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La “vetrina” di Avvenire.it: le notizie principali, gli approfondimenti, le nostre inchieste, multimediaGrecia, stop alle trattative fino al voto

L'Eurogruppo "è unito" nella decisione di aspettare il risultato del referendum greco prima di nuovi negoziati con Atene. Lo ha scritto il ministro slovacco dell'Economia, Peter Kazimir, al termine dell'Eurogruppo, la seconda riunione dopo quella di ieri sera. E lo stesso presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, avrebbe detto che la Commissione "non avrà alcun contatto con il governo di Atene prima del referendum". "È mancata la volontà di concludere", ha aggiunto. 

Dunque, a quanto pare situazione in stallo fino a domenica prossima, quando i greci sono stati convocati dal premier Tsipras ad esprimersi sull'accordo proposto dall'Eurogruppo e su cui il premier aveva rotto le trattative già sabato scorso.

Da allora i negoziati sono andati avanti, con una ultima controproposta nella notte, in cui il premier greco si diceva pronto ad accettare quasi tutte le condizioni dei creditori internazionali, a parte piccoli cambiamenti.

La lettera di Tsipras. "La Repubblica ellenica è pronta ad accettare questo accordo tecnico con i seguenti emendamenti, addizioni e chiarimenti, nell'ambito di un'estensione del programma Efsf e del nuovo prestito Esm per il quale è stata avanzata richiesta oggi, 30 giugno", si legge nella missiva di Tsipras di due pagine risalente alla scorsa notte. In essa sono contenuti ulteriori dettagli sulla richiesta greca di un nuovo salvataggio, tramite il fondo europeo Esm, da 29,1 miliardi di euro. Atene - secondo la lettera riportata dal Ft - accetta l'intero impianto di riforma dell'Iva fatto salvo uno sconto del 30% per le isole greche. Il premier si dice pronto anche alla riforma delle pensioni come chiesta dai creditori, salvo far slittare a ottobre, anziché subito, la data di partenza dell'innalzamento progressivo dell'età pensionabile (prevista a 67 anni entro il 2022). 

L'Eurogruppo e la rata da 1,6 miliardi. Dopo il rinvio della riunione di ieri sera e il mancato pagamento al Fmi della rata da 1,6 miliardi di euro, oggi l'Eurogruppo ha discusso la richiesta di Atene di un terzo piano di aiuti. Anche il Fmi oggi si riunisce e sceglierà il termine "arretrato" e non "default" per definire il mancato pagamento di Atene della rata di debito in scadenza il 30 giugno. In tal modo la Grecia finirà in una specie di limbo e non nell'inferno degli insolventi. Ciò significa che Atene non potrà più partecipare ai fondi del Fmi finchè non avrà rimborsato gli arretrati. Inoltre il Fmi potrebbe decidere di prolungare le scadenze di Atene, in base a un meccanismo che finora è stato adottato solo due volte negli anni Ottanta per il Nicaragua e la Guyana. Molto probabilmente su questo ammorbidimento del Fmi ha influito Washington, che vuole a tutti i costi una soluzione per Atene.

Il piano per rifinanziare il debito. Sul modo di dare ossigeno alla Grecia, prima o, più probabilmente, dopo il referendum, l'Eurogruppo non ha voluto esprimersi, rinviando a tutto dopo il referendum. Berlino in particolare si è mostrata irremovibile e ha fatto sapere che intende iniziare a trattare con la Grecia solo dopo domenica.

L'alt della Germania. Merkel: aspettiamo il referendum. "Il negoziato con la Grecia non può tornare allo status quo: siamo in una situazione completamente nuova", ha detto il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, spegnendo gli entusiasmi dopo l'ultima lettera del premier ellenico Alexis Tsipras che "non è una base per parlare di misure serie". Ancora più categoria la cancelliera Angela Merkel: "Gli aiuti alla Grecia sono sospesi dopo che Atene ha unilateralmente abbandonato il negoziato, e ora bisogna aspettare l'esito del referendum". La Grecia ha il diritto di fare il suo referendum sulle proposte europee, ma i partner europei hanno egualmente il diritto di rispondere a quello che sarà il suo esito, ha detto ancora la cancelliera tedesca. "La Germania ha deciso: aspettiamo il referendum".

. Nel suo discorso di oggi al Paese Tsipras continua nella sua linea sul referendum sugli aiuti, invitando il popolo a votare no. "Dire no non è solo una parola, ma è una azione specifica per raggiungere gli obiettivi. È una scelta delle persone, ognuno dovrebbe decidere come vorrà vivere in futuro. Dire no non significa dire no all'Europa, ma tornare a una Europa di valori, valori che abbiamo concordato e hanno un significato". Duri i toni: i creditori stanno ricattando i greci per spingere a un voto positivo nel referendum di domenica prossima, ma sappiate, è la sostanza del discorso, che questa situazione di paura e di difficoltà "non durerà per molto. Salari e pensioni non andranno persi". Il proposito del governo greco è di trovare una "soluzione sostenibile" e per questo restiamo al tavolo delle trattative.

Dal canto suo il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, ha detto che la Grecia vuole restare nell'euro e la sua permanenza nell'Eurozona "non è negoziabile" ma i cittadini ellenici dovranno esprimersi per il 'no' al referendum di domenica. "I negoziati si sono fermati perchè i creditori della Grecia hanno rifiutato di ridurre il nostro impagabile debito pubblico e hanno insistito che debba essere pagato in modo 'parametrico' dai membri più deboli della nostra società, i suoi figli e i suoi nipoti", ha scritto Varoufakis sul suo blog.

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Il premier Renzi, in visita a Berlino, ha incontrato Angela Merkel e ha definito il referendum in Grecia un errore.

/Economia/Pagine/Tsipras-verso-accordo.aspx02/07/2015 10.00.39Coutts: «Vi racconto la vita dei cristiani nel Pakistan»C’è un Pakistan dove cresce l’intolleranza; dove la quotidianità delle minoranze religiose è miseria, è ingiustizia, è discriminazione; dove persino i libri scolastici “bollano” i non musulmani come cittadini di serie B. E c’è un altro Pakistan che vuole camminare verso il futuro e sfidare il fondamentalismo. Due realtà. Due visioni di società. Due idee di mondo. C’è il Pakistan dei cristiani perseguitati. Ma c’è anche il Pakistan dove il confronto è possibile. Anzi è reale. Dove c’è un Islam con cui parlare, con cui costruire, fare fronte comune. Anche per gridare “no” al terrorismo.


Un sorriso leggero e amaro taglia il volto di monsignor Joseph Coutts mentre racconta il suo Pakistan. Mentre riflette a voce bassa sulle «contraddizioni» di un Paese che lotta per la democrazia. Mentre si sofferma sulla necessità di «lavorare con quell’islam che, come noi, è sotto l’attacco di una minoranza di fanatici». L’arcivescovo di Karachi parla in inglese di fede e di testimonianza, di dialogo e di impegno. «Userei il vostro italiano, ma per trovare le parole con facilità mi ci vorrebbe un bicchierino di grappa», ci dice confessando una certa timidezza.


È la sola parentesi “leggera”. Per qualche istante monsignor Coutts (reduce da un incontro con alcuni diplomatici europei organizzato da Aiuto alla Chiesa che soffre e pronto a ripartire per il Pakistan) resta silenzioso. Poi riparte spiegando che cosa vuole dire testimoniare. «È declinare la parola solidarietà. È stare al fianco dell’handicap. È curare. È assistere.


Abbiamo 300 scuole cattoliche dove aiutiamo i ragazzi a diventare uomini con valori, con visione, con capacità di capire il mondo. I musulmani vogliono che i loro figli studino nelle nostre scuole. Ho amici musulmani che mi dicono: “Insegnate ai nostri ragazzi questi valori, insegnate loro a essere onesti, aperti, tolleranti; insegnategli a essere persone buone”. Noi cristiani siamo una minoranza. Ma non silenziosa. Non nascosta. Siamo una minoranza, ma portiamo un contributo vero, forte, contagioso. Siamo il 2 per cento, ma abbiamo un ruolo in questa società che va ben oltre quella percentuale».


C’è una scuola capace di unire. Di essere terreno di incontro, di scambio. Ma nel Pakistan delle contraddizioni c’è anche una scuola teatro di discriminazioni, di intolleranza, di terribili ingiustizie. Ora l’arcivescovo si affida a un esempio per far capire. Lo racconta con parole semplici. Con pause leggere che danno forza a quel messaggio. «Capita spesso, troppo spesso, che una maestra assegni ai suoi alunni un tema dal titolo: “Scrivi una lettera a un tuo amico e invitalo a convertirsi all’islam”. Ma questo non succede solo ai giovani studenti. Anche io ho ricevuto pressioni, anche a me hanno scritte lettere dove mi invitavano a convertirmi. Io ho fatto l’unica cosa che dovevo fare: non ho risposto».


Ancora una pausa. «Essere cristiani in Pakistan è una sfida dura e quotidiana», sussurra monsignor Coutts. «Non sappiamo mai quando possiamo diventare obiettivi di intolleranza e pregiudizio. Si vive nell’apprensione, nella paura che una parola possa trasformarsi in una condanna. È successo ad Asia Bibi, ma qui in Pakistan di casi così ce ne sono decine e decine». Ancora una volta nella riflessione del sacerdote si fronteggiando le due realtà. L’arcivescovo passa da una all’altra con facilità. Quasi fosse inevitabile fare i conti, qui in Pakistan, con il bene e con il male.


«Ho amici imam. E con loro c’è un confronto vero, c’è rispetto. Deve essere così perché abbiamo un nemico comune. Perché per vincere il terrorismo dobbiamo essere uniti. Oggi bersaglio non siamo solo noi cristiani; è il Pakistan il bersaglio, è la voglia di democrazia, è la volontà di respingere una visione da Medioevo per camminare verso il futuro. I terroristi uccidono anche i figli dei musulmani. Colpiscono anche chi tra loro non accetta quel clima d’odio verso l’Occidente. Hanno ucciso giudici musulmani “colpevoli” di aver garantito un processo a chi ha fatto del male ai cristiani. Ecco questo è il Medioevo». C’è amarezza, ma c’è anche speranza.


«Oggi c’è una maggioranza musulmana moderata sempre meno silenziosa, sempre meno timida. Lo scorso giugno l’esercito pachistano ha messo in campo 30mila soldati per frenare i terroristi. Il governo ci protegge, la domenica ci sono militari a difendere le nostre Chiese». Ancora una volta l’arcivescovo pesca nei ricordi. Torna indietro di quindici anni: ottobre 2001, il primo attacco a una Chiesa pachistana. Proprio un mese dopo la tragedia delle Torri Gemelle». Coutts pensa; la testa tra le mani. «In quelle ore mi interrogavo sul Natale, sulla Messa di mezzanotte a Natale; mi chiedevo se fosse giusto mettere a rischio la vita della mia gente. I fedeli capirono i miei dubbi e li spazzarono via con dieci parole: “Vescovo, se i terroristi ci vogliono uccidere meglio morire in Chiesa».


Parole e immagini si accavallano, l’arcivescovo pesca nella memoria e si ferma su una “fotografia”. «I giovani universitari della Commissione per i diritti dell’uomo. Ricordo la loro catena umana. Ricordo il significato di quel gesto fatto da quei giovani tutti musulmani: simboleggiare la loro volontà di difendere i cristiani dagli attacchi». Quella sintonia così forte e così contagiosa è figlia dell’impegno, della testimonianza, dei gesti concreti. «Il nostro lavoro è per un’umanità che soffre. Senza distinzioni. Noi siamo al fianco dei cristiani e dei musulmani senza fare domande. Lavoriamo per far crescere il Pakistan.


Per dare forza allo sviluppo. Siamo con questa gente nei momenti più duri. Quando c’è un alluvione, quando c’è una carestia, quando c’è paura. Questo è il modo di trasmettere i valori morali: con il servizio, con la cura». È la sola risposta possibile, ripete monsignor Coutts. «È il solo modo per sfidare il fanatismo. Gli estremisti ci temono. “Importate valori distorti, corrompete, minacciate la nostra cultura”, ripetono nei loro atti d’accusa. Ma sono parole. Parole e basta. Noi continueremo a fare del bene. È il nostro dovere. È la nostra missione. Dialogo, dialogo, dialogo: non lasceremo che la luce venga sopraffatta dal buio»./Mondo/Pagine/vescovo-di-karechi-cristiani-perseguitati.aspx02/07/2015 10.00.39Eterologa, non si sceglie il "donatore" ​Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha firmato l'aggiornamento delle linee guida della legge sulla procreazione assistita, datate 2008. Il provvedimento entrerà in vigore con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Il ministero recepisce "l'evoluzione tecnico-scientifica del settore" e "l'evoluzione normativa" che la legge ha subito ad opera principalmente di sentenze della Corte Costituzionale.  Come si ricorderà, quest'ultima con la sentenza n.151/2009 ha eliminato il numero massimo di tre embrioni da creare e trasferire in un unico e contemporaneo impianto in utero, mentre con la sentenza n.162 del 2014 le quali ha rimosso il divieto di fecondazione eterologa.
Ovvio quindi che le variazioni introdotte rispetto alle linee guida attualmente in vigore siano numerose. Fra le principali l'accesso alle tecniche di fecondazione eterologa, la raccomandazione di un'attenta valutazione clinica del rapporto rischi-benefici nell'accesso ai trattamenti, con particolare riferimento alle complicanze ostetriche, alle potenziali ricadute neonatologiche e ai potenziali rischi per la salute della donna e del neonato nonché l'accesso generale a coppie sierodiscordanti, cioè in cui uno dei due partner è portatore di malattie virali sessualmente trasmissibili per infezioni da Hiv, Hbv o Hcv (nella versione precedente era previsto solo per l'uomo portatore, in quella attuale si consente anche alla donna portatrice).
In cartella clinica le procedure di Pma dovranno essere descritte con maggior dettaglio di quanto non lo siano state in precedenza, considerato che gli operatori possono avviare percorsi più differenziati di quanto fatto prima delle sentenze. In particolare andranno anche riportate le motivazioni in base alle quali si determina il numero di embrioni strettamente necessario da generare, ed eventualmente quelle relative agli embrioni non trasferiti da crioconservare temporaneamente.   Riguardo la fecondazione eterologa, nelle linee guida vengono fornite le indicazioni  per la coppia che accede ai trattamenti di fecondazione assistita, mentre tutto ciò che riguarda la controversa questione dei "donatori" di gameti (che poi donatori non sono...) sarà contenuto nel testo di un nuovo Regolamento, già approvato dal Consiglio Superiore di Sanità.
Nel nuovo testo delle linee guida si danno indicazioni cliniche per l'accesso alle tecniche di Pma di tipo eterologo, prevedendo anche la cosiddetta "doppia eterologa" - quando entrambi i componenti della coppia possano ricevere gameti donati - nonché alla possibilità di egg sharing e sperm sharing, cioè che uno dei due componenti della coppia ricevente possa a sua volta essere anche donatore di gameti per altre coppie che accedono alla Pma eterologa.
Per escludere illegittime selezioni eugenetiche, alle coppie che accedono all'eterologa non è consentito scegliere particolari caratteristiche fenotipiche del donatore.

Dopo l'istituzione del Registro nazionale dei donatori, "questo è il secondo importante passo per l'aggiornamento dell'intero quadro normativo che regola la Pma in Italia", ha commentato il ministro Lorenzin. L'aggiornamento sarà completato nelle prossime settimane con i decreti sul consenso informato e sui cosiddetti embrioni abbandonati, e con il perfezionamento del recepimento delle normative europee sulla donazione dei gameti. /Vita/Pagine/nuove-linee-guida-fecondazione-eterologa-.aspx02/07/2015 10.00.40L'Is porta la guerra nel Sinai: oltre 100 morti

Venti di guerra nella penisola del Sinai, dove una serie di attacchi jihadisti contro obiettivi militari ha provocato la dura reazione del Cairo. Pesante il bilancio delle vittime: sul terreno sarebbero rimasti circa 70 tra militari e civili e secondo alcune fonti circa 90 miliziani jihadisti.

L'offensiva jihadista. È stata un'offensiva massiccia quella lanciata oggi dai jihadisti dello Stato islamico (Is) che hanno attaccato numerose postazioni dell'esercito egiziano nella penisola del Sinai, all'indomani del primo anniversario della destituzione del presidente islamico Mohammed Morsi da parte dei militari.

«Sventolano bandiere dell'Is». Testimoni terrorizzati riferiscono che la cittadina di "Sheikh Zuweid è nella mani dei jihadisti, che sfilano per le strade a bordo di auto con le armi, issando le bandiere nere dell'Isis". E aggiungono: "Non possiamo scappare perché i jihadisti hanno minato le strade in entrata e uscita. L'esercito ci aiuti". La situazione in questa città è molto confusa, l'emittente qatariota citando fonti locali ha affermato che "uomini armati dell'Is si sono posizionati in diverse strade della città".

Al Ahram, principale giornale governativo, riferisce di "almeno 20 morti e una trentina di feriti" negli scontri nella sola città di Sheik Zueid, dove il commissariato di polizia "è assediato" dai jihadisti. In un primo momento Il Cairo aveva cercato di minimizzare parlando di una decina di morti.

Mine nel capoluogo Arish. Secondo le fonti di al-Jazeera, lo stesso capoluogo Arish sarebbe in pericolo: "I jihadisti hanno seminato mine in tutte le strade a ovest della città per bloccare i rinforzi" alle forze governative in arrivo dal Cairo. Da parte sua, un portavoce dell'esercito egiziano ha ammesso che "una settantina di terroristi hanno attaccato cinque postazioni dell'esercito con missili anti-aerei". Circostanza confermata anche da fonti locali citati da al-Jazeera, secondo le quali "i jihadisti islamici per la prima volta hanno fatto ricorso a missili ed a armamenti pesanti".

La dura reazione del Cairo. Sono novanta i jihadisti della cellula locale dello Stato Islamico (Is), Wilaya del Sinai, uccisi dall'esercito egiziano e da jet dell'aviazione del Cairo im risposta agli attacchi simultanei sferrati da settanta miliziani contro le forze della sicurezza nella Penisola del Sinai. Lo rende noto Sky News Arabia, precisando che sono "cinquanta i terroristi uccisi" nei pressi di Sheikh Zuweid, zona bombardata dagli F16 dell'aviazione egiziana. Secondo fonti mediche e di sicurezza, nelle violenze sono rimati uccisi 36 fra soldati e civili, mentre i jihadisti morti sarebbero 38.

La stessa filiale egiziana del Califfato ha subito rivendicato la raffica di attacchi avvenuti simultaneamente ad Arish, capoluogo del Sinai, a Rafah e a Sheik Zueid affermando di aver "colpito 15 obbiettivi".

Esplosioni anche a Rafah. Due esplosioni sono state udite nella città egiziana di Rafah, al confine con la Striscia di Gaza, nel Sinai del nord. Lo hanno riferito fonti della sicurezza e testimoni. In seguito all'ondata di attacchi, Israele ha rafforzato le misure di sicurezza lungo la frontiera con l'Egitto e ha chiuso i valichi di Nitzana (verso la penisola) e di Kerem Shalom, all'estremità meridionale della Striscia di Gaza.

Blitz al Cairo: uccisi 9 uomini armati. Le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in un appartamento in un sobborgo del Cairo e ucciso nove uomini "armati", tra cui Nasser al-Hafi, noto giurista dei Fratelli Musulmani ed ex parlamentare. Il gruppo, secondo fonti della sicurezza, stava progettando un attentato. L'appartamento in cui è avvenuto il blitz è situato a Città del 6 ottobre, a sud ovest della capitale, dove martedì due bombe sono esplose davanti a un
commissariato uccidendo almeno tre persone.

Giro di vite cotnro il terrorismo. Il governo egiziano ha approvato un nuovo pacchetto di misure per la lotta al terrorismo. Lo ha reso noto il ministro della Giustizia all'agenzia Mena. Via libera anche alla legge sulle legislative che riguarda le circoscrizioni elettorali. Le leggi entreranno in vigore dopo la firma del presidente.

Il premier: «Siamo in guerra». "L'Egitto è in stato di guerra" ha affermato il premier Ibrahim Mahlab precisando che in giornata la presidenza della Repubblica approverà alcune misure anti terrorismo. Mahlab ha poi osservato un minuto di silenzio in ricordo di Hisham Barakt, il procuratore generale assassinato lunedì in un attentato al Cairo e per i "martiri" uccisi oggi in Sinai.

La solidarietà della Farnesina. "L'Italia è vicina al popolo e al governo egiziano di fronte ai gravissimi attacchi terroristici che hanno provocato decine di vittime". Lo riferisce la Farnesina in una nota. "L'Egitto - si legge ancora - è un pilastro di stabilità nella regione e l'escalation della minaccia terroristica non riuscirà a piegare la determinazione del popolo e del governo"

/Mondo/Pagine/is-sferra-attacco-sinai.aspx02/07/2015 10.00.40Naomi Klein in Vaticano: il Papa ha avuto coraggioLa Laudato si’ non è rivolta solamente al mondo cattolico, ma riguarda «ogni persona che vive su questo pianeta. Posso dire che in quanto femminista, ebrea e laica è stata per me una sorpresa essere invitata in Vaticano». È quanto ha affermato Naomi Klein, scrittrice e attivista di fama mondiale, sui temi legati alla globalizzazione economica e al cambiamento climatico, intervenendo ieri presso la Sala Stampa della Santa Sede nel corso della conferenza stampa di presentazione del Convegno internazionale: "Le persone e il Pianeta al primo posto: l’imperativo di cambiare rotta".


L’evento, che è promosso dal Pontificio Consiglio della giustizia e della pace e dal Cisde (rete internazionale di ong cattoliche per lo sviluppo), si svolge oggi e domani all’Augustinianum di Roma, e intende dare impulso internazionale ai temi trattati da papa Francesco nell’enciclica, in vista dell’appuntamento sul clima a Parigi (30 novembre-11 dicembre 2015). All’iniziativa partecipano tra gli altri Mary Robinson, responsabile per i problemi legati al cambiamento climatico delle Nazioni Unite e il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin.


A presentare l’iniziativa erano presenti anche il professore Ottmar Edenhofer, presidente dell’Ipcc (Intergovernamental panel on climate change), Bernd Nilles, responsabile del Cisde e Flaminia Giovanelli, sottosegretario per il Pontificio Consiglio della giustizia e della pace.
Naomi Klein, autrice del best-seller No logo e più recentemente del volume Una rivoluzione ci salverà, dopo essersi detta "onorata" dell’invito ricevuto, ha parlato dell’urgenza di «costruire alleanze ampie e inedite che possano coinvolgere persone di culture differenti» e ha citato lo slogan fatto proprio dalla manifestazione sui rischi del cambiamento climatico tenutasi nel settembre scorso a New York: «Per cambiare tutto abbiamo bisogno di tutti.


L’enciclica – ha osservato – è stata una sorpresa per il coraggio dimostrato dal Papa in un momento in cui i politici non ne manifestano, c’è una verità potente nel testo». La Laudato si’, ha ripetuto più volte Klein, «va letta interamente, non limitandosi a qualche sintesi o riassunto». L’interconnessione fra le varie questioni del nostro tempo – ha aggiunto – è il messaggio centrale del documento, e la nuova attenzione sul clima che sta emergendo «si fonda proprio sulla più coraggiosa verità espressa nell’enciclica: cioè che l’attuale sistema economico sta alimentando la crisi climatica e allo stesso tempo ci impedisce attivamente di prendere i provvedimenti necessari per evitarla». «Con questa enciclica – ha poi affermato – si forma un nuovo tipo di consapevolezza che lega la questione climatica ai temi dell’equità sociale, ed è da questo approccio che possono nascere alleanze sorprendenti».


Il professor Ottmar Edenhofer ha quindi sottolineato come l’enciclica affondi sulle diseguaglianze prodotte dal cambiamento climatico che «colpisce in modo particolare le popolazioni più povere». «Per la prima volta nella storia – ha affermato – si fa riferimento all’atmosfera come a un bene comune di tutta l’umanità» e per questo va salvaguardata secondo criteri di giustizia, perché «è un diritto umano fondamentale». «L’utilizzo dei carburanti fossili altamente inquinanti, in particolare il carbone e il petrolio – ha osservato Flamina Giovanelli, pronunciando l’intervento del cardinale Peter Turkson – devono essere sostituiti progressivamente senza alcun indugio a favore di un utilizzo delle fonti di energia rinnovabile che facilitino una transizione energetica».


Quindi è toccato a Bernd Nilles illustrare la mobilitazione in corso del mondo cattolico in vista dell’importante conferenza sul clima di Parigi. Non ci sarà solo il negoziato fra i governi di tutto il mondo nella capitale francese - ha detto - ma anche un fiorire di iniziative affinché vengano raggiunti risultati concreti: «Sarà una sorta di pellegrinaggio di persone di tutte le fedi, e noi vogliamo testimoniare l’impegno della Chiesa cattolica in questo senso»./Chiesa/Pagine/klein-in-vaticano.aspx02/07/2015 10.00.40«Pronti a combattere per l'Is». 10 arrestiSono 10 le persone arrestate nel corso dell operazione contro il terrorismo internazionale condotta dalla Polizia di Stato: si tratta di 4 cittadini italiani, 5 albanesi e un cittadino canadese. Sono tutti accusati a vario titolo di associazione con finalità di terrorismo e organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo. Le indagini sono state condotte dalla sezione antiterrorismo della Digos di Milano: secondo i primi dettagli gli indagati sono parte di due famiglie, la prima formata da italiani convertiti da qualche anno all'Islam, la seconda da cittadini albanesi residenti nel grossetano. Le due famiglie si sono imparentate con il matrimonio di una giovane coppia, e stavano organizzando un viaggio alla volta della Siria per combattere a fianco degli jihadisti.

Tra gli arrestati alcuni parenti di Maria Giulia Sergio, 28 anni, ricercata, partita dall'Italia quasi un anno fa e che si trova in Siria con il marito combattente jihadista. Sono stati arrestati il padre, la madre e la sorella di Maria Giulia Sergio. La famiglia della ragazza vive ad Inzago, nel Milanese. Tra gli arrestati c'è anche lo zio e il marito albanese della sorella di Maria Giulia. 

L'attività investigativa, avviata lo scorso ottobre, coordinata dagli uomini della Polizia di Stato della Direzione Centrale Polizia di Prevenzione anche per i profili di collaborazione internazionale - è scritto in una nota - ha riguardato in particolare la giovane donna della coppia, cittadina italiana, che subito dopo la conversione ha intrapreso un percorso di radicalizzazione che l'ha poi spinta a partire insieme al marito alla volta della Siria, per raggiungere lo Stato Islamico e partecipare al jihad. Le attività tecniche condotte dalla Polizia hanno consentito di ricostruire il percorso seguito dalla giovane coppia per il raggiungimento della Siria. In particolare attraverso l'intercettazione dell'utenza, in uso ad un coordinatore dell'organizzazione dei foreign fighters dello Stato Islamico, è stato possibile ricostruire l'attività di smistamento degli stranieri che da varie parti del mondo partono per raggiungere il Califfato. Ulteriori dettagli verranno forniti nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle 11 presso la Questura di Milano.

Due cittadini maghrebini sono stati arrestati all'alba dai carabinieri del Ros con l'accusa di terrorismo internazionale. Un terzo indagato è già in carcere in Marocco per reati di terrorismo. Al centro delle indagini della procura di Roma una cellula di matrice qaedista. La cellula terroristica  "si proponeva anche - sottolineano gli investigatori - la pianificazione ed esecuzioni di atti terroristici in Italia e in Nord Africa".
/Cronaca/Pagine/terrorismo-10-arresti.aspx02/07/2015 10.00.40Cuba-Usa, il 20 luglio riaprono le ambasciate

Gli Stati Uniti e Cuba riapriranno le proprie ambasciate nelle rispettive capitali il 20 luglio. Lo hanno annunciato contemporaneamente da Washington e dall'Avana il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il leader cubano Raul Castro.

"Questo è un passo storico per normalizzare le relazioni con il governo e la gente di Cuba" ha detto il presidente statunitense. "Siamo vicini e ora possiamo essere amici".

Obama ha agggiunto: "Chiederò al Congresso di rimuovere l'embargo contro Cuba", sottolineando che "l'embargo non ha funzionato per 50 anni". Obama ha anche annunciato che il segretario di stato americano, John Kerry, volerà a L'Avana per alzare la bandiera americana all'ambasciata.

In una lettera a Obama, resa nota dalla Casa Bianca, Raul Castro scrive che Cuba si ispira ai principi della Carta delle Nazioni Unite, compresa la promozione del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali per tutti.

Washington e L'Avana avevano rotto le relazioni diplomatiche nel 1961 quando l'allora presidente Dwight Eisenhower aveva ordinato la chiusura della rappresentanza all'Avana. L'ultimo passo verso un ritorno alla normalità tra i due paesi era stato compiuto lo scorso 29 maggio con l'annuncio del Dipartimento di Stato americano della cancellazione di Cuba dalla lista nera degli stati considerati sponsor del terrorismo.

/Mondo/Pagine/cuba-usa-dal-20-luglio-riaprono-ambasciate.aspx02/07/2015 10.00.40La preghiera del Papa per l'America Latina​I cristiani dell'America Latina, "di fronte alle disuguaglianze sociali possano dare testimonianza di amore per i poveri e contribuire ad una società più fraterna".

È questa la preghiera di Papa Francesco a pochi giorni dalla partenza per il suo nono viaggio apostolico internazionale, che dal 5 al 13 luglio prossimi lo porterà in Ecuador, Bolivia e Paraguay ed al quale dedica l'intenzione di preghiera del mese di luglio.
 
Lo rende noto la Radio Vaticana che interpella a proposito monsignor Eugenio Scarpellini, vescovo di El Alto, città della Bolivia dove il Papa atterrerà mercoledì 8 direttamente dall'Ecuador. "Speriamo che anche il mondo intero - ha detto il presule - possa cogliere da questa visita del
Santo Padre nei tre Paesi dell'America Latina un messaggio grande di attenzione verso un popolo credente: un popolo che ancora deve crescere nella dignità, nel superamento dei limiti, delle difficoltà, delle crisi e delle ingiustizie che ci sono, un popolo che guarda con speranza al futuro".
/Chiesa/Pagine/papa-preghiera-america-latina.aspx02/07/2015 10.00.40Sbarchi, l'Onu: in Europa 137 mila arrivi​Sono 137.000 i migranti che nella prima metà del 2015 hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere l'Europa. È quanto ha riferito oggi l'Onu, sottolineando che si tratta di un numero record, pari a un incremento dell'83% rispetto al primo semestre del 2014.
 
"L'Europa sta vivendo una crisi di profughi via mare che ha
raggiunto proporzioni storiche", ha ammonito l'Alto Commissariato
Onu per i rifugiati (Unhcr), sottolineando come la maggior parte
dei profughi arrivi da zone di guerra.
"La maggior parte delle persone che arrivano via mare in Europa
sono rifugiati, che cercano protezione contro la guerra e le persecuzioni", ha dichiarato in una nota il Commissario Antonio
Guterres. /Mondo/Pagine/Onu-rifugiati-in-europa-in-aumento.aspx02/07/2015 10.00.41L'addio commosso di Barletta a don Salvatore ​Forse noi vediamo l’accaduto e non capiamo. Ma la Parola di Dio è chiara: “Grazia e misericordia sono per i suoi eletti e protezione per i suoi santi”. Così l’arcivescovo di Trani- Barletta-Bisceglie, Giovan Battista Pichierri, ha introdotto l’omelia delle esequie di don Salvatore Mellone, ordinato presbitero il 16 aprile scorso e morto prematuramente a soli 38 anni nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.
 
74 giorni di sacerdozio vissuti alla sequela di Cristo, intimamente unito a Lui con la sua sofferenza e senza mai perdere il sorriso. La sua anima era gradita al Signore - continua Pichierri riprendendo il testo della Sapienza - perciò si affrettò ad uscire dalla malvagità.

Don Salvatore ha manifestato e testimoniato nella sua lancinante malattia una fede grande e profonda, radicata nella volontà di Dio. Avvertiva l’anelito di esercitare il ministero sacerdotale tra gli ammalati per portare consolazione e fiducia in quello che Dio soltanto sa fare per il sommo bene dei suoi figli.

Per questo, ci esorta l’apostolo Paolo annunziandolo ai cristiani di Corinto, non dobbiamo scoraggiarci,  perché “se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno". E aggiunge: “il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose invisibili, perché sono di un momento, mentre quelle invisibili sono eterne”.

E così è stato per don Salvatore, che inchiodato a letto, mentre vedeva giorno dopo giorno il suo corpo trasformarsi e “fare le bizze” come lui stesso diceva, sfiancato dal cancro, il suo spirito era invece alato in Dio, e il suo cuore aperto alla Chiesa, ai fratelli, ai suoi cari, all’umanità intera.

L’ultimo numero del giornale parrocchiale La stadera ha raccolto per lui tante testimonianze, lettere di ringraziamento e preghiere, richieste di benedizione: da Padova durante la Maratona Antonio corre per lui; i giovani della parrocchia SS. Crocifisso hanno scritto un canto a lui dedicato, Dono d’amore sei tu, che ha accompagnato il feretro e il lungo corteo al termine della liturgia esequiale, con oltre 60 sacerdoti, 20 diaconi e i seminaristi del Seminario Regionale di Molfetta. 

Tantissimi i fedeli che hanno invaso il quartiere Patalini di Barletta, accorsi per l’ultimo saluto e che hanno gremito all’inverosimile la Chiesa SS. Crocifisso, nonostante il caldo asfissiante, e il salone parrocchiale: Tiziana, di una parrocchia limitrofa, catechista dice: «Ho sentito il dovere e il richiamo, lui ci ha insegnato tanto». Marisa, 16 anni, è tra i volontari del servizio accoglienza: «Avrei voluto nascere prima – dice - per conoscerlo bene e fare con lui esperienza di camposcuola. I miei amici raccontano che aveva un carisma particolare nel riportare ogni conversazione sul messaggio cristiano. Di solito alla mia età facilmente ci si distrae, siamo presi dai cellulari, dai messaggi, dai social, invece don Salvatore riusciva a richiamare la nostra attenzione e a illuminarci con la Parola di Dio».

La sorella Adele chiosa: «Il sepolcro è vuoto. A tutti hai lasciato qualcosa: ai catechisti, agli amici di sempre con cui ha maturato il cammino vocazionale e condiviso il tuo percorso spirituale, ai seminaristi, ai presbiteri, ai familiari, agli ammalati che non potevi abbandonare e per i quali hai avuto fino all’ultimo una parola, una carezza, uno sguardo. Aiutaci ora un questo arduo compito di carità e gratuità ad essere i Buon Samaritano dei tempi moderni». /Chiesa/Pagine/barletta-i-funerali-di-don-salvatore-mellone.aspx02/07/2015 10.00.41Ingorgo al Senato. Renzi e il rebus riforme L’ordine di Palazzo Chigi è perentorio: «Entro il 7 agosto dobbiamo portare tutto a casa». Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E il mare in questo caso è il maxi-ingorgo che a luglio investirà Palazzo Madama. Il 'cronoprogramma' prevede che, una dopo l’altra, siano portate in Aula e votate, nell’ordine, la riforma della Rai, le unioni civili e il superamento del bicameralismo perfetto. Un provvedimento più complesso e politicamente controverso dell’altro. Molto si chiarirà domani, quando si riunirà la presidenza della commissione Affari costituzionali per incardinare la riforma del Senato. Il vertice dell’organismo, la democrat Anna Finocchiaro, ha messo le mani avanti: «Evitiamo di darci date giugulatorie. Escludo tempi biblici, ma mi piacerebbe che potessimo ragionare con calma. Diciamo che non considero il 7 agosto - quando Palazzo Madama chiuderà i battenti,
ndr - come una data ultimativa, tassativa.

Procederemo subito con delle audizioni, che riguarderanno, sia chiaro, soltanto i punti di modifica introdotti alla Camera. Mi piacerebbe che ci concentrassimo soprattutto su due aspetti: il metodo di composizione del Senato e le sue prerogative ». Hai detto nulla: sono questi punti l’oggetto della trattativa continua tra Renzi e Bersani, tra maggioranza e minoranza democratica. Ma c’è un altro aspetto. In commissione Affari costituzionali maggioranza e opposizione sono pari, 14 a 14. E tra i renziani cresce il nervosismo verso il presidente del Senato Pietro Grasso. Toccherebbe a lui, sostengono, imporre al gruppo
misto - che ora esprime solo senatori di opposizione - riequilibrare la propria presenza. Inoltre c’è un certo scetticismo circa la possibilità che la maggioranza riesca davvero a piazzare il previsto referendum confermativo insieme alle amministrative della prossima primavera.
Tecnicamente, prima della riforma costituzionale vengono Rai e unioni civili.

E nessuno esclude che Renzi possa, per arrivare prima alla terza lettura del Nuovo Senato - risultato politicamente più appetibile -, rinviare a settembre una di queste due misure. Motivi ce ne sarebbero in abbondanza. Per quanto riguarda Viale Mazzini, anche andando di corsa appare ormai scontato che i nuovi vertici verranno nominati comunque con la legge Gasparri. Circa le unioni civili, la commissione giustizia di Palazzo Madama non ha iniziato a votare ed è chiaro al premier che il provvedimento è fonte di forti tensioni con Ncd. Ieri in un’intervista il capogruppo degli alfaniani alla Camera, Maurizio Lupi, ha detto due «no» forti contro implicite equiparazioni al matrimonio tra uomo e donna e contro la cosiddetta 'stepchild adoption'. Rai e unioni civili, inoltre, sono alla prima lettura. Se slittassero, i tempi di approvazione si allungherebbero notevolmente perché da ottobre Camera e Senato entreranno nella 'sessione di bilancio', in cui tutti i
fari si accendono sulla legge di stabilità. 

La situazione è meno 'stressante' alla Camera, dove l’obiettivo fondamentale è chiudere entro il 7 luglio, senza correzioni, la terza e definitiva lettura della riforma della scuola. In teoria i numeri in Aula non lo richiedono, ma non si esclude di porre la questione di fiducia. Stallo invece sulla prescrizione: ieri al ministero della Giustizia si è tenuto un vertice di maggioranza per armonizzare la prescrizione con le nuove norme anticorruzione. L’obiettivo è tenere insieme punibilità e tempi certi dei processi. Pd ed Ncd per ora sono distanti. 
 /Politica/Pagine/Ingorgo-a-Palazzo-Madama-Renzi-e-il-rebus-riforme-.aspx02/07/2015 10.00.41Vescovi Usa: sentenza nozze gay "tragico errore"​"Un tragico errore che danneggia il bene comune ed i più vulnerabili che sono i bambini": così la Conferenza episcopale degli Stati Uniti (Usccb) ha commentato la sentenza con cui venerdì scorso la Corte Suprema, con 5 voti favorevoli e 4 contrari, ha dato il via libera a matrimoni fra persone dello stesso sesso in tutti i 50 Stati che compongono gli Stati Uniti.
"Nonostante quello che può dire una stretta maggioranza di giudici
supremi in questo momento storico, la natura della persona umana e del matrimonio resta immutata e immutabile", si legge in una nota del presidente della Usccb, mons. Joseph Kurtz, rilanciata da Radio Vaticana.   LEGGI IL TESTO COMPLETO IN INGLESE  Mons. Kurtz incoraggia tutti i cattolici ad andare avanti con fede,
speranza e amore: "Fede nell'immutabile verità sul matrimonio,
radicato nell'immutabile natura della persona umana e confermata dalla
Rivelazione; speranza che queste verità possano tornare a prevalere nella società e amore per il prossimo, anche per coloro che ci odiano, o ci punirebbero per la nostra fede e le nostre convinzioni morali". /Mondo/Pagine/vescovi-usa-no-nozze-gay.aspx02/07/2015 10.00.41Enti locali, guerra sulle risorse (e rischio crac) La meritoria battaglia per la semplificazione dello Stato attraversa in queste settimane una fase cruciale. Il tempo passato tra l’attuazione della legge Delrio che ha ridisegnato l’assetto complessivo del governo del territorio, portando all’istituzione delle città metropolitane e al graduale superamento delle Province, e il decreto enti locali atteso questa settimana al Senato, ha permesso di evidenziare diversi ordini di criticità da affrontare con chiarezza a livello politico, amministrativo e sociale.

Dal punto di vista della rappresentanza politica, i doverosi cambiamenti imposti dalle ultime riforme non hanno risolto il problema del "governo del territorio". Da una parte, come ha dimostrato la recente campagna elettorale per le Regionali, i governatori cercano di rispondere alle accuse di "neocentralismo" su base locale, frutto delle gestioni dell’ultimo ventennio, ricordando che la stagione delle risorse a pioggia è finita da tempo anche per loro e che l’ultima Legge di Stabilità ha penalizzato soprattutto i loro centri di spesa, con tagli per 3,9 miliardi. Dall’altra i Comuni, che come richiesto dall’ultima manovra dovranno risparmiare 1,2 miliardi, cercano di trovare un punto di equilibrio tra le minori risorse disponibili e i fondamentali servizi da erogare alla cittadinanza, dall’edilizia scolastica agli interventi contro il dissesto idrogeologico. In mezzo, ci sono Province e città metropolitane, "il già e non ancora" di questa fase storica. Non a torto, esse lamentano di essere diventate una sorta di agnello sacrificale della stagione di nuova austerity disposta dall’esecutivo, schiacciate dai due giganti della finanza locale e incapaci di decidere del proprio destino. In termini economici, è stato di circa 1 miliardo il contributo chiesto loro per partecipare alla spending review di Palazzo Chigi. Quel che più colpisce però è che si tratta di soggetti pubblici lasciati nel limbo, quasi non ci fosse stata all’inizio l’intenzione di abolirli completamente (come chiedeva una parte dell’opinione pubblica) e quasi mancasse adesso un’idea su come gestire una fase transitoria che, vale la pena ricordarlo, è appena cominciata.

Eppure, una verifica sullo stato dell’arte della riforma è quanto mai necessaria, vista anche la querelle apertasi pubblicamente in queste ore tra Regione Lombardia e città metropolitana di Milano: proprio domani si riunirà l’Osservatorio che ha il compito di monitorare la legge Delrio e sarà la prima volta da marzo. Quanto agli effetti pratici, la mobilitazione da parte dei sindacati per salvaguardare il futuro occupazionale di circa 20mila lavoratori interessati a processi di mobilità (più verso le Regioni che verso i Comuni, pare di capire) è solo uno degli aspetti più controversi della vicenda. Gli altri sono la sostenibilità, a brevissimo termine, dei bilanci delle amministrazioni provinciali, che rischiano in decine di casi il dissesto da qui a fine luglio, senza interventi da parte dello Stato centrale. A maggio la Corte dei Conti ha parlato di «diffuso deterioramento della finanza provinciale», evidenziando come l’attuazione del progetto di riordino delle competenze a livello locale stia incontrando ritardi. Lunedì, proprio davanti ai magistrati contabili, l’Unione delle province italiane ha sottolineato come a questo punto ci sia «un forte allarme sul mantenimento dei servizi essenziali ai cittadini». A rischio c’è innanzitutto la tenuta degli equilibri di bilancio dei cosiddetti "enti di area vasta", con «la quasi totalità delle Province non in grado di approvare un bilancio di previsione triennale». Saltata, o quasi, la concertazione, non c’è neppure traccia di una governance locale, di un dialogo tra i diversi enti, più attenti a rimarcare le proprie prerogative che a pensare a sviluppi futuri. Sono pochissime, ad esempio, le Regioni che hanno emanato una legge sul riordino delle funzioni provinciali, tanto che il ministero per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione non ha escluso di avocare a sé le decisioni finali, soprattutto per ciò che riguarda le modalità di spostamento del personale.

L'Anci, ad esempio, ha appena chiesto al governo di accelerare sulla destinazione ai municipi del personale appartenente ai corpi di polizia provinciale. Nel frattempo, se si registra "dal basso" cosa è cambiato, ci si sentirà rispondere che le prime razionalizzazioni in materia di spesa hanno interessato i trasporti pubblici e le politiche per l’ambiente, che la mancata manutenzione ha fatto chiudere nella penisola interi tratti stradali durante l’inverno onde evitare rischi per chi guida, che i servizi per l’impiego stanno diventando una chimera. Non solo: sta mutando radicalmente anche il profilo di molti sindaci di città di medie dimensioni, divenuti nel frattempo anche presidenti di provincia. Incarichi che si assommano, dunque, con inevitabili oneri per chi li assume, in termini di tempo e responsabilità.

Il problema è che, ufficialmente, tutti sono concordi nel dare (e chiedere) massima collaborazione a tutti i livelli istituzionali. Nel concreto, invece, è in atto una battaglia senza quartiere per garantirsi risorse e fette di potere, senza che alcuna cabina di regia sul territorio sia ancora apparsa. Il fatto che la coperta delle risorse si sia fatta negli anni decisamente più corta ha soltanto fatto esplodere prima le contraddizioni, rilanciate prontamente dalle organizzazioni dei lavoratori, anch’esse non esenti peraltro da responsabilità sulla deriva della pubblica amministrazione di questi anni. Ecco perché al piano politico non può non aggiungersi un’analisi sulle conseguenze che, dal punto di vista sociale, paesi e città dell’Italia profonda stanno vivendo. Quali sono oggi i bisogni irrinunciabili per una comunità? Di quali servizi lo Stato deve farsi carico e a cosa invece può rinunciare? Quale livello dell’amministrazione locale può essere meglio coinvolto per rispondere a queste nuove esigenze? Come riequilibrare l’imposizione fiscale, evitando lo scaricabarile tra centro e periferia? Sono interrogativi cui, almeno in parte, dovrà dare risposta l’imminente decreto sugli enti locali, senza però trascurare la possibilità di immaginare, in futuro, un nuovo "patto" tra gli stessi e lo Stato: l’impasse attuale non può durare a lungo e soprattutto occorrerà attrezzarsi al meglio per comprendere e rispondere ai segnali in arrivo dal territorio./Cronaca/Pagine/Enti-locali-guerra-sulle-risorse.aspx02/07/2015 10.00.41Muoiono le cozze. Accuse di ecodisastro “Dai pescatori”, il ristoro sul lungomare dove i muscoli passano direttamente dalla barca al piatto, anche oggi si fa la coda e se chiedi agli avventori cosa pensino della moria di quest’inverno il titolare ti caccia con ligure ruvidezza. Piombo da fonderia, idrocarburi dispersi negli anni e il tributilstagno che si usava nella cantieristica. Eppure, per gli spezzini questo resta il Golfo dei poeti e il porto la loro azienda più solida. Quella che sfida la crisi, raddoppiando il traffico dei container. Che resta anche quando se ne vanno dodicimila militari. Che dà lavoro a 10mila persone, cioè una famiglia su tre. Primum vivere, allora, tra paure e realismo. La Spezia ricorda Taranto, e non solo per via del comune amore per le cozze. Se negli anni Novanta si gremivano le piazze per difendere Pitelli e Pagliari, San Bartolomeo e Ruffino, oggi Legambiente può accusare fin che vuole i dragaggi che non bonificano, commissionati solo per ampliare il porto e accogliere le portacontainer di nuova generazione, può denunciare il «rischio eco tossicologico permanente» e gridare al «disastro ambientale», ma gli spezzini continuano imperterriti a sminuzzare mollica e prezzemolo e a riempirne i muscoli, il 'piatto nazionale', visto che l’Università di Genova esclude una «tossicità o immunotossicità acuta» nelle cozze uccise dal fango in febbraio e i test dell’Istituto Zooprofilattico e dall’Arpal confermano questa tesi.

«Certo, là sotto qualcosa dev’essere successo » ammette Fabrizia Colonna, direttore spezzino dell’Agenzia regionale per l’ambiente, ma «non si può stabilire un nesso causale tra questa moria, mai verificatasi in trent’anni, e il dragaggio del porto». L’agenzia e l’Asl 5, coordinate dalla Capitaneria di porto, la quale fin dall’inizio ha coordinato l’attività degli enti locali, attivandosi nelle indagini, dichiarano che i mitili sono stati uccisi da un batterio, il vibrio splendidus, che diventa letale per i molluschi se l’acqua si intorbidisce (l’Arpal parla di «anomala quantità di fango») in coincidenza con la stagione riproduttiva. Una coincidenza di fatti talmente straordinaria da sterminare l’80% delle cozze e diventare un caso giudiziario. 

La prima segnalazione della moria è del 9 febbraio. In precedenza si sarebbero verificati problemi di isolamento del tratto di mare dragato e in seguito anche uno sversamento di fanghi, durante il trasporto a Piombino, per il trattamento. La Procura ha aperto un fascicolo per «getto pericoloso di cose» e giovedì Legambiente ha presentato un esposto per denunciare il «rischio ecotossicologico permanente» e lanciare l’accusa di «omessa bonifica», in quanto prima di dragare «si dovrebbe procedere preliminarmente alla bonifica dell’area, come prevede il piano Icram, che è vincolante», come ci spiega Stefano Sarti, vicepresidente regionale di Legambiente, che ha scatenato l’offensiva insieme al giurista ambientale Marco Grondacci.

L’avvocato Valentina Antonini spera di ottenere un contraddittorio per dimostrare le liaison tra il caso delle cozze e lo scandalo di Pitelli: alla Spezia, infatti, mare e terra non s’incontrano solo a tavola e anche se l’inquinamento del Golfo ha ben poco da spartire con i rifiuti tossici interrati nella 'collina dei veleni', da quando si è (furbescamente) cercato di inserire l’area portuale nell’elenco dei Siti di interesse nazionale il suo destino è legato normativamente alla bonifica mai partita di Pitelli, una delle pagine nere della nostra storia civile, che questa città vorrebbe voltare al più presto. «Già, e si rischia di mettere la testa sotto la sabbia - commenta Franco Arbasetti, che era l’anima della mobilitazione popolare -, perché sotto l’erba di Pitelli c’è ancora di tutto ». Dalle dodici discariche illegali scoperte in quindici anni di inchieste sono emerse relazioni pericolose con la Camorra, link con le navi dei veleni, tracce del caso Ilaria Alpi, ingombranti segreti militari, elenchi di politici corrotti e qualche morte sospetta. Dei 130 indagati sono stati rinviati a giudizio in undici: li hanno assolti tutti. Oggi, restano 200 ettari di terra contaminata da piombo (ma non solo) e le ordinanze che vietano di mangiare l’insalata dell’orto. Basta per salvarsi, dicono in Regione, perché «le modalità di esposizione che determinano la situazione di rischio sono esclusivamente l’ingestione o il contatto dermico di terreno superficiale».

Effettivamente, le rilevazioni scagionano l’aria, i torrenti e le acque sotterranee, ma un margine d’incertezza permane. L’assessore all’ambiente del Comune, Davide Natale, ostenta sicurezza: «Pitelli appartiene al passato, il nostro problema oggi è la centrale Enel. Con la nuova Aia abbiamo ridotto i vecchi limiti di emissioni del 55% e adesso stiamo lavorando per una chiusura che non cancelli 400 posti di lavoro». Realismo, ma anche paure. «La Spezia ha il triste primato nei tumori della pleura - ci conferma Roberta Baldi, responsabile della struttura di Epidemiologia dell’Asl 5 -, tuttavia la presenza delle discariche è stata messa in relazione solo con alcune patologie dell’apparato respiratorio e con l’incremento di anemie. La mortalità oncologica è in linea con quella ligure e sta calando. I dati non presentano picchi correlabili a Pitelli». Tant’è vero che da un po’ si pensa di rivedere i divieti. «Vorremmo applicare nuove
le metodiche di analisi usate in Campania, le più restrittive, tuttavia questa è una decisione che spetta alla politica» ammette Francesco Maddalo, Direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’Asl 5. Anche l’Arpal ha individuato delle aree che potrebbero essere svincolate. Quanto al Golfo, si parla di una «contaminazione caratterizzata principalmente da metalli pesanti e secondariamente da idrocarburi pesanti, Ipa e Pcb», stabilizzata e concentrata lungo la costa, dove supera il metro di spessore. Immaginate la sorpresa dei ricercatori quando non ne hanno trovato traccia nei fanghi ingollati dalle cozze.

In base alle prime analisi, sembra che quelli reperiti nelle carcasse non abbiano neanche la stessa composizione del suolo estratto dal molo Garibaldi, teatro dei dragaggi. Una circostanza che scagionerebbe le 'perdite' segnalate durante i lavori. Ma non darebbe una risposta circa l’origine del fenomeno. Sicuramente, come ci spiegano all’Arpal, nei molluschi non sono state riscontrate tracce di alcun inquinante e, come ci conferma invece il direttore della struttura Sicurezza Alimentare dell’Asl 5, Mino Orlandi, la moria ha colpito solo i mitili e non le ostriche e i piccoli crostacei. Altrettanto sicuramente, la concentrazione del fango nell’acqua degli allevamenti, ubicati vicino all’area di manovra delle grandi navi da crociera e dei sommergibili diretti all’area militare del Golfo, è passata da «valori fisiologici» (cioè minori di 100) a quota 1000. «Là sotto qualcosa dev’essere successo». /Cronaca/Pagine/Muoiono-le-cozze-Caso-alla-Spezia-accuse-di-ecodisastro-.aspx02/07/2015 10.00.41Indonesia, aereo cade sulle case: 113 mortiSono almeno 113 i morti nell'incidente aereo che ha coinvolto un aereo militare C-130 precipitato a Maden, in Indonesia. Lo riferisce il comandante dell'aeronautica Agus Dwi Putranto, citato da Russia Today. Si tratta delle 113 persone che si trovavano a bordo dell'aereo. Non è ancora noto il bilancio di eventuali vittime a terra.

Sul velivolo c'erano 12 membri dell'equipaggio e 101 passeggeri. Non ci sarebbero superstiti. Il C-130 è precipitato in una zona residenziale di recente costruzione a Medan, sull'isola di Sumatra. Era decollato, appena due minuti prima, da una vicina base militare.

Le forze armate indonesiane hanno temporaneamente bloccato a terra gli altri 8 C-130B Hercules in dotazione, ha annunciato un portavoce militare. Nelle prime ore dopo il disastro sono stati recuperati 49 corpi. Le immagini trasmesse dalla tv indonesiana mostrano un intero isolato di abitazioni e alberghi in fiamme, con un'alta colonna di fumo che si solleva dalla zona dell'impatto.

L'aereo era diretto all'isola di Natuna. Secondo i media indonesiani, prima dell'incidente il pilota avrebbe chiesto di rientrare alla base a causa di un problema tecnico./Mondo/Pagine/indonesia-cade-aereo-militare-38-morti.aspx02/07/2015 10.00.42
Aggiornato: 1 ora 1 min fa

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