media con un reddito mensile intorno ai 300 euro, il Paese continua a sfornare lavoratori migranti e, purtroppo, aspiranti jihadisti. La voce dell’islam radicale è suadente, scrive il New York Times: sono almeno 2.400 i tunisini, in gran parte diplomati e disoccupati, partiti per l’Iraq e la Siria con l’obiettivo di entrare a far parte dello Stato islamico (Is). Migliaia sono stati fermati dalle autorità. In realtà, già prima che si parlasse dei tagliagole al servizio di Abu Bakr al-Baghdadi, le forze lealiste di Damasco segnalavano la presenza di miliziani tunisini nelle brigate islamiste. 

A riprova di questo fenomeno i numerosi passaporti nordafricani rinvenuti sui cadaveri dei jihadisti morti intorno ad Aleppo nell’estate del 2011. Ora il Nyt mette in evidenza il contrasto tra il dilagare dell’animo militante e i passi avanti compiuti in ambito politico. Niente di più logico, in realtà. Anzi, se pianificato a tavolino, persino geniale nel suo machiavellismo. Assicurare stabilità e sicurezza al Paese, fragile con i suoi 11 milioni di abitanti, convogliando le 'teste calde' verso altri lidi. Per chi si arruola – e le tv panarabe ne intervistano a iosa – lo Stato islamico rappresenta il sogno di un sistema equo, giusto, in cui chi impartisce gli ordine è guidato dalla voce di Allah e non da ambizioni personali. E poi, sul campo di battaglia, ci si sente protagonisti, padroni della propria vita e, talvolta, anche di quella degli altri. 


 Pubblicamente, in patria, solo una minoranza dei tunisini esprime sostegno all’Is, ma tutti coloro che hanno meno di trent’anni conoscono qualcuno che è partito per la Siria o l’Iraq. Per molti, i Daaesh (acronimo arabo di Is) sono uno strumento divino per ridisegnare i confini del mondo islamico dopo la fine del colonialismo occidentale. 
 
L'altro fronte che assorbe lo scontento tunisino è quello libico, come provano le cronache: da ultimo, un ragazzo di 23 anni, Bilel Kaâbi, originario del governatorato di Kairouan, è morto in Libia saltando in aria mentre si trovava a bordo di un’autovettura imbottita d’esplosivo.
Quanto ai miliziani rientrati, sarebbero circa 400: una bomba a orologeria, anche per i Paesi confinanti. Il governo algerino ha disposto la chiusura delle frontiere in occasione dello scrutinio ed eventualmente per le 24 ore successive. La polizia tunisina ha rafforzato i controlli ovunque: durante un’ispezione, uno scontro a fuoco fra agenti e 'terroristi' si è verificato alla periferia di Tunisi nella giornata di giovedì.
Intanto, gli esponenti di spicco di Ennahda dicono di aver sovrastimato il potere della democrazia nella lotta all’estremismo violento. Uno dei leader del partito, Said Ferjani, ha fatto mea culpa per l’inefficace lotta al radicalismo condotta finora: «Senza sviluppo sociale, non penso che la democrazia possa sopravvivere». A Ennahda e Nidaa Tounes, la difesa della democrazia nascente potrebbe quindi chiedere un sacrificio: governare assieme. Ipotesi non remota visti i sondaggi. Poi, un altro compromesso: esprimere candidati condivisi alle elezioni presidenziali, il 23 novembre. Un ulteriore esame di maturità per la Tunisia post-rivoluzionaria. 

/Commenti/Pagine/Tunisia-un-esame-di-maturit-per-tutte-le-primavere-arabe-.aspx25/10/2014 12.24.35«Fu operata anche dopo il decesso» ​Dopo aver constatato che era già morta, tre medici dell'ospedale di Potenza, arrestati per omicidio colposo, hanno continuato ad operare una donna di 71 anni. È uno dei particolari - si è appreso stamani nel capoluogo lucano - alla base dell'arresto dei tre cardiochirurghi del San Carlo, che sono ai domiciliari. La circostanza è emersa durante gli interrogatori dei medici e degli infermieri presenti in sala operaria il 28 maggio 2013, dall'acquisizione delle cartelle mediche e dalla perizia medico-legale. Secondo gli investigatori, quindi, l'operazione sarebbe andata male, portando alla morte della donna, ma i chirurghi avrebbero deciso di proseguire l'intervento, forse per "coprire" eventuali errori molto gravi, come emergerebbe anche da alcune registrazioni pubblicate sul sito "Basilicata 24" e poi analizzate anche dalla Squadra mobile. È accusato di aver falsificato il registro operatorio il dottor Nicola Marraudino, primario del reparto di Cardiochirurgia, da stamani ai domiciliari, per omicidio colposo , insieme ai medici Michele Cavone e Matteo Galatti.   

La donna, Elisa Presta, di 71 anni, morì il 28 maggio 2013 in seguito alle complicanze sorte durante l'intervento di Cardiochirurgia. Secondo quanto si è appreso, le indagini della Polizia sono cominciate nel novembre 2013 in seguito a un esposto anonimo. Nelle settimane successive, la Squadra mobile del capoluogo lucano ha interrogato medici e infermieri, che hanno partecipato all'intervento, e i familiari della donna. Lo scorso 14 luglio, inoltre, è stata depositata la perizia medico-legale. Il 29 agosto scorso, invece, sul sito Basilicata 24 è stata pubblicata un'intercettazione in cui Cavone ammetteva gravi comportamenti suoi e di altri medici (tra cui il primario) durante l'intervento di cardiochirurgia. In seguito, il direttore del sito ha consegnato agli investigatori altre due intercettazioni, che, insieme alla prima, "sono entrate a far parte - spiegano dalla Procura della Repubblica di Potenza - del quadro complessivo di elementi a carico degli indagati, a conferma di quanto già accertato"./Cronaca/Pagine/morta-dopo-intervento.aspx25/10/2014 12.24.35Canada, l'attentatore ha agito da solo Il premier canadese, Stephen Harper, ha assicurato che il suo Paese "non si farà intimidire" dall'attentato al Parlamento di Ottawa in cui è rimasto ucciso un soldato di origini italiane. Nel frattempo la polizia ha confermato che l'attacco è stato compiuto da un solo attentatore, un canadese 32enne convertito all'islam, e che sono state interrotte le ricerche di eventuali complici, anche se le indagini sono ancora in corso.

"Il Canada non cederà mai al terrorismo", ha affermato il premier alla riapertura dei lavori del Parlamento, l'obiettivo era di "instillare paura, panico e bloccare l'azione di governo", ha proseguito Harper, "saremo vigili ma non scapperemo impauriti, saremo prudenti ma non ci faremo prendere dal panico". Il premier ha promesso che il governo prenderà "tutte le misure necessarie per identificare e reagire alle minacce e mantenere il Canada al sicuro" e che raddoppierà gli sforzi "per lavorare con gli alleati nella lotta al terrorismo".

Il Paese è stato sconvolto dal secondo attacco a militari canadesi nel giro di pochi giorni che coincide con l'annuncio della partecipazione di sei caccia canadesi alla campagna di bombardamenti contro gli jihadisti dell'Isis in Siria e Iraq.

Lunedì un altro convertito all'islam, il 25enne Martin Couture-Rouleau, aveva falciato due soldati, uccidendone uno, vicino Montreal. Couture-Rouleau era nella stessa lista nera degli elementi a rischio terrorismo di Michael Zehaf-Bibeau.

Il premier Matteo Renzi ha assicurato in un comunicato che "il vile attacco" non fa vacillare "i valori comuni".

Intanto, emergono dettagli sul terrorista: Michael Zehaf-Bibeau era un musulmano convertito con un passato di furti e reati legati alla droga. Abitava in Quebec, vicino Montreal, ed era considerato un sospettato "ad alto rischio" e il passaporto gli era stato confiscato per impedirgli di unirsi a gruppi jihadisti all'estero. Dave Bathurst, che lo aveva conosciuto in una moschea tre anni fa, ha raccontato che non mostrava inclinazioni all'estremismo o alla violenza, ma che forse aveva tratti disturbati: "Parlammo in una cucina e non so perché ne parlò, ma lui disse di avere il diavolo dietro di sé, penso che avesse problemi mentali". Lo aveva visto l'ultima volta sei settimane fa alla moschea di Vancouver: Zehaf-Bibeau voleva tornare in Libia, dove aveva vissuto per un periodo, ma solo - assicurava - per studiare l'islam e l'arabo. Prima di dirigersi verso il vicino palazzo del Parlamento, l'estremista ha ucciso Nathan Cirillo, un riservista italo-canadese ma che sognava di diventare un militare a tempo pieno, padre di un bambino di 6 anni. Proprio alla commemorazione svoltasi davanti al monumento, presente Harper, un uomo è stato fermato per aver oltrepassato la delimitazione della polizia, ma si sarebbe trattato di un incidente./Mondo/Pagine/canada-attacco.aspx25/10/2014 12.24.35In Italia trentamila persone scomparseUn esercito silenzioso di persone che hanno fatto perdere le proprie tracce. ​Sono 29.763 le persone scomparse in Italia al 30 giugno 2014, 558 in più rispetto alla fine dello scorso anno. La metà è rappresentata da minori, in grande maggioranza stranieri. A fornire le cifre di un fenomeno dalle dimensioni importanti è stato oggi il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, intervenendo ad un convegno sul tema. Si tratta, ha sottolineato il ministro, "di un fenomeno drammatico e doloroso che desta allarme sociale. Dietro ognuno di quei numeri c'è una persona che non si trova ed il pianto dei familiari disperati".

Il ministro Alfano ha sottolineato la tendenza in crescita per quanto riguarda i ritrovamenti: su 140 mila denunce di scomparsa dal 1994, sono state recuperate le tracce di 110 mila persone. Le principali cause delle scomparse, ha proseguito Alfano, "sono l'allontanamento volontario, disturbi psicologici, il diventare vittime di reato e poi ci sono altri due fenomeni: gli anziani affetti da Alzheimer e la crisi economica che fa aumentare disturbi e crisi depressive portando i soggetti ad allontanarsi dal proprio ambiente". "Tema particolarmente toccante poi - ha osservato il titolare del Viminale - è il tema dei minori. Quelli scomparsi risultano essere 15.358, di cui 1.954 italiani. In grande maggioranza si tratta di ragazzi che si allontanano volontariamente dalle abitazioni o dalle comunità cui vengono affidati. Ma ci sono anche - ha aggiunto - i minori sottratti da uno dei coniugi e quelli vittime di reato".   

Il commissario straordinario del governo per le persone scomparse, prefetto Vittorio Piscitelli, ha rilevato che "è un fenomeno non solo italiano, in altri Paesi le cifre sono ancora più allarmanti. Si registra un fortissimo aumento dei numeri negli ultimi due anni e occorre alzare il livello di guardia". Negli ultimi due anni sono state registrare oltre 23.000 denunce di scomparsa. Solo nel 2012 sono scomparse due donne al giorno, in media, dal 1974 più di 200 all'anno. Gli scomparsi ultra sessantacinquenni malati di Alzheimer sono 1.600.

Complessivamente gli scomparsi sono 19.947 stranieri e 9.816 italiani. Le donne sono un terzo. Le regioni dove il fenomeno è più ricorrente sono Lazio (6.766), Sicilia (3.900), Lombardia (3.680), Campania (3.146) e Puglia (2.475). Altro fenomeno collegato è quello dei cadaveri senza nome. Sempre al 30 giugno 2014 ci sono 1.283 corpi non ancora identificati nei vari obitori italiani, molti dei casi censiti sono rappresentati dai migranti annegati. Ad esempio ci sono ancora 197 corpi da identificare risalenti al naufragio di Lampedusa dell'ottobre 2013./Cronaca/Pagine/scomparsi.aspx25/10/2014 12.24.35Nozze gay trascritte, no dalla Chiesa del Nord-EstPer i vescovi di Udine, Trieste e Concordia-Pordenone la trascrizione delle nozze gay nelle anagrafi comunali da parte dei sindaci è un atto «irresponsabile » e «arbitrario», un travisamento «superficiale e ambiguo» della famiglia. È accaduto anche a Udine e a Pordenone, mentre il sindaco di Trieste ha anticipato che lo farà se sarà richiesto. Monsignor Andrea Bruno Mazzocato, monsignor Giampaolo Crepaldi e monsignor Giuseppe Pellegrini, i tre vescovi, in un messaggio ai fedeli delle loro diocesi, dopo aver richiamato le conclusioni del Sinodo, esprimono «sofferenza » per iniziative che «hanno lo scopo di forzare la legislazione nazionale sui temi relativi ai cosiddetti 'nuovi diritti' e l’intento di condizionare l’opinione pubblica». I sindaci «non possono debordare l’ambito loro proprio e porsi in contrasto con le leggi vigenti», insistono i vescovi, ricordando che la legalità, di cui una comunità ordinata vive, ha molti aspetti che riguardano il bene comune. «La pace è sempre tranquillitas
ordinis,  la tranquillità dell’ordine. Nel disordine non c’è pace e non c’è bene comune. Chi ha dei ruoli pubblici ha in ciò una responsabilità maggiore di altri, proprio in quanto investito di un potere pubblico in ordine al bene comune». 

Il potere, per i vescovi, deve essere sempre responsabile se vuole essere autorevole e non arbitrario; non si può, quindi, in nome della difesa dei diritti di qualche cittadino snaturare il concetto di famiglia della Costituzione italiana. 

I sindaci si giustificano ammantando i loro gesti di un significato di lotta per i 'diritti umani'. «I diritti fondamentali della persona vanno indubbiamente rispettati - rispondono i tre vescovi -, ma senza estendere la legislazione familiare e matrimoniale a relazioni affettive e sessuali che, per natura loro, famiglia e matrimonio non sono». Non manca una forte critica ai sindaci perché con queste scelte di fatto ignorano i veri bisogni della gente. Il messaggio dei vescovi ha incontrato a Trieste una prima, inconsulta risposta. Davide Zotti, responsabile scuola di Arcigay, insegnante del liceo Dante-Carducci ha tolto il crocifisso dall’aula, in segno di protesta contro l’arcivescovo Crepaldi, per aver ribadito, a suo dire, «le posizioni omofobiche della Chiesa, affermando che l’omosessualità non è conforme alla realtà dell’essere umano». Nel passato Crepaldi era stato fatto oggetto di altre contestazioni simili. /Politica/Pagine/La-Chiesa-del-Friuli-Venezia-Giulia-trascrizioni-atti-arbitrari-dei-sindaci.aspx25/10/2014 12.24.35
Aggiornato: 3 min 42 sec fa

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