Le 3 lettere di Giovanni mi sembrano abbastanza comprensibili e abbiamo già accennato qualcosa quando abbiamo affrontato il suo Vangelo: Dio è amore, se diciamo di essere in comunione con lui, dobbiamo amarci gli uni gli altri. Questo è un po’ il leit motiv che accompagna questi testi.
Tra le lettere di Giovanni e il libro dell’Apocalisse c'è la brevissima Lettera di Giuda. Giuda non è quello “di Giacomo” detto Taddeo, perché parla degli apostoli al passato. Molto probabilmente è un giudeo-cristiano della fine del I secolo. Scrive a destinatari non meglio identificati come ex-pagani, moralmente fragili.
E ora affrontiamo insieme l’ultimo libro della Bibbia, l'Apocalisse, il più curioso, quello che più ha suscitato suggestioni, immaginazioni e – francamente – molti fraintendimenti. Conto di dare qui le informazioni generali; il commento ai singoli testi è impossibile per una comunicazione come questa. Qualcosa avevamo detto più nel dettaglio lo scorso avvento nella riflessione durante i vespri domenicali. Per adesso ci accontentiamo (ma non è poco!) di leggere il testo. E questa mail un po’ lunga!
Il titolo dell’ultimo libro della Bibbia conserva in greco la parola d’apertura, unendola al nome dell’autore a cui è attribuita. Apokàlypsis significa “rivelazione”, cioè rimozione del velo per scoprire quel che c’è oltre: quest’opera dunque si presenta come una “rivelazione”. Ma soggetto e oggetto di tale rivelazione è Gesù Cristo stesso: Giovanni ne è il mediatore letterario. Purtroppo, non essendo stato tradotto, tale vocabolo ha finito per essere frainteso, assumendo nel linguaggio moderno il significato di catastrofe o grande disastro.
Invece l’Apocalisse di Giovanni è un luminoso libro di speranza che contiene pure un accorato appello all’impegno: in un momento difficile per la comunità cristiana tale opera è stata composta come rinnovato e pressante annuncio del Vangelo che trova nella liturgia il proprio ambiente vitale, in quanto celebrazione del Cristo risorto.
Il linguaggio è decisamente simbolico, elaborato con fantasia, ma partendo da quel genere letterario biblico che è definito “apocalittico”: una modalità usata spesso per consolare i fedeli in momenti di travaglio, per spiegare il senso degli avvenimenti e per rafforzare la speranza in tempi migliori (anche i vangeli, di solito prima dei racconti della passione, contengono brani di questo genere). Perciò l’autore, volendo esprimere il messaggio cristiano a una comunità in difficoltà, ha ripreso come modelli letterari e simbolici alcuni libri dell’Antico Testamento, tra cui emergono per importanza gli scritti di Ezechiele e Daniele. Pertanto il significato profondo del testo si capisce solo se si comprendono le allusioni, i riferimenti e le citazioni. Le immagini “apocalittiche” devono essere decodificate e i simboli non vanno presi alla lettera, con il rischio di non capire nulla e ricavarne conclusioni assurde e pericolose. I numeri, i colori, gli oggetti, le posizioni, i nomi di persona, tutto ha un senso figurato.
L’opera non segue un filo logico progressivo, ma ritorna continuamente su uno stesso tema, variando le immagini per approfondire la visione. Il messaggio fondamentale riguarda la storia. La corruzione del mondo – dovuta all’influsso del male – è superata dalla Pasqua di Cristo, l’Agnello immolato: in lui l’umanità scopre che è possibile la creazione di un mondo nuovo, dove poter vivere in pace e armonia. Il male è già stato vinto e l’occasione buona è a portata di mano, ma il combattimento non è ancora finito.
Nel suo aspetto generale il testo è così strutturato: c’è un prologo (1,1-8) e un epilogo (22,6-21); all’interno due parti: i sette messaggi alle Chiese (1,9 - 3,22) e lo svolgimento apocalittico vero e proprio (i cc. Dal 4 al 22). Le difficoltà maggiori si incontrano proprio nella seconda parte perché ha un’articolazione molto complessa, il cui elemento più originale è l’utilizzo dei settenari (una serie di sette unità) che hanno una funzione chiave nella struttura di tutto il libro.
Il senso teologico dell’Apocalisse è facilmente ricostruibile intorno al mistero del Cristo risorto che – presentato con il simbolo dell’Agnello – è riconosciuto come l’unico in grado di rivelare appieno il progetto salvifico di Dio: simbolicamente, egli può aprire i sette sigilli. Riflettendo sugli antichi testi biblici alla luce del mistero pasquale, l’autore ne deduce un messaggio fondamentale: l’intervento finale (escatologico) di Dio, preparato e promesso da secoli, si è compiuto in Gesù e con lui si è inaugurato il regno di Dio.
Nella morte e risurrezione del suo Figlio, Dio ha compiuto l’intervento decisivo e ha capovolto la situazione: il potere del male è definitivamente sconfitto e all’umanità è concessa la capacità di realizzare il progetto divino. Con entusiasmo e convinzione Giovanni moltiplica le immagini per ripetere lo stesso trionfante annuncio di una salvezza già attuata nel presente, anche se la piena trasformazione del mondo si realizza lentamente in una continua tensione verso il futuro e richiede ai cristiani una collaborazione con impegno e fiducia.
L’Apocalisse è dunque una visione di fede e un’interpretazione della storia; si tratta non di previsioni di futuri avvenimenti catastrofici, ma di visioni teologiche del mondo. Dunque non dobbiamo cercare con curiosità particolari sensazionali relativi al futuro; nella stessa prospettiva dell’autore dobbiamo invece gustare e meditare le immagini che cercano di chiarire il senso della storia. In tal modo si può scoprire con stupore che l’Apocalisse è uno straordinario annuncio di speranza.
La carica combattiva, che l’Apocalisse contiene, fu di grande aiuto alle comunità cristiane nei tempi difficili: l’annuncio del grande capovolgimento, la spietata critica al potere tirannico e la promessa di un mondo nuovo hanno offerto nel corso dei secoli un patrimonio di idee e di immagini a un’infinità di gruppi e movimenti, cristiani ed eretici, religiosi e laici. Nella tradizione bizantina, invece, la chiesa ha valorizzato questo testo soprattutto per le immagini della signoria divina e l’attualizzazione liturgica, proponendo, con le grandi figure del Cristo Pantokrator, un’immagine della Chiesa influenzata dall’idea dela citta di Dio già presente nel regno cristiano.
La paternità di quest’opera è stata attribuita dalla tradizione antica all’evangelista Giovanni: la cornice storica ecclesiale di questa composizione è dunque la provincia romana dell’Asia e dal colto contesto efesino. Questa comunità è segnata da diverse situazioni conflittuali: all’esterno la tensione con l’autorità romana, forte della cultura ellenistica e le sinagoghe giudaiche che non riconoscono Gesù come il Messia; all’interno gravi tensioni tra gruppi contrapposti (vedi le lettere dei primi capitoli) che si adattano troppo facilmente alla mentalità del mondo.
don Paolo, parroco
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